Il Programma, di Davide Staffiero – Recensione

Titolo: Il Programma
Autore: Davide Staffiero
Editore: Eclissi
Pagine: 155

Trama (dal sito dell’editore):
Il signor Bloch, pensionato metodico e vagamente misantropo, trascorre le sue giornate secondo quello che lui chiama Programma, ovvero una rigida tabella oraria che scandisce ogni singolo aspetto della sua vita quotidiana. Una catena di imprevisti finirà per incrinare l’impalcatura psicologica alla base del suo equilibrio, costringendolo ad affrontare i peggiori demoni del proprio subconscio. “Il Programma” è un giallo atipico, al limite di una frontiera inesplorata. Quando il nemico è dentro di te. A metà strada tra il thriller psicologico e l’horror esistenziale, racconta l’odissea di un anziano signore alla ricerca di un rifugio impossibile. Un’inesorabile discesa agli inferi delle proprie insicurezze, dove realtà e paranoia si attorcigliano in un inestricabile groviglio da incubo.

Recensione:
Il Programma è un romanzo abbastanza facile da leggere, ma molto difficile da scrivere.
A fronte di una relativa semplicità di trama, vi è l’enorme difficoltà di descrivere in modo efficace ciò che accade nella mente del protagonista.
La buona riuscita o meno del progetto è tutta qui, nella capacità di rendere narrativamente valido qualcosa che, in teoria, ha tutte le carte in regola per essere narrativamente di una noia abissale. Cerchiamo di capire il perché, riassumendo i punti più delicati del romanzo.
1. Un unico personaggio. Fatta eccezione per rare comparse, che non si ritagliano mai la fetta di attenzione che spetta ai personaggi veri e propri, tutta la storia ruota attorno al signor Bloch, stella del libro, protagonista indiscusso e, a ben vedere, unico personaggio. Dover gestire una storia facendo riferimento sempre e solo allo stesso personaggio, senza la possibilità di cambiare prospettiva, senza creare interazioni, senza avere sbocchi narrativi portati da altri partecipanti all’azione, è una sfida non da poco, soprattutto considerando che la trama prevede una vera e propria routine, il Programma, che il nostro unico personaggio è fermamente intenzionato a ripetere giorno dopo giorno, pagina dopo pagina.
2. Assenza di dialoghi e tanto raccontato. Basare la storia su un solo personaggio porta inevitabilmente a una pressoché totale assenza di dialoghi. Poche sono le battute scambiate con le rare comparse a cui ho accennato in precedenza, ancora meno (per fortuna) i discorsi con se stesso, centellinato l’uso del flashback, che comunque non offre una grande variazione sul tema. Lo stile scelto è quello di raccontare la storia anziché mostrarla. E se in un primo momento questa scelta può far storcere il naso ai lettori amanti dello show don’t tell, alla lunga appare come una soluzione plausibile che finisce per inserire nella storia almeno un secondo personaggio: la voce narrante. Chiunque sia a raccontare la storia (aspetto questo poco chiaro) non sparisce dietro essa, dà la sua versione dei fatti, giudica e pesa le azioni del signor Bloch, guida il lettore durante tutta la lettura, come fosse un vicino di posto al cinema che commenta e spiega la storia. Fastidioso? Come dicevo, all’inizio sì, poi si riesce ad entrare nel meccanismo, a trasformare il cinema in un bar, lo schermo in un caminetto ed ecco che il vicino di posto non è più il tizio petulante che vuole rovinarti il film ma diventa colui che ti racconta la storia. Lo fa anche bene, perché la scrittura è ottima e la grammatica ineccepibile.
3. Ripetitività. In narrativa la ripetitività è sinonimo di noia e decidere di scrivere un romanzo basato sul rispetto del programma settimanale che scandisce le giornate di un pensionato è quanto di più vicino mi venga in mente a un clamoroso autogol. E i primi capitoli del libro, necessari per introdurre il programma, sembrano proprio confermarlo. Poi inizia a succedere qualcosa, quel qualcosa che manda all’aria i piani ben studiati del signor Bloch, ma di nuovo ha bisogno di tempo per innescare ciò che, a mio giudizio, tiene in piedi tutto e che giustifica il buon voto che ritengo meriti questo libro.
Quello che permette di superare i tre enormi scogli appena descritti e che dà quel tratto di originalità che un lettore cerca in una storia è il progressivo e inesorabile restringimento del campo d’azione.
Facciamo un passo indietro e capiamo il cuore della vicenda. Il signor Bloch è un pensionato ossessionato dalla routine: fa colazione sempre nello stesso bar, sempre alla stessa ora e sempre con le stesse cose, poi compra il pane, va in edicola e a seconda del giorno della settimana si dedica alle faccende domestiche, alla tv, alla lettura o ad altre attività; non ama il contatto con la gente e preferisce di gran lunga starsene a casa piuttosto che andare in giro. Una serie di “anomalie” inizia a minare la quiete del suo programma settimanale messo a punto negli anni, facendo saltare prima l’appuntamento del bar, poi il panettiere, poi il giornalaio, ecc. Questo sconvolgimento delle abitudini su cui l’anziano ha basato tutta la sua vita ne mina la sanità mentale e lo fa via via scivolare verso la follia. Spiegando la trama va da sé che molti dei punti sopra elencati sono conseguenze quasi inevitabili della storia e non semplici azzardi dell’autore (benché io ritenga che ogni storia possa essere scritta in più modi). Ma, come dicevo, secondo me l’idea migliore è stata affiancare allo sgretolamento del programma e della sanità mentale del protagonista un progressivo restringimento del suo ambiente. Il programma perde il bar, il panettiere e il giornalaio? Parallelamente Bloch perde la voglia (la necessità?) di uscire di casa. E parallelamente il lettore perde gli esterni. Il programma perde la zona del soggiorno vicino alla porta? Parallelamente Bloch si sposta nella zona della tv. E parallelamente il lettore si vede portar via un altro pezzo di ambientazione. E così via, riducendo ancora gli spazi così come si riduce il programma e la lucidità del protagonista: ci si trova asserragliati nella zona notte, poi nella sola camera da letto, poi confinati nel letto, poi sotto le coperte, fino ad arrivare al minuscolo spazio della mente di Bloch, ormai privata di tutto.
È quando inizia questa deprivazione degli spazi che il libro vince la sua battaglia contro la noia.
Il problema è solo arrivarci, con una prima metà che in troppe occasioni rischia di far chiudere il libro troppo presto.
Voto: 

Questa recensione è a cura di Ariendil

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