Le interviste su Facebook – Valeria Biuso

Ogni settimana, sul nostro gruppo Facebook, intervistiamo un autore. Il 27 novembre è stato il turno di Valeria Biuso.

Vediamo come ha risposto alle nostre domande.

  1. Presentati in poche righe. Chi sei? Da quanto tempo scrivi? Non rispondere “da quando ero piccolo” o ti banniamo. Vogliamo sapere da quanto tempo scrivi seriamente, con l’intenzione di pubblicare.

Buongiorno! Ecco, già rispondere al “chi sei” è roba tosta, sono una a cui parte facilmente il trip esistenzialista, poi dalle digressioni metafisiche al nonsense il passo è breve, quindi risponderò con un confuso… sì? Mi chiamo Valeria, ho 24 anni, sono un’appassionata di letteratura, arte, film horror, vintage e serie tv, ho un guardaroba con tante nuance di nero da far invidia a un beccamorto e una gatta dispotica e mangiaragni di nome Atena. Quanto all’intenzione di pubblicare, quella è nata presto, troppo presto. Per essere precisi, più o meno a 15 anni, periodo in cui avevo una mezza mitomania di me stessa: volevo fare il genio. Iniziai a scrivere poesie convinta di poter diventare il nuovo Rimbaud in chiave avanguardistica. Poi, entrò in campo il buonsenso – o forse era mia madre, non ricordo – che mi disse qualcosa come “per il momento accontentati di imparare la grammatica che quelle cose futuriste ZAMZAMZUMPUM non vanno più”. Gli diedi retta. Da allora accantonai il mio slancio poetico marinettiano e mi gettai nella narrativa. Ho cominciato scrivendo dei racconti e poi ho lavorato sul mio primo romanzo.

  1. C’è un tuo scritto di cui vai più fiera? Perché?

Assolutamente! La mia ultima fatica a cui alludevo prima: Anche la morte ascolta il jazz, edito da Ianieri Edizioni. Innanzitutto, perché tratta argomenti che amo e m’incuriosiscono: dagli aspetti più frivoli come il glam, il cinema e la moda americana anni ‘40/’50, fino alla controcultura hipster del “white negro”, allo sviluppo della scena bebop e le problematiche storicosociali legate all’artista emergente. Poi, perché, passione a parte, scriverlo mi ha anche dato di modo approfondire diversi aspetti della società dell’epoca attraverso lo studio di resoconti, cronache e saggi, su argomenti che variano dalla politica fino alle abitudini alimentari, nell’ottica di rendere il romanzo quanto più verosimile possibile… Beh, eccetto per il lato esoterico.

3. C’è un tuo personaggio che hai odiato? Perché?

Il protagonista del mio romanzo, Will: aspirante scrittore, tabagista incallito e vittimista di professione. Parrebbe già controverso così, ma aggiungo anche che è scritto in prima persona ed eccomi sulla rotta del masochismo – o dell’autoreferenzialità? In realtà, ammetto che si tratta più d’insofferenza che di odio. Will è il tipico artista inetto, l’antieroe del Novecento, incapace di avere velleità concrete e affetti che non siano lo strascico passivo di una bieca empatia. Per spiegare la sua psiche mi rifaccio spesso al dramma ridicolo di Michele (da “Gli Indifferenti” di Moravia) ossia al momento in cui quest’ultimo, deciso a freddare Leo con un colpo di rivoltella, gliela punta contro, preme il grilletto, ma si accorge che l’arma è scarica e i proiettili sono ancora nella sua tasca.

  1. Quali generi scrivi e quali leggi?

 

Non c’è un vero e proprio divario tra i generi che leggo e quelli che scrivo, principalmente scelgo classici e narrativa non di genere sui toni del romanzo psicologico e sociale. Mi piacciono molto la letteratura americana e francese (Kerouac, De Lillo, Ellis, Céline, Gide, Artaud…), ma anche la narrativa italiana contemporanea. Leggo qualche horror, sebbene mi limiti ai classici e nei miei scritti non è la componente primaria. In passato ero una divoratrice compulsiva di poesia, ultimamente un po’ meno.

  1. Sei:
  • autrice self
  • autrice con CE
  • autrice ibrida (self + CE)?

Perché questa scelta?

 

Sono un’autrice con CE. Anticipo di essere una perfezionista, precisamente una che ha impiegato quasi due anni a modificare il proprio romanzo e che è caduta in uno sconforto indicibile non appena si è accorta dello stupidissimo refuso presente nella lettera di presentazione inviata ad agenzie letterarie e CE. Alla luce della mia maniacalità, posso dire di non avere un buon rapporto con il self publishing. Tengo molto al confronto critico con agente letterario ed editore, al sostegno con la distribuzione e a tutti quegli elementi tecnici, come editing, copertina e impaginazione, che nell’autopubblicazione o sono assenti – come il dialogo autore/CE – o, nella maggior parte dei casi, prevedono un’attenzione esclusivamente individuale.

 

  1. Perché un lettore dovrebbe scegliere di leggere un tuo libro?

 

Parlando di Anche la morte ascolta il jazz – giusto per non sembrare ridondante – potrebbe leggerlo chi è un amante del panorama jazzistico e blues, chi desidera immergersi nell’atmosfera americana rétro, con i suoi contrasti e le sue antitesi, nello spaccato di un’umanità incerta, da un lato protesa al cambiamento, all’entusiasmo dell’arte, dall’altro vittima della stasi e del bisogno di sregolatezza. Dovrebbe sceglierlo chi ha voglia di riflettere, con un po’ di sarcasmo e spirito nichilista, sul ruolo dello scrittore nella società, pensando che un parallelo con quella odierna non sarebbe un volo del tutto pindarico. E ancora, lo consiglio a chi non dispiacciono umorismo becero – leggi undertone satirico – e dinamismo narrativo, conditi da figure grottesche, slanci filosofici e suggestioni occulte…

  1. Quali progetti hai per il futuro?

Nel futuro imminente, cerco di muovermi in giro per l’Italia a promuovere il mio romanzo. Ad esempio, il 9 dicembre sarò presente al Più Libri Più Liberi a Roma durante il giorno e la sera offrirò un aperitivo con chiacchiera in un caffè letterario. Per il resto, ho uno o due racconti da rivedere, qualche idea da sviluppare e bozzetti di ritratti e illustrazioni che so già di non finire. Di base, vorrei continuare a scrivere, invitando la mia Musa in una relazione più stabile (magari provo con assenzio e cioccolatini?).

 

  1. Consiglia il libro di un tuo collega e dicci perché hai scelto proprio quello.

Suggerisco 70 Acrilico 30 Lana, opera prima di quel mostro di talento che è Viola Di Grado. È un romanzo che scava a fondo nel dramma dell’incomunicabilità consumato nel quotidiano della protagonista, nell’angoscia immobile e ossessiva che la circonda e l’inghiotte. Il contenuto è forte, desolante, intriso di un dolore disumano che sembra ammorbare ogni elemento costitutivo in gioco. La prosa è insieme abrasiva e simbolica, preziosa come i ghirigori aurei di Klimt e disturbante come la Guernica. Lo consiglio perché la Di Grado è un’autrice straordinaria, capace di scuotere e di sovvertire, di essere indelebile.

 

 

Se siete anche voi autori e volete essere intervistati da noi, partecipate al gruppo Facebook e inviate un messaggio a Lucia C. Silver!

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