L’età delle certezze fragili, di Giorgia Primavera – Recensione

Titolo: L’età delle certezze fragili

Autore: Giorgia Primavera

Editore: Edizioni Clandestine

Prezzo: 15,00 € (cartaceo) 7,20 € (ebook)

 

Trama (da ibs.it):

Viola è una vedova appena entrata in menopausa, quella “petit mort” che segna la fine di un’era in una donna, facendole intravedere l’inizio di una china inesorabile. Troppo giovane per lasciarsi andare, la protagonista si affida alla chirurgia plastica per remare contro il tempo che avanza, ma avverte anche di dover dare un senso ai giorni di questo nuovo cammino in discesa. È necessario, secondo Viola un “cantico” adatto per quest’epoca, una litania dolce e monocorde, che contrasti l’acidità facile della vecchiaia, ma che conduca a essere più buoni. “Per non mollare, nonostante tutto. Per esistere ancora un po’. Finché morte non ci separi”. Inizia così un percorso di consapevolezza non guidato, ma forgiato solo da ciò che gli eventi le pongono di fronte, giorno dopo giorno. Un romanzo che mette a nudo le fragilità e il desiderio di rivalsa che ogni donna arriva, prima o poi, a sperimentare, offrendo rinnovati spunti di riflessione sugli anni in cui ogni certezza rischia inesorabilmente di sfaldarsi.

Recensione:

Con questo romanzo Giorgia Primavera si inerpica su per un argomento non certo semplice da affrontare: la protagonista de “L’età delle certezze fragili” infatti, si ritrova improvvisamente faccia a faccia con uno dei momenti più delicati della vita di una donna, la menopausa, che porta con sé nuove sfide, spesso trascurate, sul piano fisico e psicologico. Proprio quando sembra infatti che l’esistenza non debba più riservare scossoni, ecco che un cambiamento, lento ma radicale, coinvolge il corpo e la psiche di Viola, al punto tale da imporre una netta revisione del rapporto con se stessa e con i suoi affetti. La fatidica soglia si rivela un momento di incertezze e debolezze: se da un lato il desiderio sessuale della donna si affievolisce sino a spegnersi, dall’altro la necessità di sperimentare qualcosa di nuovo le fa cercare stuzzicanti novità in una relazione virtuale e a distanza con un uomo misterioso. Tra una figlia egoista e una madre svagata e poco presente, è come se la protagonista fosse stata catapultata in una nuova adolescenza: i cinquant’anni sono di nuovo un’età in cui sentirsi inadatti e costantemente fuori posto (non è un caso che il romanzo sia apra con Viola costretta a partecipare a una per lei penosissima rimpatriata della sua vecchia classe di liceo). Pur di tamponare i danni, qualsiasi soluzione – dal ricorso alla chirurgia plastica agli esercizi pelvici contro le perdite urinarie – diventa possibile e praticabile, purché capace di offrire la speranza in una nuova, illusoria giovinezza. A questa ricerca disperata di nuovi appigli e all’analisi intima e interiore che ne deriva, si associa nel romanzo un intreccio di avvenimenti quasi “avventurosi”: Viola, e parallelamente il suo partner, Ernesto, si troveranno catapultati in una serie di peripezie imprevedibili (e, onestamente, quasi sempre irrealistiche ed eccessivamente fantasmagoriche) tali da portarli a toccare i loro rispettivi “fondi”, per poi trovarsi, in conclusione, l’uno di fronte all’altro con una nuova consapevolezza e una maggiore comprensione l’uno dei limiti dell’altra.

Su queste basi c’è ragione dunque di definire quest’opera un romanzo di “formazione” sui generis, della maturità, capace, anche mediante la forte e pregnante malinconia e la sottesa quieta disperazione che ne accompagna le pagine, di invitare indubbiamente a molteplici riflessioni.

Tuttavia, pur rimanendo incontestabile l’importanza della scelta di un argomento così delicato e spesso eluso dalla letteratura, non ci si può esimere dall’evidenziare alcune carenze evidenti nel romanzo: la trama appare lisa in molti punti, tanto da far emergere chiaramente l’intento dell’autrice di costruire un intreccio “ad hoc”. Maggior cura avrebbe potuto essere dedicata alla descrizione di ambienti, atmosfere e persino al lato psicologico dei personaggi i quali, eccezion fatta (in parte) per Viola, risultano tratteggiati in modo superficiale e scontato e tendono a ragionare e agire per clichè terribilmente banali.

Se da un lato i personaggi mancano quasi del tutto di sfaccettature, indubbiamente troppa carne al fuoco viene gettata nel complesso degli avvenimenti contingenti allo sviluppo dei protagonisti: tra spacciatori di cocaina, trafficanti di reni e gigolò che sognano di regalare un viaggio a Disneyland ai loro figli, il racconto risulta un’accozzaglia irreale che suona decisamente cacofonica. Il tentativo di dare “pepe” e intrigo a una storia, che evidentemente non si voleva puramente introspettiva, finisce per sottrarre al lettore qualsiasi possibilità di immedesimazione e di sospensione dell’incredulità.

Le pur promettenti premesse dunque, a mio avviso, finiscono quasi del tutto per lasciare delusi: meglio forse sarebbe stato sviluppare un tema così complesso in uno stile più introspettivo e analitico, lasciando all’interiorità il difficile compito di far empatizzare il lettore di qualsiasi età con un soggetto tanto ostico e multiforme.

Voto: 

Recensione a cura di Rossella Miccichè

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