Le streghe di Atripalda. Racconti di sport, di Teodoro Lorenzo – Recensione

Titolo: Le streghe di Atripalda. Racconti di sport.

Autore: Teodoro Lorenzo

Editore: Bradipolibri

Pagine: 220

Prezzo: 5,98 € (ebook), 15,00 € (cartaceo)

 

Trama:

In questo libro non troverete tabelle, classifiche, primati. Quella è cronaca. Vi accompagneranno passioni e sentimenti, l’abbraccio di un padre, la carezza di una madre, l’entusiasmo di un principio e il dolore della fine. Perché anche lo sport può diventare poesia. Questi gli sport raccontati: hockey su ghiaccio, lotta greco-romana, tiro a segno, carabina, ciclismo, lancio del disco, tiro con l’arco, canoa, golf, pallavolo, vela, judo, atletica (400 metri), pugilato, automobilismo.

 

Recensione:

“Le streghe di Atripalda” è una raccolta di quattordici racconti a tema sportivo. Vengono proposti quegli sport di cui, purtroppo, non si parla molto spesso, che non trovano sempre lo spazio che invece meriterebbero e che in genere si scoprono o riscoprono soltanto in occasione delle Olimpiadi. Gli sport cosiddetti minori. Non tutti lo sono, in realtà: nel libro ci sono racconti dedicati anche alla pallavolo (secondo sport nazionale come numero di atleti tesserati alla federazione sportiva), all’automobilismo, al pugilato, all’atletica leggera e al ciclismo (che in Italia vantano un gran numero di appassionati e una tradizione invidiabile). Accanto a questi si dà però spazio ai veri “sport minori”: il lancio del disco, il tiro con l’arco, la vela, l’hockey, la carabina e tanti altri godono finalmente della luce dei riflettori anche lontano dalle Olimpiadi.

Peccato solo che lo sport minore venga a volte mostrato come sport di serie b, come se non fosse vero sport ma più che altro una passione o un hobby, o come se non servissero anni di allenamento e dedizione per riuscirvi. L’esempio più eclatante e avvilente è “Fuoco e ghiaccio”, in cui il protagonista del racconto mette per la prima volta i pattini ai piedi e in pochissimo tempo diventa il fenomeno della squadra e l’atleta di spicco del campionato nazionale. Ecco, non è così, e l’autore, calciatore professionista prima che scrittore, sa perfettamente quanto tempo, sudore, impegno e sacrifici bisogna fare per arrivare a giocare a buoni livelli. Se questo è vero per sport come il calcio, il tennis o la pallavolo, di cui abbiamo tutti un’infarinatura dataci dalla grande diffusione di questi sport (che, da sola, non permette comunque a nessuno di calcare i campi di nessun campionato), lo è ancora di più in discipline come l’hockey sul ghiaccio, in cui non basta tenersi in piedi sui pattini e capire alla buona due o tre schemi tattici.

Di contro, l’intento della raccolta, come rivela anche la quarta di copertina, non è parlare necessariamente dei risultati sportivi o dello sport professionistico (termine peraltro non adatto alla maggior parte degli sport), ma utilizzare questo tema come sfondo sul quale far muovere storia e personaggi. Più che racconti di sport, quelli di questa antologia si presentano spesso come racconti di vita, fatti di quotidianità ed emozioni, di persone e comunità. È così forte l’impatto degli eventi extrasportivi che caratterizzano le storie dei protagonisti da avere l’impressione, a volte, di leggere un racconto in cui il tema sportivo è stato inserito a forza o in un secondo momento. Alcune storie, come ad esempio “Il bagno di Betsabea”, “Mela d’argento”, “La saggezza del fiume” e “Lettera a Maria”, per quanto piacevoli, relegano lo sport ai margini della narrazione, facendolo diventare superfluo. È una scelta lecita, che andrebbe benissimo, ma in una raccolta che si presenta con il sottotitolo “racconti di sport” si vorrebbero leggere racconti di sport.

Decisamente più riusciti gli uomini delle donne. È apprezzabile l’intento di voler parlare dello sport al maschile e al femminile, ma il risultato è che in questi racconti, seppur con le dovute eccezioni, gli uomini ne escono quasi sempre come eroi nello sport e nella vita, mentre le donne appaiono clichettose e troppo spesso passive, vittime di abusi o di stereotipi.

La scrittura è però più che apprezzabile, corretta nella forma (fatta eccezione per la sempre assente virgola nei vocativi), pregevole nello stile. Quest’ultimo risulta sempre piacevole, non si impone ricercatezze forzate ma, pur nella sua semplicità ed immediatezza, riesce a dare colore e spessore alla narrazione. Qualche volta viene usato un registro linguistico non sempre adeguato al livello culturale e sociale dei personaggi, che parlano come scrive l’ottima penna dell’autore invece che come ci si aspetterebbe da loro. Meno riusciti, a mio gusto, i dialoghi che sembrano a volte poco verosimili e qualche riflessione personale di troppo.

In conclusione, benché con tutte le perplessità espresse riguardo i contenuti, leggere questa raccolta è un piacere per chi apprezza il racconto breve, le storie di vita e, soprattutto, la buona scrittura.

 

Di seguito qualche osservazione sui singoli racconti:

 

  1. “Amigdala”. Una narrazione in prima persona che dà modo di scendere in profondità nel protagonista, svelandone il carattere, i pensieri e i desideri. Attraverso di lui si ricostruisce la sua storia passata e si vive quella presente, quella di una giovane promessa dei motori che sfreccia verso il professionismo. Nel bel mezzo di questa corsa arriva l’imprevisto, sotto forma di una gara clandestina sulle strade di Roma che porterà ad altre sorprese e spiegherà la scelta del titolo. Racconto ben strutturato e molto ben scritto. *****
  2. “Bastiglia”. Piccole sfide nel piccolo circolo di tiro di un piccolo paese. Un ben gestito narratore onnisciente descrive le vicende di Beniamino “Bastiglia” Spinelli, cominciando dalle gesta dell’eroico nonno e passando attraverso le superstizioni del protagonista. ***
  3. “Il bagno di Betsabea”. Meno brillante dei precedenti e con un messaggio tra le righe non di mio gradimento perché fa fare passi indietro di secoli alla figura della donna, tornata muta e asservita alla volontà degli uomini (marito o altri che siano). **
  4. “Il colibrì”. Un racconto basato sui flashback. Il presente è rappresentato dal protagonista, ciclista sulla via del ritiro, che guarda le fotografie della sua vita sulla bici e ne ricorda i momenti salienti. Qualche cambio di tempo azzardato in un paio di passaggi, ma è tra i racconti più “sportivi” della raccolta. Del ciclismo arriva la passione, quella malattia che fa spingere sui pedali nonostante la fatica e il sudore. Bella la chiusura con uno sguardo ottimistico al futuro, in contrasto con la nostalgia del passato che domina tutto il racconto. ****
  5. “La lanciatrice della luna”. Scontato e di dubbio gusto il cliché della donna che pratica uno sport mascolino che si scopre lesbica. Una fragile anima lesbica in un forte corpo mascolino. Aggravano il giudizio dei dialoghi inverosimili oltre ogni limite. Piacevoli, invece, i riferimenti al cielo e alle stelle. **
  6. “Mela d’argento”. Per buona parte del racconto lo sport è non pervenuto: c’è la festa di paese, c’è la protagonista, c’è il suo pianoforte. Solo in un secondo momento arriva il tiro con l’arco e il suo è un ruolo più che marginale in un racconto che sembra non contemplarlo. Costruito in modo poco omogeneo, quasi a blocchi, e con qualche scivolone del punto di vista. **
  7. “La saggezza del fiume”. Trama interessante, tra le più articolate della raccolta, ma troppo infarcita di digressioni ed elucubrazioni giustificate solo in parte dall’escamotage di lasciar andare i pensieri del protagonista durante le traversate in canoa. A volte bisogna avere il coraggio di rinunciare al superfluo, anche se è un superfluo profondo e poetico. ***
  8. “L’angelo nero”. Qui lo sport c’è ed è al centro della vicenda, nonostante la lunga digressione iniziale per spiegare l’orientamento politico del protagonista. Ci sta. Un racconto onesto e pulito, come l’avvocato golfista che fa ricredere il nostro eroe anarchico. ****
  9. “Le streghe di Atripalda”. Tra i racconti più riusciti, ben pensato e ben costruito, con una voce narrante che dà quel qualcosa in più alla storia della squadra femminile di pallavolo di Atripalda. *****
  10. “Lettera a Maria”. Senza infamia e senza lode. Anche senza sport, visto che qui la vela non ha niente a che vedere con l’attività sportiva. ***
  11. “Nike”. Un vero racconto di sport, in cui tutto fila liscio, dalla forma ai contenuti. Questo è lo sport (e la narrativa) che fa bene. *****
  12. “Rien ne va plus”. Anche qui lo sport è presente e la vita del protagonista gli ruota attorno, dall’inizio alla fine. Introspettivo ma non in modo invadente. ****
  13. “Fuoco e ghiaccio”. Di per sé il racconto è piacevole e ben strutturato, dalla trama ricca e con descrizioni molto visive. Anche il tema della redenzione è azzeccato. Resta l’amaro in bocca per il messaggio che passa dal punto di vista sportivo: sembra che un qualunque idiota possa mettersi dei pattini ai piedi e diventare in pochi giorni un campione di hockey. E vanno a farsi benedire gli anni di allenamento dei veri atleti. ****
  14. “Un ring in Paradiso”. Registro linguistico non adatto alla voce narrante, con una distanza enorme tra il lessico usato dal protagonista che narra in prima persona e la sua estrazione sociale e culturale: lui stesso si definisce un rozzo, cresciuto per strada, che non parla in modo erudito, ma poi cita Dante, fa metafore riuscitissime e ha una proprietà di linguaggio degna di un cantastorie. Peccato per questo e per il cambio di punto di vista nel finale, perché il racconto è davvero bello. ****

 

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