Soltanto un panino – Racconto vincitore del Contest a tema Denari

Urto uno scaffale e una decina di fumetti finisce sul pavimento. Incidenti di questo genere mi succedono di continuo. Mi piego in avanti sbilanciandomi talmente tanto da rischiare di perdere l’equilibrio. Percepisco il sangue spostarsi dalla parte inferiore a quella superiore del mio corpo; come fosse sabbia in una clessidra. Raccolgo l’ultimo volume di Naruto e strizzo gli occhi per scacciare la nebbia che adesso mi offusca la vista.
Poso malamente il malloppo di carta sul ripiano e mi guardo intorno. C’è solo una donna che mi fissa, scuote appena la testa in segno di dissenso. Mi allontano più svelto che posso dalla mensola incriminata e per un pelo io e la mia ingombrante goffaggine non facciamo cadere uno stand con le calamite.
Mi trovo da Forbidden Planet, tanto per la cronaca. Un negozio di fumetti e dischi; uno dei pochi che resiste alla pirateria. Sono un cliente abituale, anzi un visitatore abituale, dato che non compro mai niente. Raggiungo il primo piano, sorreggendomi al corrimano. Sono grasso. Non come i ciccioni americani che si vedono in tv, però sono grasso.
Solitamente passo buone mezz’ore a sfogliare fumetti. I commessi non mi dicono niente, si limitano a lanciarmi occhiatacce torve. Afferro la scatola con l’action figure di Daryl e me la rigiro tra le mani. Qui il personaggio è in un formato più grande e ha la moto. A casa ho tutta la collezione dei personaggi di The walking dead, quelli con la testa che dondola. Me li regala mia madre, non li compro io. Come ho detto non faccio mai acquisti. Quando riesco a rubarle qualche spiccio dalla borsa infatti, ci compro un panino al take away. Sfoglio l’ultimo giornalino di Breaking bad. Lo leggo a spezzoni. Di solito mi basta vedere le figure. Non amo leggere.
Me la prendo comoda. Guardo i poster, le magliette e poi scendo di nuovo al pianoterra. Prima di uscire ho un’altra tappa obbligatoria: i dischi di musica. Se non avessi la stanza piena dei personaggi delle mie serie preferite, l’avrei piena di dischi. Faccio schifo a cantare, ma in un’altra vita sarei stato senza dubbio un musicista. Un musicista strafigo attorniato da ragazze strafighe e soldi e successo. Oppure un eroe. Non come l’uomo ragno, più come superman. Anche batman va bene. Qualcuno di più figo di Peter Parker, insomma.
Esco dal locale e mi muovo verso casa. Esco di rado. Solo per fare la spesa o per sbrigare commissioni, quando mia madre mi costringe a farlo al posto suo. E ovviamente mi fermo al negozio di dischi e fumetti.
Mi asciugo la fronte con il braccio. Siamo a novembre e c’è abbastanza freddo, questo però non mi impedisce di sudare. Mi capita sempre non appena faccio due passi. Colpa delle riserve di grasso in eccesso. La maglietta a mezze maniche grigia è per metà nera, adesso. Alzo gli occhi solo davanti all’insegna del Chicken Gold. Cammino sempre con la testa bassa. Non mi va di incrociare gli sguardi delle gente. Mi danno così fastidio.
Un profumo di pollo fritto e patatine mi riempe le narici. Sono le quattro e mezza e non ho pranzato. Ho fatto colazione a mezzogiorno con tre merendine. Non mangio mai agli orari giusti. In parte perché odio pranzare al tavolo con mia madre. Quelle pochissime volte che succede cerca sempre di convincermi a uscire o a fare qualcosa. E poi mi parla misurando le parole, come se avesse paura di rompermi, come se potessi finire in mille pezzi da un momento all’altro.
Entro nel take away e svuoto le tasche. Ottantacinque centesimi. Troppo pochi anche per una porzione piccola di patatine. Prima di uscire avrei dovuto cercare meglio nei fondi delle borse che tiene nell’armadio. Gliel’ho detto tante volte che ho bisogno di qualche soldo alla mia età.
«Il frigo è pieno di frutta e verdura, se hai fame.» Risponde ogni volta.
L’unico problema è che quelle cose non mi appagano affatto. Volete mettere una mela al confronto di un chicken burger con salsa barbecue? Volete mettere? La realtà è che il panino mi infonde una sensazione di pienezza e benessere impagabili. E anche il rimorso dopo averlo terminato è in qualche modo rassicurante. È qualcosa di mio, qualcosa che conosco, che non posso perdere.
Mi muovo verso la fila. Ci sono due persone prima di me. Annuso l’aria che sa di olio stantio, mentre l’unto mi si appiccica alla pelle come le ventose di un polpo. Mi abbraccia, quasi.
Ricontrollo le tasche, sperando di aver tralasciato qualche centesimo. Niente. Do un’occhiata al pavimento del locale. Non c’è che qualche batuffolo di polvere. Sento lo stomaco brontolare. Mi avvicino alla cassa.
«Senti, ciao. Abito in fondo alla strada. Non ho monete con me in questo momento… non è che potresti addebitarmi un panino?»
«Non ti ho mai visto.» Risponde piatto il ragazzo dall’altro lato del bancone.
«Abito giusto qui dietro. Passo di qui almeno due volte a settimana.» Insisto. Detesto insistere, ma ho davvero fame.
«Non posso aiutarti!» Sbotta, spostando immediatamente l’attenzione da me alla prima persona della piccola fila che si è creata alle mie spalle.
Borbotto qualche imprecazione e mi sposto. Osservo i tavolini. Non c’è molta gente per via dell’orario. Vicino alla vetrata, a sinistra, c’è una famiglia con due bambini: un maschio e una femmina. I genitori sono in piedi, quindi deduco stiano andando via. Dicono qualcosa ai figli ma loro sembrano non sentirli. Dondolano le gambe giù dalla panca e continuano a fare chiasso. Alla fine vanno via e io mi avvicino al loro tavolo.
I bambini lasciano sempre qualcosa. Sposto le cartacce, i bicchieri vuoti, i tovaglioli sporchi di ketchup. Mi sento come quella vecchia che si cala nei bidoni dell’immondizia ogni giovedì. Riesco a vederla dalla finestra della mia stanza, verso le sei. La prima volta l’ho spiata per caso. Poi però, le settimane successive, mi sono ritrovato a scostare la tenda di proposito. Non so perché mi ritrovi a fissarla; non riesco a farne a meno, mentre vengo travolto da una sensazione di disgusto, soddisfazione e anche pena.
In una delle scatole di cartone ci sono due patatine mezze schiacciate e il bordo di un panino. È solo pane macchiato di salsa. Mi spalmo tutto in bocca il più veloce possibile. Ingollo anche i due centimetri di ghiaccio sciolto e coca cola che trovo in uno dei bicchieri. Mi asciugo la bocca con la mano ed esco in fretta dal locale. Ho ancora fame, ovviamente. I rimasugli che ho ingurgitato non sono bastati a donarmi la sensazione di appagamento, e così percepisco solo quella di rimorso. Accentuata per il modo in cui mi sono procurato il cibo.

Per tutto il resto del tragitto mi ripeto in mente che cercherò altre monete e andrò a prendere un panino come si deve. Tanto se anche qualcuno dovesse avermi visto rovistare tra i rifiuti sul tavolo, al mio ritorno sarà già andato via. Invece, quando arrivo a casa e mi chiudo la porta alle spalle, sono certo che non uscirò più. Poggio la punta del piede sinistro sul tallone di quello destro e mi tolgo la scarpa. Faccio lo stesso con l’altra e le lascio scomposte sul pavimento dell’ingresso. Chiamo mia madre, ma ovviamente non c’è. Lavora tutti i giorni nei campi che raggiunge con un’ora di treno e rientra solo a ora di cena. Allora raggiungo la sua stanza e apro l’armadio. Le borse sono buttate alla rinfusa sul ripiano più basso. Ne svuoto un paio sul letto. Carte di gomme da masticare, forcine, biglietti strappati, una graffetta, un fazzolettino di carta, un mozzicone di matita per gli occhi, una bustina di antidolorifico. Una foto di mio padre.
Afferro la fototessera sbiadita e mi lascio scivolare sul pavimento. Più tardi faticherò ad alzarmi, ma al momento non m’importa. Stringo con forza il quadratino sui toni del rosso. Non abbiamo foto di mio padre in giro per casa, solo dentro un grande cassetto che non apro da quando ero bambino. Osservo la foto. Deve aver avuto vent’anni.
Cominciavo a dimenticare il suo viso. È possibile? Ricordo solo la barba non troppo lunga e i baffi con cui giocavo. Ai tempi di questa foto non li portava ancora. Non riesco più a distogliere lo sguardo. Lo fisso per un tempo incalcolabile, cercando di trovare qualcosa di lui in me. Qualcosa che non voglio trovare. Qualcosa che voglio trovare.
La verità è che tutti non fanno altro che sussurrare che gli somiglio, che in fondo sono come lui. «Non vedete come è strano?» «Guardate come è chiuso in se stesso!» «Non parla mai…»
Mio padre è morto quando avevo quattro anni. Si è messo una pistola in bocca e bam, ha premuto il grilletto. È stato dopo aver perso il lavoro, anche se la gente mormora che un po’ strano lo è sempre stato.
«Male di vivere… È morto di male di vivere.» Dice a tutti mia madre. E quando mi guarda con i suoi occhi carichi di compassione capisco che sì, è convinta anche lei che farò la sua stessa fine.
E il fatto è che credo abbia ragione. Sento strisciare e farsi largo lentamente questo male di vivere di cui parla. Scivola piano dentro di me, trascinandomi cellula dopo cellula verso l’oblio. La sensazione di vuoto che diventa una voragine, come una montagna crepata che si sgretola. Un castello di carte che crolla in un processo inarrestabile. Forse per questo cerco di riempire quel vuoto con più panini che posso. È come mettere un tappo al buco che si crea. So che il mio rattoppare non funzionerà per sempre, ma al momento non posso fare di meglio.
Appena riesco ad alzare tutti i miei chili, svuoto altre due borse sul letto. Cinque euro. Li afferro e mi muovo verso l’ingresso. Infilo le scarpe senza metterle veramente, lasciando i talloni fuori. Mi chiudo la porta alle spalle stringendo tra le mani la banconota, fingendo che sia la foto di mio padre.
Mentre attraverso più veloce che posso la strada, faccio il calcolo di quanti panini mi verranno con la cifra racimolata. Ho bisogno di tutto il cibo possibile per riempire il vuoto di oggi.

 

Il racconto che avete letto è opera di Giulianaleone ed è risultato il migliore del Contest a tema Denari. La boa da seguire era stata scelta da Bee (vincitrice del Contest sull’elemento Acqua).
Il tema scelto era: Denari.

Bisognava rispettare la seguente boa:

Qualcuno ha fame (non fame metaforica, ma fame di cibo)..

Il limite massimo di caratteri era di 15.000, spazi inclusi, con 200 di tolleranza.

 

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Il racconto che avete letto è opera di Giulianaleone.

 

 

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