Stormwatch, dei Jethro Tull – Recensione

Artista: Jethro Tull
Album: Stormwatch
Anno: 1979
Durata: 59 minuti e 37
Tracce: 14
Etichetta: Chrysalis

Se cercate un album denso di emozioni dalla prima traccia all’ultima, questo è il CD che fa per voi. Si tratta di un disco che i critici fanno rientrare nella cosiddetta trilogia folk, ma se si ascolta attentamente ci si rende conto che questo lavoro non ha le sonorità tipiche, ad esempio, di “Heavy Horses”. Grande album progressive rock, porterà nelle vostre case una vera e propria ventata di aria fresca!
Quella che sto recensendo è una ristampa di “Stormwatch” che riporta la dicitura “Digitally remastered with bonus tracks”, per cui alle 10 tracce dell’album sono state aggiunte quattro canzoni che erano state registrate nelle session per questo album ma sono state escluse dal vinile per mancanza di spazio.
Rilasciato nel 1979, è uno dei dischi più belli dei Jethro Tull: io non concordo assolutamente con chi dice che si tratta di un album cupo, ma si tratta sicuramente della loro opera più intensa dal punto di vista emozionale.
Ci troviamo di fronte a un periodo piuttosto doloroso per la band in quanto il bassista John Glascock, dopo aver suonato solo in tre canzoni di questo disco (“Flying Dutchman”, “Orion” e “Elegy”), ha dovuto attaccare il basso al chiodo a causa di problemi cardiaci, per poi passare a miglior vita qualche giorno dopo, proprio durante una data del tour promozionale.
La morte del bassista ha avuto due conseguenze: non solo Ian Anderson, oltre alle parti di flauto, ha dovuto suonare anche le rimanenti parti di basso, ma è bene anche sottolineare che questo evento doloroso ha causato dei litigi intestini che hanno portato all’abbandono da parte del batterista Barriemore Barlow. Infatti, nell’album successivo, Barlow viene sostituito da Mark Craney e poi, in “The Broadsword And The Beast” del 1982, da Gerry Conway.
L’atmosfera che fa da sfondo alla registrazione di questo disco è sottolineata molto bene dalla copertina (che rappresenta Ian Anderson che scruta una tempesta con un binocolo).
Nonostante ci sia questa tristezza, rassegnazione e disillusione di fondo (sottolineata da canzoni bellissime come “North Sea Oil”, “Orion”, “Home” e “Dark Ages”), i Jethro Tull sembrano comunicare che non bisogna mai cedere alla disperazione e che la speranza è sempre l’ultima a morire: tutto questo grazie a “Something’s On The Move”, a mio avviso il brano più bello dell’album. Nonostante il ritornello faccia riferimento al tempo atmosferico, secondo me bisogna interpretarlo come: “Non mollare mai, non smettere mai di sperare!”.
Questo è un album consigliatissimo che si merita cinque meritatissime stelle! Buon ascolto e… long live rock’n’roll!

 

Voto: 5Stellina-nuova1

timbro1

 

La recensione che avete letto è opera di IloveKaori.


 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *