Chronicae – Festival del romanzo storico: intervista a Valerio Massimo Manfredi

logo-chronicae-home-mid-oroDopo un viaggio lungo e incredibilmente interessante, siamo infine arrivati all’ultima intervista del ciclo dedicato agli autori presenti a Chronicae – Festival del romanzo storico.
L’ordine di pubblicazione ha seguito quello in cui sono saliti sul palco: Jason Goodwin (intervista QUI), Simone Sarasso (intervista QUI) e Andrea Molesini (intervista QUI), Roberto Bui alias Wu Ming 1 (intervista QUI), Marcello Simoni (intervista QUI) e Carlo Adolfo Martigli (intervista QUI), Valerio Massimo Manfredi.

Foto di Alessandro Magagna
Foto di Alessandro Magagna

Valerio Massimo Manfredi: laurea in Lettere classiche, specializzazione in Topografia del mondo antico, ha insegnato nelle Università di Venezia, Milano, Parigi, Chicago. Giornalista scientifico, autore di soggetti per il cinema e la televisione, ideatore e conduttore di trasmissioni divulgative. Man of the year nel 1999, Commendatore della Repubblica nel 2003, Premio Hemingway nel 2004, Dante d’oro alla carriera nel 2014. Autore di innumerevoli saggi storici e di bestseller venduti in tutto il mondo, da cui sono stati tratti colossal cinematografici; tra i più noti Lo scudo di Talos, L’ultima legione, L’armata perduta, la Trilogia di Ulisse e la Trilogia di Aléxandros

L’intervista a Manfredi si svolge in due tempi. Dato che per giorni è stato ripetuto a Bee che non avrebbe avuto occasione per parlare con il maestro, ha scelto la domanda più “personale” tra quelle della lista e l’ha posta alla fine del dibattito, nei dieci minuti dedicati alle curiosità del pubblico. Ecco perché la prima risposta è così lunga, articolata e appassionata.
Le domande successive sono state poste dopo la firma degli autografi, quando ormai era passata la mezzanotte e tutti non vedevano l’ora di tornare a casa. Si aggiunga che l’ultima persona con cui Manfredi ha dovuto avere a che fare era una ragazza adorante fino all’ossessione, che continuava a chiedere un ulteriore volume di non si è capito bene quale saga, nonostante il maestro continuasse a ripeterle che no, il protagonista è morto e la storia non si può cambiare, per cui non avrebbe scritto altro. Anche un monaco zen avrebbe avuto i nervi tesi. Ecco perché le risposte sono così corte e dal tono infastidito.

È scrivereCome è nato il suo interesse per la storia e, parallelamente o forse conseguentemente, per il romanzo storico? Da dove parte il tutto?

Valerio Massimo Manfredi – Mah, io non credo di avere un particolare interesse per la storia.

È – *l’intero auditorium ride* Ah, a posto.

VMM – Mi interessano tante altre cose, che non sto a dirle perché a volte sono molto personali. *risate fra il pubblico* Nondimeno la storia l’ho attraversata, e l’ho attraversata convinto che fosse una buona idea. Che è diverso dall’avere una passione. La gente che ha passione di questo e di quello… la gente ha anche passione di giocare a briscola o a poker, insomma. Diciamo che è stato un itinerario che ho percorso, ma è un itinerario inevitabile. Non possiamo evitarla, ci stiamo dentro fino al collo. La cosa che possiamo fare è conservarla e capire il messaggio; capire cosa può succedere come è già successo. Sto leggendo un libro stupendo di Arnold J. Toynbee, che si chiama Civiltà a confronto, e lui fa capire perché la cultura antica, la civiltà classica, è così interessante e affascina così tante persone, attrae così tanto. Perché è conclusa, non scappa: tu hai lì un evento, una serie di eventi, hai un’avventura, hai un fluire di eventi tutti intersecati l’uno con l’altro, che alla fine hanno un significato; e puoi seguirlo tutto, perché la storia è ferma, è finita, è morta, non c’è più niente, puoi fare l’autopsia, puoi dire: è successo questo, poi è successo quello, poi quello, poi ha avuto queste conseguenze, qui è salita, salita, salita, poi stazionaria, poi ha cominciato a scendere, poi improvvisamente un’accelerazione e poi la catastrofe; come funziona tutto questo? Quindi lo mette a confronto con la nostra, ipotizzando che possa concludersi, questa considerazione che è una sorta di profezia. È un libro pazzesco! Assolutamente straordinario, una meraviglia. Ora, la storia è il nostro elemento; e quanto al narrare, la narrazione è un fatto che facciamo tutti i giorni, lo facciamo in continuazione, l’ho fatto io adesso, l’avete fatto voi oggi, lo farete tornando a casa e raccontando cosa avete ascoltato, se vi è piaciuto o se non vi è piaciuto. La narrazione è un fatto spontaneo. Ma c’è un tipo di narrazione che raggiunge limiti inattingibili, e questo è un privilegio della nostra mente. Per quello che mi riguarda io non ho mai creduto molto alle scuole di scrittura creativa, perché penso che l’elemento fondamentale sia un dono di natura, che noi chiamiamo talento. Quello non te lo può insegnare nessuno. Quello che ti possono insegnare è come. Quando ero bambino c’erano queste scatole di colori della Fila, che si chiamavano Giotto, e si vedeva sul davanti della scatola una scena in cui c’era un ragazzetto che faceva lo schizzo di una pecorella su una roccia, con un carboncino, e appoggiato a un albero c’era un signore più grande, con una specie di cappuccio e con la calzamaglia, come abitualmente rappresentiamo gli uomini del duecento o del trecento, ed era Cimabue, ovviamente. È una storia del Vasari, che dice che Cimabue, grande pittore, un giorno vide questo pastorello che tracciava un ritratto di una delle sue pecorelle. È sicuramente falsa questa cosa, perché se c’è una cosa che Giotto non sa fare sono le pecore, sembrano degli scarafaggi. *il pubblico ride di gusto* Lui lo vede e dice: vieni con me, vieni nella mia bottega. Ed è lì che diventa Giotto. Cioè, lui era Giotto anche prima, il talento l’aveva, ma il maestro lo vede e lo capisce. Se ipoteticamente non fosse passato di lì Cimabue lui sarebbe sempre stato Giotto, in nuce sarebbe sempre stato il genio che poi si manifestò, ma non si sarebbe mai manifestato. Ora, per me è stato del tutto casuale, cioè una volta facevo delle collaborazioni con una piccola casa editrice di Bologna e l’editor – la signora Biscardi, moglie di Angelo Panebianco, noto editorialista del Corriere della Sera – mi disse: senti, tu sei uno studioso del mondo antico, perché non mi fai una bella storia? Vogliamo fare una collana di narrativa originale, con diritti d’autore eccetera. Perché non mi scrivi una bella storia? Dissi: guarda, io non l’ho mai fatto, non so, posso pensarci? Così andai a casa, presi un testo di Erodoto – era l’ultimo che avevo consultato, ovviamente si è aperto nella pagina dove l’avevo chiuso, perché uno leggendo fa così *apre le mani mimando due pagine spalancate* e ci viene la divaricazione – e scoprii, leggendo, che i 300 di Leonida alle Termopili in realtà furono 298, perché due si salvarono. E io dissi: ma come mai questi qui si salvano? E mi vennero tante, tante, tante idee. E mi sembrò una cosa straordinaria: questi due sopravvissuti a quel massacro, ma chi erano? Cosa facevano? Cosa ne è stato di loro? Ho continuato a leggere, leggere, leggere e il giorno dopo le ho mandato una letterina – per fax *risatine tra il pubblico* – con scritta la trama del mio racconto. Quel racconto sarebbe stato poi uno dei libri più di successo che abbia avuto, si chiama Lo scudo di Talos ed è un libro che ancora, solo in Italia, ristampa ogni anno tra le quaranta e le cinquantamila copie. *si china in avanti, guarda Bee in faccia, sorride* L’ho scoperto per puro caso.

È scrivereQuali sono i motivi per cui ha scelto di dedicarsi al genere del romanzo storico?

Valerio Massimo Manfredi – Tutti i romanzi sono storici, non ne conosco che non lo siano. Quindi non ho scelto niente. Cioè, voglio dire, le mie opere si ambientano in qualunque tempo, in qualunque epoca e in qualunque modo. *Bee lo guarda perplessa, incapace di capire se la risposta è finita o se deve aspettare ancora. Manfredi si accorge della sua perplessità* Non lo sa questo?

ÈSì, lo so *in realtà non ha capito nemmeno cosa deve sapere* riferisco solo domande fatte da altri.

VMM – Insomma, è impossibile uscire dalla storia: ci siamo dentro, come facciamo?

ÈCome ha detto prima, giustamente.

VMM – Appunto. Comunque se si intende un tempo più o meno lontano dal nostro, io ho storie ambientate negli anni ’30, negli anni ’80, negli anni ’70, nel terzo millennio, c’è di tutto.

ÈStorico, topografo, scrittore, sceneggiatore, giornalista, conduttore: con quale di queste definizioni si identifica di più?

VMM – Con nessuna.

ÈNessuna? Quindi lei come si definirebbe se dovesse dire: “io sono…”?

VMM – Col mio nome e il mio cognome.

È“E nella vita faccio…”?

VMM – Beh, quello che mi piace.

ÈBeato lei! Come crede si collochi, soprattutto a livello qualitativo, il romanzo storico made in Italy nel panorama letterario mondiale? Riusciamo a sfruttare il nostro bagaglio storico-culturale?

VMM – Mah, non lo so. Non si può fare di ogni erba un fascio. Ci sono degli autori pessimi, ci sono degli autori abbastanza bravi, ci sono degli autori molto bravi, insomma dipende. E poi lo scopo di un romanzo non è quello di dare delle nozioni, ma delle emozioni. Se uno vuole veicolare la nostra storia lo fa in un altro modo.

ÈDecide fin dall’inizio di scrivere trilogie o è la storia che vuole di raccontare che pretende più spazio? È una scelta pianificata o… succede?

VMM – A volte può essere pianificata, a volte no.

ÈUltima domanda, poi la lascio andare: qual è il romanzo, tra i suoi ovviamente, a cui è più legato?

VMM – Nessuno in particolare.

ÈLi ama tutti?

VMM – Beh, sì. Cioè, amore è una parola molto grossa.

ÈCe n’è uno che, se potesse, riscriverebbe?

VMM – Un po’ l’ho fatto. Il terzo (della trilogia Il mio nome è Nessuno, NdR), L’oracolo, è in parte riscritto. Non mi piaceva il finale.

Qui Manfredi saluta tutti, per poi andarsene di gran carriera. Lo ringraziamo per il tempo che ci ha dedicato, ci scusiamo per il disagio che possiamo avergli causato e ci auguriamo che in futuro possano presentarsi occasioni più favorevoli per scambiare quattro chiacchiere.
Di nuovo un sentito grazie a tutti gli autori, agli organizzatori che ci hanno concesso tempi e spazi, e tutti voi che ci avete seguito, ci avete letto e ci avete “piacizzato” e condiviso sui social.
Se volete sapere anche cosa è stato detto durante i dibattiti, non perdete il prossimo numero di È magazine, con il reportage dedicato al Festival.

La nostra inviata:

Bee

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