Chronicae – Festival del romanzo storico: intervista a Carlo Adolfo Martigli

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Eccoci qui, con la penultima intervista del ciclo dedicato agli autori presenti a Chronicae – Festival del romanzo storico.
L’ordine di pubblicazione ha seguito quello in cui sono saliti sul palco: Jason Goodwin (intervista QUI), Simone Sarasso (intervista QUI) e Andrea Molesini (intervista QUI), Roberto Bui alias Wu Ming 1 (intervista QUI), Marcello Simoni (intervista QUI) e Carlo Adolfo Martigli, Valerio Massimo Manfredi.

Carlo Adolfo Martigli: toscano, da sempre legato al teatro sia come attore che come regista. Come scrittore esordisce nel 1995 con Giunti, con un libro di favole in endecasillabi, Duelli castelli e gemelli. In seguito pubblica Lucius e il diamante perduto e Thule, l’impero dei ghiacci con Mondadori, nonché più di venti volumi della collana Super Brividi con lo pseudonimo Johnny Rosso. Nel 2009 pubblica con Castelvecchi il bestseller 999 l’ultimo custode, sulla figura di Pico della Mirandola. Con Longanesi ha pubblicato L’eretico (2012) e La congiura dei potenti (2014).

Che Carlo Martigli sia persona dotata di un forte senso umoristico è chiaro fin da subito: finché Bee intervista Simoni, lui chiacchiera in diretta con Radio Kiss Kiss e passeggia su e giù per il teatro, e gli scambi di battute che si sentono arrivare ogni tanto fanno scoppiare a ridere tutti. Alla fine dell’intervista Bee riesce a rimanere con lui nella saletta degli autografi ormai diventata sala stampa, ma il teatro si sta già riempiendo di spettatori per il dibattito in programma e il tempo è poco. Ecco cosa siamo riusciti a dirci.

È scrivereQuali sono i motivi per cui ha scelto di dedicarsi al genere storico?

Carlo Martigli – Mah, io non è che mi dedico soltanto al genere storico, il genere storico è uno dei generi che prediligo, perché credo che attraverso la storia si possano dire determinate cose senza essere tacciati di appartenere all’una o all’altra squadra. Quindi è una maniera, forse anche un po’ subdola e un po’ divertente, per cui io dico quello che penso – naturalmente procurando tutte le emozioni possibili e immaginabili, perché un libro è bello quando emoziona ed è brutto quando non emoziona – ma dicendolo attraverso la formula storica lo esprimo senza essere etichettato, e questo mi piace molto.

ÈMolto intelligente come risposta!

CM – Grazie. *sorride scherzoso*

ÈQuanto è importante una documentazione accurata per poter scrivere un buon romanzo storico?

CM – Allora, nella regola delle cinque C, quella che ho individuato per avere successo, ci vuole Cuore, ci vuole Cervello, ci vuole Costanza e ci vuole Competenza. La quinta C non la dico perché tanto è facilmente immaginabile. *ridono* Quindi la competenza è una delle cose fondamentali. Per dire, perfino Famiglia Cristiana, pur con tutto quello che scrivono, mi ha riconosciuto il rigore storico. Cosa per esempio che non appartiene per nulla a Danilo Marrone. *Bee aggrotta le sopracciglia* Lo conosciamo tutti: Dan Brown. *Bee dentro di sé erige una statua in oro zecchino a Martigli: anche lei fa il gioco dei nomi tradotti, ma con gli attori* Danilo Marrone è uno che prende a badilate la nostra cultura, la rovescia in maniera totalmente ignorante e quindi non fa nessun tipo di analisi storica, legge da Wikipedia quelle che sono le notizie e poi ce le butta dentro. Invece ritengo che sia una correttezza nei confronti del lettore non ingannarlo.

ÈLa sesta C…

CM – Quindi conoscere ciò di cui si scrive è molto importante. Su dieci ore, diciamo così, di dedica alla scrittura, per quanto mi riguarda nei romanzi storici ne dedico almeno otto alla ricerca.

ÈAlla faccia!

CM – Sì, e mi diverto moltissimo, perché andando alle fonti scopro delle cose straordinarie, divertentissime, e che mi hanno aiutato moltissimo a realizzare il mio spettacolo teatrale: Inganni, le bugie della storia. Quindi attraverso questo ho scoperto tante di quelle cose documentate, cose in cui noi continuiamo a credere, che in realtà sono dei falsi…

ÈQuanto deve esserci di reale in un romanzo storico? Come decide quanto spazio dedicare alla realtà storica e quanto invece al mondo fittizio?

CM – Secondo me l’impianto della narrazione deve essere vero, questo proprio per non ingannare il lettore. Poi naturalmente tutto quello che è la trama eccetera fa parte dell’invenzione dello scrittore. Chi ha insegnato come si fa un romanzo storico – che nel mio caso direi che è quasi più un romanzo di carattere popolare, e mi scuso per il paragone che faccio – è Manzoni. Perché Manzoni cosa fa? Prende la grande storia, quella vera, e la trasferisce: gli effetti della grande storia li va a trasferire nelle piccole storie dei personaggi, totalmente inventati. Allora questa unione della grande storia, delle vere cose della storia, che vanno a determinare i comportamenti dei piccoli uomini e donne che sono soggetti a queste cose, rende la lettura piacevole, coerente e anche molto emozionante. *Bee, che ama Manzoni anche se tutti lo schifano, ha gli occhietti che brillano*

ÈMa perché i Promessi Sposi non piacciono, di solito?

CM – Non piacciono per un principio per cui tutto ciò che è obbligatorio non piace. *Bee annuisce, tutti i presenti nella saletta annuiscono* Nel momento in cui si legge qualche cosa in maniera piacevole si scoprono delle cose meravigliose. Io una volta mi son trovato con trecento ragazzi, a Latina, dopo che un professore mi aveva presentato per dieci minuti in una maniera pallosissima; ho cominciato a parlare nello stesso tono di quel professore e ho detto ai ragazzi: benissimo, a questo punto penso che sia importante leggervi una lettera che ha scritto nel 1509 il Machiavelli, la scrive a Luigi Guicciardini… naturalmente Machiavelli, sapete, Il principe… Luigi Guicciardini, fratello di Francesco, che ha scritto le Storie d’Italia… Questi ragazzi stavano già morendo.

È – *ridacchiando come una matta* Poveretti!

CM – Io leggo loro questa lettera, dove il Machiavelli racconta la sua avventura con una prostituta. Dicendo tra l’altro, inizialmente, non in questi termini ma in un linguaggio da trivio che è impossibile ripetere se non con la presenza di un avvocato, “beato te che lo puoi fare” – perché Luigi Guicciardini si è appena sposato – “tutte le volte che vuoi” – Machiavelli è ancora signorino – “mentre io, accecando per carestia di matrimonio…” – quindi già a quell’epoca si sapeva che un certo tipo di esercizio provocava la cecità. Questa è la ricerca delle fonti. E attraverso la ricerca delle fonti si scoprono appunto le cose straordinarie.

ÈE i ragazzi entusiasti!

CM – I ragazzi… alla fine volavano scarpe, cappelli, sedie. E dopo quindici giorni mi chiama la preside di questo liceo di Latina e mi dice: Martigli, lei ha provocato un dramma. No, mi dispiace, non volevo. No, no, ma in senso positivo, perché adesso i ragazzi chiedono tutti agli insegnanti di poter andare a leggere i testi in origine. L’Ariosto, che è divertentissimo, il Machiavelli, il Guicciardini… ma basterebbe leggere il Vasari! Le vite di Vasari sono qualcosa di straordinariamente divertente. O addirittura leggere, per me è stato fondamentale, le memorie del Burkhardt: lui è stato il maestro di cerimonia di cinque papi, tra il 1470-80 e il 1510, più o meno. E ha scritto questo diario – che era poi la sua polizza sulla vita, perché ne aveva due copie, una la scriveva e l’altra la teneva nascosta – e ha raccontato per filo e per segno tutto quello che accadeva, quasi tutti i giorni, meno che per una ventina di giorni quando fu ucciso Juan, il figlio di Alessandro VI, il fratello di Cesare Borgia, perché probabilmente erano implicati nell’uccisione di Juan sia Cesare che il padre, quindi lì non osò scrivere. Ecco, a leggere questi testi si scoprono delle cose straordinarie e ci si diverte! Naturalmente nel momento in cui sono obbligatorie… da una parte gli insegnanti che non hanno più voglia di insegnare, dicono: leggete questa cosa qui. Leggete? Che pizza!

ÈDall’altra gli studenti che non hanno più voglia di imparare…

CM – Esatto. Ma anche perché il modello che viene loro insegnato da tutti, dai media, dalla televisione eccetera, è che le ragazzine sognano di fare le veline, cioè le prostitute, per avere successo nella vita e i ragazzi vogliono fare i calciatori.

ÈNon più. Ora vogliono fare i tronisti.

CM – Tronisti, calciatori… l’importante è raggiungere, senza l’impegno e attraverso le scappatoie, la ricchezza e il successo. Naturalmente è un modello del tutto fallimentare. C’è una cosa interessante, proprio su questa società decadente che è quella nostra attuale: l’Italia è uno dei paesi europei dove si legge meno, il 62% della popolazione italiana legge meno di un libro l’anno; è stato fatto, da un ente internazionale che fa parte dell’Onu, un rapporto assolutamente parallelo tra il popolo che legge e i risultati economici del paese: più si legge, più il paese guadagna. *cala un silenzio di tomba* Ecco, basta dire questo…

ÈE abbiamo detto tutto. Dunque *esce dall’imbambolamento* dov’ero arrivata? Questo gliel’ho già chiesto? Sì… dunque… che consigli darebbe a chi vuole cimentarsi nello scrivere un romanzo storico?

CM – Allora, a prescindere che in Italia ci sono più scrittori che lettori, per cui bisogna che intanto ci siano lettori. Ma il consiglio che do – non tanto e non solo per scrivere un romanzo storico, ma per scrivere – è quello di leggere. Cioè, si dice “imparare a leggere e a scrivere”, non “imparare a scrivere e a leggere”. Io ho un amico cretino che ha pubblicato un libro e mi ha detto: ah, da quando l’ho scritto ho smesso di leggere, per non farmi influenzare. Io gliel’ho detto, perché è un amico, gli ho detto: sei cretino. Come se un musicista smettesse di ascoltare musica. Allora, per scrivere un romanzo storico, per scrivere un romanzo, o per scrivere qualunque cosa, bisogna leggere. Leggere, leggere, leggere, leggere. Il Borrelli (Francesco Saverio, ex magistrato, NdR) diceva: resistere, resistere, resistere. Io dico: leggere, leggere, leggere. Poi, se vogliamo fare un romanzo storico, documentarsi su quel periodo. Perché il pubblico lo sente se stiamo raccontando delle balle oppure se stiamo aiutando a emozionare, a emozionarci quando si scrive, ma contemporaneamente anche a non raccontare storie. Ecco, noi dobbiamo essere dei cantastorie, non dei contastorie.

ÈBellissima! *Dal teatro fanno cenni perché è ora di cominciare il dibattito* Cinque minuti! Secondo lei come si colloca a livello qualitativo il romanzo storico made in Italy nel panorama letterario mondiale? Riusciamo a sfruttare il nostro bagaglio storico-culturale?

CM – Poco. Poco perché in Italia c’è una pletora di pseudo-romanzi storici che ha fatto calare l’attenzione proprio sul romanzo storico edito in Italia. Purtroppo, nonostante il fatto che noi abbiamo avuto Umberto Eco, che ha sdoganato il romanzo storico nel mondo – sono venuti dopo, gli altri, voglio dire i Follett o gli Smith – se si va a vedere nelle librerie abbiamo una serie di titoli di romanzi storici, editi da pseudo-case editrici o da pseudo-scrittori, che riempiono gli scaffali e sono delle porcherie assolute. Per cui quando si va alle fiere – come al Book Fair di Londra o di Francoforte, che sono le più importanti, o a quella di New York – è chiaro che di fronte a tanti titoli, nella pochezza generale, non riescono a uscire nemmeno i romanzi storici più interessanti. Non dico per me che sono più che fortunato, a essere uscito in ventidue o ventitré paesi nel mondo, però in generale ci sono dei bravissimi giovani, o meno giovani, romanzieri storici che però non riescono a uscire, perché c’è anche una massa eterogenea di pseudo-scrittori che non sanno nemmeno l’italiano.

È – *annuisce schifata* Già! Due domande al volo, perché poi purtroppo mi tocca lasciarla andare. Una: preferisce scrivere per adulti o per ragazzi?

CM – Mi diverto a scrivere per tutti e due, perché comunque mi diverto fondamentalmente a scrivere. Scrivere per me è la passione. Io otto anni fa ho rinunciato allo stipendio fisso da dirigente di banca, giravo l’Europa con la carta di credito aziendale, mi ci compravo anche i calzini o le mutande; al primo contratto che il mio agente ha fatto con una casa editrice ho dato le dimissioni. Ho dato le dimissioni perché credo che la scrittura, lo dico da maschio, per me è come una donna, alla quale devi dedicare totalmente tutta la vita. Devi esserne innamorato, devi provare passione immensa, dedizione totale, ci devi stare giorno e notte insieme, non deve esistere domenica, Natale, compleanni eccetera, e la devi amare. Se poi hai la grandissima fortuna che lei ti riami, hai fatto il colpo. Io sono stato molto fortunato.

ÈLei quante ore al giorno scrive?

CM – *prende un respiro lunghissimo* Non so nemmeno. Perché non è importante scrivere, è molto importante anche pensare. Quindi si può chiedere: quante ore dedico alla scrittura, in generale? Posso dire che anche quando dormo rifletto, per me sono ventiquattr’ore. Poi il momento della scrittura, cioè l’andare al computer a scrivere materialmente le cose, può essere un’ora come possono essere otto ore. Ma l’importante è pensare. Pensare, riflettere, leggere, informarsi, stare a occhi chiusi e pensare a come risolvere una scena. Tutte queste cose sono fondamentali per arrivare a una scrittura piena di emozioni e piena di cose, belle o brutte, che però riempiono la pancia delle persone.

ÈUltimissima: prossimi progetti, letterari e non?

CM – Beh, ho questo spettacolo teatrale che porto in giro, che si chiama Inganni, le bugie della storia, molto simpatico, con un musicista, tutto live, per cui ci si diverte anche a scambiarci le battute. Ho un prossimo libro che sarà ambientato nel 1903, una cosa molto particolare. Un altro libro che sto finendo, che è molto divertente, dedicato al cibo… *ridacchia* una specie di strana storia della mia famiglia dedicata al cibo. E poi, nel cassetto, almeno una quindicina di libri che devo scrivere, che mi dovrei clonare per poter finire.

ÈO assumere un ghost writer.

CM – No! Il ghost writer mi fa schifo. È come dire: se devo avere dei rapporti con mia moglie chiamo un signore e gli dico “ti dispiace andare a letto con mia moglie perché io non c’ho il tempo di farlo?”. Voglio dire, amando la scrittura in quel modo non posso certo dire a un altro di sostituirmi.

Qui, a malincuore, Bee ha dovuto salutare Martigli e lasciarlo andare al dibattito, di cui parleremo nel reportage dedicato al Festival sul prossimo numero di È magazine. Le domande che avrebbe voluto ancora porgli sono decine, ma il tempo è stato tiranno.
Essendo stato l’autore che più di ogni altro ha adorato ascoltare, non poteva non essere quello con il minor tempo a disposizione: la legge di Murphy è sempre in agguato.
Ringraziamo ancora Carlo Adolfo Martigli per la sua disponibilità e per la sua immensa, incontenibile, balsamica simpatia, e vi diamo appuntamento all’ultima intervista di questo ciclo: Valerio Massimo Manfredi.

La nostra inviata:

Bee

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