Chronicae – Festival del romanzo storico: intervista a Roberto Bui alias Wu Ming 1

logo-chronicae-home-mid-oroEccoci qui con il quarto articolo dedicato a Chronicae – Festival del romanzo storico e alle interviste che gli autori presenti hanno rilasciato alla nostra Bee.
Vi ricordiamo che l’ordine di pubblicazione segue quello in cui sono saliti sul palco nel corso delle quattro giornate del Festival: Jason Goodwin (intervista QUI), Simone Sarasso (intervista QUI) e Andrea Molesini (intervista QUI), Roberto Bui alias Wu Ming 1, Marcello Simoni e Carlo Adolfo Martigli, Valerio Massimo Manfredi.

Roberto Bui, alias Wu Ming 1: membro del collettivo Wu Ming, band di romanzieri derivata dal fu Luther Blissett project. Il gruppo ha dato alle stampe innumerevoli romanzi, tra i più noti Q (1999) e il sequel Altai (2009), le prime due parti del Trittico Atlantico: Manituana (2007) e L’armata dei sonnambuli (2014). E ancora Asce di guerra, 54, la raccolta di racconti Anatra all’arancia meccanica, decine di saggi e romanzi brevi. Inoltre ogni WM ha pubblicato diversi libri solisti; WM1 è autore di New Thing (2004) e Point Lenana (2013).
Oltre alla scrittura si dedicano alla musica: nel 2012 è nato Wu Ming Contingent (WM2, WM5, Yu Guerra e Cesare Ferioli) e nel 2014 è uscito Bioscop, album tematicamente collegato a L’armata dei sonnambuli. Per seguire ogni loro iniziativa basta leggere il blog Giap: LINK.

Dopo una giornata intera passata a braccare autori e a costringerli su una seggiola per porre loro le domande, ormai Bee non si fa più scrupoli: entra nel teatro chiuso al pubblico, avvicina WM1 mentre fa le prove per lo spettacolo Zó Bòt che si terrà un’ora dopo, e lo rapisce. Ringraziamo in ginocchio Giacomo Brunoro (organizzatore del Festival) che ci ha messo una buona parola e Roberto Bui che si è prestato al rapimento, regalandoci un’intervista eccezionale.
Buona lettura!

È scrivereQuali sono i motivi per cui avete scelto di dedicarvi al genere storico?

WM1 – Dunque, noi all’inizio degli anni ’90 leggemmo tutti i libri di James Ellroy che erano stati pubblicati fino a quel momento in Italia, e culminammo questo ciclo di letture collettive – cioè a un certo punto ci siamo tutti diretti verso Ellroy e il suo particolare approccio alla storia d’America – all’inizio del 1995, quando è uscito American tabloid, che per noi in quel momento era veramente il culmine della sua produzione. Ci piaceva molto il fatto che lui avesse queste trame ipertrofiche: intrecci complicatissimi, strapieni, con centinaia di personaggi; quindi romanzi multiformi, corali, polifonici, pieni zeppi di personaggi storici realmente esistiti, che lui mostrava in situazioni a dir poco imbarazzanti, e con sullo sfondo un lavoro di documentazione enorme. Ci piaceva molto questo insieme di elementi e dicevamo: questo approccio spregiudicato nei confronti del materiale storico, questa smitizzazione degli Stati Uniti d’America, andrebbe fatto anche in Europa.
*nel frattempo il sound check impedisce di sentire anche i propri pensieri, quindi ci spostiamo nella saletta per gli autografi, in cui ormai Bee ha piantato le tende*
Insomma, dicevamo: quale potrebbe essere il corrispettivo di un lavoro del genere fatto in Europa? L’Europa è un continente con una storia molto più lunga, plurimillenaria, mentre gli Stati Uniti hanno pochi secoli di storia molto concentrata; quindi Ellroy ha delle ambientazioni molto vicine a noi, i suoi romanzi dell’epoca si svolgevano negli anni ’40 e ’50 – e ’60 American Tabloid, perché apriva un nuovo ciclo che andava dall’inizio degli anni ’60 fino allo scandalo del Watergate. Ci chiedemmo come fare un lavoro del genere, che non è precisamente il romanzo storico, è qualcosa di un po’ più estremo, un po’ più deviante rispetto alla norma del romanzo in costume e cose del genere, perché hai un approccio fortemente contemporaneo, anche con calcolati anacronismi, insomma la poetica è un po’ diversa rispetto al romanzo storico. Ellroy infatti molti non lo considerano un autore di romanzi storici, nonostante la sua fiction sia densamente storica e basata sulla storia. Ci dicemmo: il nostro far west sono le guerre di religione del XVI secolo: riforma, controriforma, la guerra dei contadini, queste cose qua. Il cinquecento. Quindi proviamo a portare un approccio ellroyano – come trattamento dei materiali, ma anche per certe soluzioni stilistiche: una lingua molto secca, contratta, paratattica, che apparentemente uno non assocerebbe a quell’epoca – e cerchiamo di adattare questi elementi, mettendoci del nostro, in un romanzo sul cinquecento. Ed è così che è nato Q, che prende anche la struttura di American tabloid: al posto delle intercettazioni delle telefonate fatte dall’F.B.I. ci sono le lettere di Q; con la tecnologia dell’epoca, di fatto è la stessa cosa che succede in American tabloid. Da lì abbiamo un po’ deviato, nel senso che poi il romanzo ci ha chiaramente portato a inventare le nostre soluzioni, però il pungolo iniziale, lo stimolo è stato Ellroy; poi ci siamo allontanati da lui e abbiamo preso altre strade, però la voglia di lavorare in quel modo ha quella precisa origine.

ÈFacendo un giro nel vostro sito e guardando gli annunci viene la domanda opposta: quali sono i motivi per cui avete scelto di smettere di scrivere questo genere?

WM1 – Beh, perché dopo vent’anni c’eravamo un po’ rotti le balle.

È – *ridendo* Temevo sarebbe stata questa la risposta. Ma sceglierete altri generi o… scioglierete il collettivo?

WM1 – No, no, è appena uscito un libro nuovo, Cantalamappa, per bambini. No, vogliamo scrivere altre cose, sempre usando la storia, però fuori dalla cornice del romanzo storico, che noi abbiamo forzato in questi anni: ci abbiamo messo dentro cose diverse, l’abbiamo estremizzata, l’abbiamo allargata, insomma i nostri sono romanzi storici particolari, che escono un po’ dalla gabbia del genere. Diciamo che abbiamo sperimentato a lungo, abbiamo imparato delle cose, e quelle cose lì possono essere applicate anche ad altri tipi di scrittura. Già in questi ultimi anni abbiamo scritto dei libri come Timira o Point Lenana, che non sono romanzi storici anche se sono pieni di storia, sono non-fiction scritte in modo letterario; abbiamo fatto ricerca originale, abbiamo trovato delle storie vere che poi abbiamo raccontato e le abbiamo raccontate andando a intervistare i testimoni, facendo lavoro d’archivio, come se fossimo degli storici però con una scrittura fortemente letteraria, con tutte le tecniche e gli stratagemmi che sono quelli del romanzo storico, ma applicati fuori del romanzo storico, su storie interamente vere. Questa sicuramente è una cosa che andremo a fare, poi appunto libri per bambini…

ÈAdesso potete spaziare.

WM1 – Sì, possiamo spaziare. Partendo dal romanzo storico possiamo andare in molte direzioni.

ÈScriverete dei fantasy? *ormai Bee lo chiede a tutti, e non sa nemmeno lei perché*

WM1 – No, quello non credo, non è proprio nelle nostre corde.

ÈSiete più sul realistico.

WM1 – Sì, anche se poi ci mettiamo dentro il visionario, le allucinazioni, i sogni premonitori, però sempre all’interno di una cornice che parte dalla storia. Quindi inventarci ex novo un mondo, come fanno gli autori di fantasy, non ci viene.

ÈQuindi che fine farà il Trittico Atlantico?

WM1 – Per ora si ferma con L’armata dei sonnambuli. Non è detto che in futuro non ci aggiungiamo un libro, però nessuno ci obbliga a farne un romanzo storico. Il terzo libro del Trittico Atlantico potrebbe avere a che fare col ‘700, con l’Atlantico, però non essere un romanzo storico.

ÈIo dovrei andare in ordine con le domande, ma ce n’è una che voglio assolutamente farle prima che, metti mai, ci interrompano. Vorremmo rubare qualche segreto: come scrivete a più mani? Cioè, come vi dividete le parti, come date un’unica voce al romanzo? Vi correggete tra di voi, vi segate i pezzi a vicenda… come fate?

WM1 – Dunque, ogni libro è stato scritto in modo diverso, perché noi non abbiamo un metodo fisso, ma ogni volta reinventiamo.

ÈEcco perché sembrano tutti diversi.

WM1 – Sono tutti diversi, perché sono diverse le fasi della nostra vita in cui li abbiamo scritti. E poi ogni volta ci siamo inventati delle procedure nuove. Ci sono delle cose che rimangono uguali, di base: prima di metterci a scrivere facciamo un sacco di ricerca e di scalettatura, quindi quando cominciamo a scrivere abbiamo già tutta la storia – se non tutta almeno buona parte – pronta, e siamo in grado di scrivere; sappiamo in ogni capitolo cosa deve succedere, questo è fondamentale. Poi la prima stesura di ogni capitolo viene affidata a un individuo, a un singolo.

ÈVe la tirate a dadi?

WM1 – No, ognuno dice “voglio scrivere io quello lì”. Però solo la prima stesura viene scritta da uno solo, perché poi quando viene portata alla riunione e letta ad alta voce tutti gli altri ci intervengono sopra; uno può dire “non mi convince la seconda metà di questo capitolo, provo a riscriverla io”, e se lo prende. Quindi ogni capitolo continua a ruotare finché non ci soddisfa abbastanza da poterlo aggiungere al file, che poi pian piano diventa il romanzo. Questa è la procedura di base, dopo ci sono mille variazioni, ci mettiamo tante cose, e appunto ogni libro è scritto in maniera diversa. Cantalamappa, ad esempio, questo libro per bambini, è stato scritto in maniera completamente diversa, perché sono quindici storie collegate tra loro: ognuno di noi se n’è prese tre o quattro e una volta che le abbiamo avute tutte abbiamo cominciato a fare i rimandi reciproci e la cornice che le doveva contenere. Quindi veramente tutto un altro metodo rispetto a quello che dicevo prima.

ÈE rispetto allo scrivere da soli è più complicato? Più divertente?

WM1 – Ma è più divertente! *ridono* Devo dire che noi non scriviamo mai veramente da soli, perché anche quando uno segue un suo progetto comunque sottopone sempre agli altri quello che sta scrivendo, per avere dei pareri.

ÈVi fate anche un po’ da editor tra di voi.

WM1 – Sì, di fatto abbiamo il vantaggio di avere già in casa i beta reader, gli editor e tutto quanto. *ride*

ÈChe invidia! Dunque, torno alla scaletta: quanto è importante una documentazione accurata per poter scrivere un buon romanzo storico?

WM1 – È fondamentale! Secondo me – secondo noi – uno deve studiare talmente tanto da non poterne più, a un certo punto gli deve uscire dai pori; deve studiare molto di più di quello che gli servirà, per avere il contesto e per sapersi muovere agevolmente. A un certo punto diventa come si dice nelle arti marziali: impara tutte le tecniche alla perfezione, ripetile all’infinito e poi dimenticatele, perché devono riaffiorare da sole. Nel momento in cui vai a scrivere, quella roba lì devi averla talmente tanto interiorizzata da nemmeno essere conscio che te la stai ricordando, ti deve venire fuori dai polpastrelli. Questo è fondamentale, bisogna veramente studiare, studiare, studiare. Oppure intervistare, intervistare, intervistare, perché dipende dal tipo di lavoro che stai facendo. Però la ricerca è tutto.

ÈE in che modo vi documentate?

WM1 – Eh, dipende dal libro. In questi ultimi libri che menzionavo prima – che sono dei romanzi storici veri, sono non-fiction, son tutte storie vere – abbiamo scelto delle storie i cui testimoni, e anche alcuni dei protagonisti, erano vivi; quindi lì la ricerca è stata anche orale, nel senso un sacco di interviste che poi abbiamo trascritto, su cui poi abbiamo lavorato, che poi abbiamo integrato con ricerche d’archivio e di biblioteca. Invece per quanto riguarda romanzi che si svolgono in epoche lontane chiaramente il lavoro deve essere tutto sulle fonti scritte o pittoriche, perché non ti rimane altro: non hai le voci. Invece più vicino arrivi e più tipologie di fonti hai, quando scrivi una cosa molto vicina nel tempo allora puoi avere i documentari, i filmati, i microfilm dei giornali, puoi avere gli archivi online, puoi fare le interviste, sia a persone che erano vive quando la storia si è svolta che a storici o a persone che se ne sono già occupate. Noi cerchiamo di integrare diverse modalità e diversi approcci: quello giornalistico, quello prettamente storiografico… più tecniche hai, più frecce hai nell’arco e meglio ti puoi documentare. Devi essere disposto ad esempio ad andare a fare le interviste, cosa che molti scrittori non fanno, e nelle interviste devi parlare il meno possibile, devi saper fare le domande giuste e poi soprattutto devi saper ascoltare; è una cosa in cui all’inizio si è un po’ impacciati.

ÈA chi lo dice! *ridacchia*

WM1 – Io adesso sto scrivendo un libro sulla storia del movimento No TAV, in Val di Susa, una lotta che ormai è quasi da un quarto di secolo che va avanti, sono ormai due o tre generazioni, è una cosa che inizia nei primissimi anni ’90, quindi sono già venticinque anni di storia che si sono sedimentati. Lì ho raccolto una marea di giornalini, volantini, pieghevoli, brochure, che son stati prodotti; mi sono guardato un sacco di video, che si sono accumulati in tutti questi anni; sono andato a intervistare – e tuttora lo sto facendo, quasi una volta al mese sto andando in Val di Susa – quindi ormai ho intervistato davvero tanta gente, di varie estrazioni e varie età. Però essendo storia recente, anzi essendo proprio storia presente, a un certo punto da storia diventa cronaca; io sto continuando a seguire tutte le vicende, ma a un certo punto dovrò mettere un limite e dire “arrivo fino a qua”, perché altrimenti uno non finisce più, visto che è una storia che sta continuando. Allora lì ti rendi conto che le fonti sono di tantissimi tipi, diversi tra loro: sono audiovisive, sono testuali, sono corporee, sono olfattive, cioè tu vai là e senti gli odori della Val di Susa. Tutto è una fonte, e il mondo è un archivio. E tante sono le tecniche per poter interrogare le fonti. Tu prima leggi una raccolta di articoli di giornale, poi vai a intervistare una persona dicendo “questa storia qua come la racconta il giornale mi suona inverosimile, dimmi te com’è andata”, quindi fai continuamente una verifica incrociata di tutto; dopo il problema è che la mole di materiale è talmente tanta che è difficile riuscire a sistemarla, riuscire a montarla e trovare le tecniche narrative per poterla raccontare nel modo più chiaro possibile. Chiaramente aumenta la complessità: più sei vicino e più è difficile. Non solo perché sono vive le persone, e magari potresti far inc***re qualcuno, ma proprio perché hai meno prospettiva: se scrivi un libro sugli anni ’50 gli anni ’50 sono lì, li vedi da lontano.

ÈFai uno zoom out e li vedi meglio.

WM1 – Uno zoom out, esatto. Li vedi meglio, hai il distacco che ti consente di affrontarli in blocco: è un’epoca, ben definita. Il movimento No TAV non è un’epoca ben definita, perché ci siamo dentro, siamo ancora nel farsi della vicenda, è più complicato.

ÈCertamente. Nei romanzi che lei definisce “fiction”, quelli che hanno sia una parte reale che una romanzata, come decidete quanto spazio dedicare alla realtà storica e quanto invece al mondo nuovo che create voi?

WM1 – La proporzione, anche lì, cambia da titolo a titolo. In Q, ad esempio, il 99% di quello che abbiamo raccontato è vero e l’elemento di fiction è il collegamento che noi abbiamo fatto tra i vari eventi. Il protagonista, l’io narrante, attraversa tutte vicende realmente avvenute, ma è lui che è immaginario come personaggio; però lui assume dei nomi e delle identità che nelle cronache si trovano, la nostra invenzione è che i vari personaggi misteriosi che abbiamo trovato nelle fonti dell’epoca fossero sempre lo stesso uomo che cambiava nome. Quella è un’invenzione nostra, però vedi che il filo di fiction è veramente sottile: tutto quello che raccontiamo lì in mezzo, di fatto, è realtà storica; l’arbitrio nostro è stato di inventarci un personaggio che avesse attraversato tutte quelle vicende. Nessuno può averle attraversate tutte davvero, è molto improbabile. Come è totalmente un’invenzione nostra che il personaggio che si chiamava Gert a Münster, che è un nome che abbiamo trovato davvero nelle cronache, fosse lo stesso che si chiamava Tiziano a Venezia, è chiaro che non era lo stesso. Ogni volta noi cerchiamo di innervare l’elemento di fiction dentro un mondo di non-fiction, ci piace proprio andare a trovare le fessure *con il dito disegna una riga ondulata sul tavolo* e infilarci dentro quelle fessure lì.

ÈInfatti in, ad esempio, Stella del mattino, tutti sono esistiti, tutto è successo, ma una buona parte è inventata.

WM1 – Sì, perché è vero che tutti quei personaggi nel 1919 fossero a Oxford (J.R.R. Tolkien, C.S. Lewis e Robert Graves, più Lawrence d’Arabia, NdR), però le loro interazioni sono immaginate.

ÈChi lo sa se si sono incontrati…

WM1 – Infatti. Però l’elemento di non-fiction – anche se poi fiction e non-fiction sono dei concetti abbastanza sfumati – il documentale, quello che trovi nelle fonti, in Stella del mattino è enorme, addirittura il fatto che fossero tutti e tre a Oxford in quel periodo. Dopo non hai niente che possa corroborare il tipo di interazioni che tu immagini, il loro rapporto, lì subentra il romanzesco.

ÈQuindi potremmo dire che copre, più o meno, dei buchi? Cioè, noi abbiamo una storia che segue una linea, con qualche buchino *con il dito disegna una linea spezzata* e lì infiliamo la fiction?

WM1 – Questa è un’immagine che può funzionare. Oppure tu hai delle vite parallele molto vicine tra loro… *disegna righe verticali affiancate*

ÈE le unisci.

WM1 – E immagini di incrociarle, esatto. *disegna righe orizzontali sopra le verticali, creando una griglia*

ÈCome scegliete, o meglio sceglievate, il contesto storico in cui collocare i vostri romanzi? Seguite di volta in volta le preferenze di un Wu Ming o la trama e i personaggi nascono già in un preciso periodo?

WM1 – Di solito chiacchierando ci viene in mente un periodo storico, che può esserci fornito da un’occasione di attualità. Ad esempio il Trittico Atlantico è nato nei mesi in cui ci si preparava alla guerra in Iraq, fine 2002 più o meno; l’idea c’era venuta perché c’era un distacco molto forte tra l’opinione pubblica europea e quella americana: mentre in quasi tutti i paesi d’Europa, secondo i sondaggi, dall’80 al 90% della popolazione era contro la guerra in Iraq, negli Stati Uniti era esattamente il contrario. Allora abbiamo detto: questa distanza tra Europa e America è interessante da trasformare in romanzo. Quanto è largo l’Atlantico? Non è una questione di chilometri sulla mappa, c’è una distanza culturale tra le due sponde che delle volte si restringe e delle volte si allarga. Ci sono dei momenti in cui l’Atlantico è più largo e dei momenti in cui l’Atlantico è più stretto, momenti in cui i due mondi sono più vicini e momenti in cui sono più lontani; in quel momento lì erano molto lontani, c’erano due sensibilità che proprio non si incontravano. Allora abbiamo detto: il Trittico Atlantico dovrebbe essere una cosa su come gli Stati Uniti d’America nascono per iniziativa di europei che vogliono staccarsi dall’Europa. Però poi si è modificato come concetto, perché abbiamo detto: nel ‘700 ci sono due rivoluzioni che in qualche modo sono sempre descritte in dialogo tra loro, addirittura una come conseguenza dell’altra, allora facciamo un ciclo di romanzi che sia a cavallo tra queste due sponde dell’Atlantico, quindi il primo la rivoluzione americana e il secondo la rivoluzione francese. Abbiamo cominciato, all’epoca, anche a lavorare sul tentativo di rivoluzione in Corsica, poi fallito; però ci siamo fermati perché non era la pista giusta. Allora siamo andati direttamente sulla rivoluzione francese. L’armata dei sonnambuli doveva essere l’ultimo dei romanzi, invece l’abbiamo fatto prima perché gli altri erano delle false piste. Abbiamo detto: questi non ci funziona di scriverli adesso. Abbiamo ancora dei capitoli di quelle false piste.

ÈChe magari un giorno diventeranno… chissà.

WM1 – Chissà!

ÈI vostri romanzi storici sono molto spesso uno specchio impietoso del mondo odierno, e quest’ultimo, L’armata dei sonnambuli, non fa eccezione. Analizzando il passato possiamo capire il presente, ma se analizzassimo il presente cosa dovremmo aspettarci dal futuro?

WM1 – Questa domanda esula un po’ dal romanzo storico. Dovresti fare un’estrapolazione del presente – ed esiste quel filone di letteratura futurologico/futuribile, che però negli ultimi venti-trent’anni è entrato molto in crisi, perché l’idea di futuro si è fatta più angusta: mentre negli anni ’40 e ’50 c’era un’idea di futuro lunga e si ambientavano i romanzi di fantascienza tipo tra ventimila anni, pensando di poter immaginare cose pazzesche, dagli anni ’70 in poi c’è stata una contrazione e molti romanzi di fantascienza si svolgono “tra qualche anno”.

ÈSì, una cinquantina al massimo.

WM1 – Ma proprio a essere generosi. Che poi non viene neanche specificato, ad esempio i romanzi cyberpunk degli anni ’80 sono quelli che un po’ hanno dato la svolta a questa cosa ed erano delle distopie che si svolgevano… adesso. Infatti le invenzioni degli autori cyberpunk sono diventate realtà, a cominciare dal cyberspazio e dalla realtà virtuale, son tutte cose che oggi fanno parte della vita quotidiana. Perché c’era proprio questa difficoltà a immaginare il futuro, magari lo immaginavi in termini di catastrofe: era esplosa l’atomica, o c’era stata un’epidemia che aveva sterminato tutti, era sempre roba post-catastrofica; questo rispecchiava una crisi che c’è stata nell’immaginarsi il futuro. Quando ero piccolo io, negli anni ’70, questa cosa già iniziava, infatti vedevi i film di fantascienza di vent’anni prima, leggevi gli Urania di prima, e vedevi che erano cose tipo Asimov, che ambientava le storie tra decine di migliaia di anni; poi è finita. Questo per dire che è un punto critico quello toccato da questa domanda, cioè: si può estrapolare il futuro dal presente? Secondo me no. Mentre si può capire il rapporto tra presente e passato, e risalire alle origini dei mali di oggi, non si può prevedere il futuro come qualcosa che linearmente parte dal presente. Secondo me il futuro è sempre prodotto da delle rotture, quindi è molto difficile dire: adesso ci sono questi fili qua *disegna di nuovo linee sul tavolo con un dito* li prolunghiamo e nel futuro sarà così. Tutte le volte che si è provato a farlo c’è stato un difetto di immaginazione, perché il futuro non può somigliare al presente. Ad esempio, se uno guarda la fantascienza degli anni ’50: ci si immaginava, in romanzi ambientati nel 2015, computer grandi come stanze; oggi siamo arrivati al 2015 e…

ÈE il computer ce l’ho in mano. *ride*

WM1 – Appunto. Perché? Perché all’epoca non erano ancora stati inventati il transistor, la microelettronica, i chip di silicio, tutte cose che non erano state previste.

ÈNon hanno seguito quel filo. *indica il punto del tavolo dove prima Roberto aveva disegnato le linee*

WM1 – Non hanno seguito quel filo! I computer valvolari e quelle cose lì non hanno seguito quel filo. Quindi oggi è molto interessante leggere la fantascienza che è stata superata, perché ci racconta dei mondi diversi dal nostro, degli universi paralleli; un romanzo ambientato nel 2015 scritto negli anni ’50 ci racconta l’anno in cui viviamo noi, ma non è questo, è un altro mondo. Questo è bello, è interessante, però non è una previsione del futuro. Di fatto diventa fantasy, perché è un mondo completamente diverso dal nostro, di solito è un prolungamento degli anni ’50. Tornando al TAV, dicono che il TAV Torino-Lione sarà finito, se va bene, nel 2035 – solo il tunnel di base peraltro, nemmeno tutto – e dicono che è un investimento che diventerà redditizio tra settant’anni. Queste sono idiozie: nessuno può prevedere come sarà il mondo tra settant’anni e che tipo di tecnologie ci saranno. Se uno pensa a com’era il mondo settant’anni fa si rende conto che tutto quello che fa parte della nostra vita quotidiana di oggi non c’era. Come avrebbe potuto uno, settant’anni fa, fare un investimento pensando che sarebbe diventato redditizio oggi? Nessuno ha la sfera di cristallo. Questa, insomma, è più o meno la risposta.

ÈBeh, bellissima risposta! *sorride* Quali sono, a parte questo libro sul No TAV, i prossimi progetti – letterari e non – del gruppo?

WM1 – Comincio da quelli non letterari, perché noi abbiamo anche un gruppo musicale: il Wu Ming Contingent sta registrando il secondo disco, dopo quello dell’anno scorso.

ÈOh, che bella notizia!

WM1 – Invece come scrittura: io personalmente ho appena pubblicato un reportage a puntate sul nordest sul sito di Internazionale. Adesso lo sto ampliando e ne sto facendo un libro, che uscirà a giugno e si chiamerà Cent’anni a nordest – è un reportage narrativo sul centenario della Grande Guerra e le contraddizioni del nordest: Veneto, Trentino, Alto Adige, Friuli e Venezia Giulia. Sempre sulla Grande Guerra sto lavorando insieme agli altri tre, perché stiamo scrivendo un libro di storie legate alla Grande Guerra, alcune di fiction altre di non-fiction, intrecciate tra loro, che uscirà alla fine dell’anno – quindi usiamo le lezioni che abbiamo tratto da vent’anni di scrittura di romanzo storico per scrivere un’altra cosa, che ha degli elementi del romanzo storico però non solo, ad esempio c’è una storia che è interamente documentaria – e non ha ancora un titolo. Poi io sto scrivendo il mio libro sui No TAV e Federico, Wu Ming 4, l’autore di Stella del mattino, sta per pubblicare un libro per ragazzi.

ÈGli dica di mettere subito i nomi dei protagonisti, così si capisce. *ride*

WM1 – Sì, sì. *annuisce vigorosamente*

ÈA proposito della musica, quanto influisce sulle idee che poi trasformate in narrativa? Vi fornisce l’ispirazione, o addirittura degli spunti?

WM1 – Faccio solo un esempio che penso chiarirà subito la questione: la struttura del libro sulla Grande Guerra che stiamo scrivendo è la stessa di Ummagumma dei Pink Floyd. Abbiamo guardato questo album del ’69, uno dei dischi più sperimentali dei Pink Floyd, praticamente un disco di passaggio da una stagione all’altra della loro carriera, e abbiamo detto: lavoriamo come hanno lavorato loro in quel disco. Solo che, chiaramente, noi lo facciamo scrivendo. Quello che fecero loro fu che ognuno scrisse una composizione e se la registrò da solo, quindi di fatto è come se fossero quattro dischi solisti messi assieme; però alla fine, siccome tutti stavano vivendo più o meno lo stesso momento, il disco suona molto coeso. Il libro sulla Grande Guerra fotografa anche per noi il passaggio da una stagione all’altra, e ognuno di noi sta scrivendo la sua storia, che poi verrà messa assieme alle altre. Secondo noi verrà coeso, perché lo spirito con cui stiamo lavorando è quello. Insomma, l’ispirazione è venuta direttamente dal mondo della musica.

ÈDopo l’esperienza con 22/11/63 ha dichiarato di non voler più tradurre Stephen King. Come mai?

WM1 – Beh, per tradurre 22/11/63 ho lavorato dieci mesi. Quindi o traduco, o scrivo.

ÈMa perché era difficile da tradurre?

WM1 – Intanto perché era enorme! *Bee scoppia a ridere* E poi era anche difficile, perché dovevi trovare il modo di restituire un sacco di giochi di parole e gergo degli anni ’60. Però era grosso! *distanza pollice e indice di cinque centimetri*

ÈSì, lui è logorroico.

WM1 – Appunto. Siccome King scrive tanto, uno o fa il traduttore di King o fa altro. Io mi sono reso conto che non avevo il tempo di tradurre King, perché non avrei potuto scrivere le mie cose.

ÈA meno che un giorno non se ne esca con altri librini piccoli, tipo Colorado Kid.

WM1 – Certo, io ho anche tradotto dei suoi racconti, uno è apparso su Internazionale. Sulla roba breve ci posso anche stare, sui romanzi no, perché o traduco i suoi, o scrivo i miei.

ÈIl vostro impegno nella diffusione gratuita tramite Creative Commons sta vedendo i suoi frutti? E soprattutto che obiettivo vi eravate posti?

WM1 – Che i libri vengano letti *ridono*

ÈTutto qui?

WM1 – Sì, tutto lì.

ÈPerché non semplicemente facendoli pagare, come fanno tutti gli autori?

WM1 – Mah, intanto hanno cominciato a farlo dopo di noi. Cioè, non è che noi stiamo mettendo a scaricare gratis cose che gli altri hanno sempre fatto pagare. Sono gli altri che hanno cominciato a far pagare cose che noi da sempre abbiamo messo gratis. Noi continuiamo a fare quello che facevamo fin dagli anni ’90, i nostri testi sono scaricabili, la nostra linea rimane quella – molto prima che esistessero gli ebook e il mercato del digitale – noi continuiamo perché non vediamo motivo per smettere. Poi facciamo anche degli esperimenti, tipo mettere degli ebook a pagamento – uno lo abbiamo già messo, un altro lo metteremo ancora. Però poi in realtà il nocciolo concettuale della nostra linea è che la cultura deve essere libera di circolare.

Qui l’intervista si chiude, perché Roberto viene richiamato sul palco per fare il sound check e deve fuggire. Per colpa di Bee, che testarda ha voluto fare tutte le domande previste in scaletta, lo spettacolo è iniziato con venti minuti di ritardo. Il senso di colpa è stato grande, ma la soddisfazione di rileggere queste stupende risposte lo batte!
Ringraziamo ancora Wu Ming 1 per il tantissimo tempo che ci ha dedicato, e per aver sgretolato la leggenda metropolitana che voleva questi autori presuntuosi, inaccessibili e antipatici. Ma quando mai?
A voi lettori diamo appuntamento con la prossima intervista del ciclo Chronicae: Marcello Simoni.

La nostra inviata:

Bee

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