Chronicae – Festival del romanzo storico: intervista ad Andrea Molesini

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Non c’è due senza tre, quindi eccoci alla terza intervista rilasciata dagli autori presenti a Piove di Sacco per Chronicae – Festival del romanzo storico.
Vi ricordiamo che stiamo pubblicando le interviste seguendo l’ordine in cui sono saliti sul palco: Jason Goodwin (intervista già disponibile QUI), Simone Sarasso (l’intervista la trovate QUI) e Andrea Molesini, Roberto Bui alias Wu Ming 1, Marcello Simoni e Carlo Adolfo Martigli, Valerio Massimo Manfredi.

Foto dal sito del Chronicae

Andrea Molesini: insegnante di Letterature Comparate all’Università di Padova, poeta, scrittore per ragazzi e romanziere tradotto in una decina di lingue. Nell’ambito della narrativa per ragazzi è stato insignito del Premio Andersen per il romanzo Quando ai veneziani crebbe la coda (1990) e del Premio Andersen alla carriera (1999). Il romanzo storico d’esordio, Non tutti i bastardi sono di Vienna (Sellerio, 2010), nel 2011 ha vinto, tra gli altri, il Premio Campiello e il Premio Comisso. Con Sellerio ha pubblicato anche La primavera del lupo (2013) e Presagio (2014).

Il professor Molesini accetta di rispondere alle nostre domande nonostante siano le 19:40 di sabato 18 aprile, dopo una giornata a dir poco ricca di eventi e impegnativa per tutti. Nell’ormai nota saletta di fianco al palco, tra stridore di sedie accantonate e fischiare di porte che vengono chiuse al pubblico, in mezzo al vociare di chi scende le scale e va a cena, lui rimane con noi. E non mostra il minimo fastidio. Parliamo finché il teatro non si svuota, ed ecco cosa ci siamo detti:

È scrivereQuali sono i motivi per cui ha scelto di dedicarsi a questo genere?

Andrea Molesini – Mah, per me non è nemmeno un genere, in realtà, perché i miei sono romanzi che possono essere definiti storici ma anche no, volendo. Hanno un’ambientazione storica precisa, ma sono romanzi introspettivi: personaggi inventati, calati in una situazione reale, riconoscibile. Quindi geografia e storia precise, tutto qui però; la definizione di romanzo storico credo stia un po’ stretta.

ÈPerò sugli scaffali delle librerie lei si trova sotto “romanzo storico”, quindi come mai scrive storie definibili così?

AM – Beh, perché mi piace la storia. E mi piace la storia perché mi piace la realtà. Perché la realtà ha un’immaginazione straordinaria, che supera la nostra, di individui che la abitano. E poi perché è sempre individualmente connotata, nel senso che si esprime attraverso una miriade di individualità, umane e anche non, e ciascuna è un mistero, un mondo misterioso. Ciascuno ha la propria storia, che partecipa al fiume collettivo di una storia più grande – una storia geologica, una storia storica, la storia della specie umana, un’evoluzione che ci pare incomprensibile come individui, che viviamo una piccola porzione di tempo e di spazio – e questo immenso mistero di cui siamo fatti, che ci circonda e innerva, lo trovo straordinariamente affascinante. Mi piace proprio la realtà, la res: la sua durezza, la resistenza che fa, e il fatto che la realtà storica ci impone anche dei limiti che sono uno sprone per l’immaginazione, perché ti impediscono di mettere, per dire, una mitragliatrice nel medioevo. E questo ti costringe a limitare la tua immaginazione, quindi a renderla in fondo più potente, perché impedendole di andare a casaccio incanali la sua forza e la sua energia in un binario ristretto.

ÈInfatti lei prima (durante la tavola rotonda del pomeriggio, NdR) parlava di gabbie, delle rime obbligatorie a Berkeley. Sono i famosi confini entro cui rimanere?

AM – Sì, anche un arbitrio formale imposto dalla tradizione, o un qualsiasi arbitrio – facevo l’esempio del racconto in rime baciate, effettivamente la rima può dire qualcosa al posto tuo – è una limitazione, ma proprio in quanto limitazione può essere lo sprone a inventare la tua libertà, che va di volta in volta reinventata e riaffermata.

ÈQuanto deve esserci di reale in un romanzo storico? Come decide quanto spazio dedicare alla realtà storica e quanto invece al mondo nuovo che crea?

AM – Beh, non c’è una distinzione tra le due cose. Bisogna calarsi in alcuni personaggi e tutti i personaggi, come gli esseri umani viventi, sono inevitabilmente fatti di spazio e di tempo, quindi sono fatti di luoghi, sensazioni, pensieri, emozioni – soprattutto emozioni – che sono figliate dall’epoca, dal momento storico, dalle abitudini di quell’epoca, culturali e non. Quindi non c’è una distinzione tra quella che è la realtà del momento e dei singoli personaggi, perché i personaggi sono il momento in cui vivono e il tempo in cui vivono è fatto dagli uomini che lo abitano.

ÈQuanto è importante una documentazione accurata per poter scrivere un buon romanzo storico?

AM – È molto importante, perché il rigore è sempre necessario. Non si fa mai abbastanza ricerca. Però è anche vero che, siccome non si può mai sapere tutto, c’è un momento in cui bisogna fidarsi anche della propria ignoranza, non solo della propria conoscenza. Bisogna buttarsi e nuotare. C’è un momento in cui le gomene di ormeggio vanno sciolte e la nave deve prendere il largo, deve lasciare il porto sicuro e rischiare il mare aperto, succeda quel che succeda. Altrimenti nessuno finirebbe un romanzo. *ridacchia* Certo, valgono le parole di Valéry: una poesia non è mai finita, viene abbandonata. Per un romanzo ancora di più: un testo non è mai realmente finito, è solo rifinito a sufficienza. A un certo punto viene abbandonato perché si sente che, andando oltre, sarebbe come un pane troppo raffinato. Deve esserci anche un po’ di crusca. Bisogna anche lasciare spazio al caso, perché non possiamo dimenticare che il grande dispensatore di destini è il caso; è la grande forza che innerva tutta la storia umana. Noi tendiamo un po’ troppo, oggigiorno, ad avere una visione un po’ complottistica della storia: ci piace immaginare complotti, vedere, spiegare, perché in fondo non ci piace lasciare al caso questo ruolo così importante, ci spaventa. Vogliamo essere noi magari gli esseri cattivi che complottano nell’ombra, invece credo che il caso, e l’imponderabile storico, sempre abbiano avuto e sempre avranno una parte enorme nella vita di ciascun individuo e dell’intera collettività umana.

ÈPer Non tutti i bastardi sono di Vienna lei ha utilizzato una fonte diretta, il diario della prozia.

AM – Beh, una delle tante fonti.

ÈCerto, una delle tante. E anche nell’ultimo libro, Presagio, ha fatto riferimento al nonno materno. Per cui volevo chiederle: oltre alle fonti dirette in quale modo si documenta?

AM – C’è anche qualche leggenda di famiglia, che uso con molta prudenza perché nelle famiglie c’è sempre un po’ di agiografia. *ride* Durante il fascismo il Duce scriveva sui muri che gli italiani sono un popolo di poeti, santi e navigatori, mentre purtroppo siamo tutti anche farabutti, quindi bisogna prendere con le pinze anche le leggende di famiglia; bisogna andare un po’ a controllare, e si trova di tutto quando si scava, ad esempio bisogna diffidare delle fonti troppo private e soprattutto inquinate da interpretazioni emotive dirette. Però è anche vero che parlare di cose avvenute nel passato della propria famiglia in qualche modo ti investe di una superiore responsabilità e ti fa sentire come parte di un significato, sia pure incomprensibile, ma che esiste, anche biologicamente, nel tempo. Ovviamente è più che altro un’illusione, però non importa, il gioco è sempre bello. *ridono*

ÈE oltre alle leggende di famiglia?

AM – Mi documento sempre più che posso, certamente.

ÈAnche lei un po’ topo di biblioteca, grande consultatore?

AM – No, non sono un gran topo di biblioteca. Mi affido molto anche ai miei istinti – a volte forse sbaglio e cedo, a volte invece faccio bene, dipende dai momenti. Consulto molto, sì, e cerco di incrociare molto le fonti, ad esempio quotidiani con fonti archeologiche, o con lettere. Anche un po’ arbitrariamente, lo dico, non sono ordinatissimo nel gerarchizzare le fonti. Perché non sono uno storico, mi devo affidare anche all’invenzione. Però cerco di non violare quelli che sono gli avvenimenti accertati della storia.

ÈSempre riguardo a Non tutti i bastardi sono di Vienna, ha visitato personalmente i luoghi descritti?

AM – In questo caso sì, li ho visitati tutti. Non conoscevo l’interno della villa, perché non era accessibile, quindi l’ho immaginato; ma ho sbagliato di poco devo dire, per pura fortuna. Però conoscevo molto bene Refrontolo e tutti i dintorni, ho fatto anche a piedi quello che i personaggi fanno a piedi – fin dove è possibile, perché adesso è cambiato il paesaggio, la struttura urbanistica e un po’ anche le strade – per quanto mi è stato possibile ho cercato veramente di conoscere i luoghi che mettevo in scena.

ÈCrede sia indispensabile recarsi nei luoghi di cui si vuole scrivere?

AM – Indispensabile no. Di indispensabile non c’è niente. *fa una smorfia, Bee ride* Diciamo che può essere d’aiuto, sicuramente.

ÈEntriamo nell’ambito dell’essere scrittori. Che consigli darebbe a chi vuole cimentarsi con il romanzo storico?

AM – Di conoscere sé stesso il più possibile, innanzitutto. Perché siamo noi il filtro interpretativo del passato. Questa è la chiave di tutto: guardare con grande onestà sé stessi, i propri limiti, i punti di forza. Poi di intrattenere col linguaggio un rapporto non banale; è il linguaggio che ci innerva, comanda e determina, alla fine è il linguaggio che comanda. Aveva ragione Novalis nel suo grande monologo: la lingua è dotata di una forza propria – è questo che è straordinario nel linguaggio – ed è potentissima, è vastissima. La magia è tutta lì, nel linguaggio, è lui che comanda, è lui il grande artefice della meraviglia.

ÈConcordo e sottoscrivo. Tutt’altro genere di domanda: come è stato vincere il Premio Campiello?

AM – Può sembrare un’affermazione retorica, ma i premi lasciano abbastanza il tempo che trovano. Ti fanno avere un po’ di successo, vendi un po’ più di libri, sei contento perché hai venduto un po’ più di libri, hai fatto qualche soldino in più, però… insomma… boh. Se guardo la lista dei Premi Nobel, che sono ben più grandi del Campiello, e vedo che Tolstoj non l’ha mai vinto… l’hanno vinto molti scrittori che oggi sono completamente ignoti, ma Tolstoj no; guardo la poesia: un poeta come Auden non ha mai vinto il Nobel, ma l’hanno vinto poeti come Quasimodo, infinitamente inferiori. Quindi, francamente, i premi non mi interessano. Dobbiamo stare attenti a una cosa quando parliamo di successo di un libro: il successo commerciale è un fenomeno sociale, non letterario. Ricordiamoci che nel 1913 escono due grandi libri, Morte a Venezia e soprattutto il primo volume della Recherche, che vendette ben poco, pubblicato tra l’altro a sue spese; il volume che aveva a quell’epoca più successo, non ricordo né chi lo scrisse né il titolo, ma ricordo che parlava di un treno che congiungeva New York all’Europa passando sotto l’Atlantico, vendette qualcosa come un milione di copie. Oggi nessuno se lo ricorda più, di Proust invece si parla tutti i giorni. Non confondiamo i fenomeni sociali con i fenomeni artistici: il successo di natura commerciale è un fenomeno sociale. È importante, certo, le case editrici sono bene o male delle aziende, non sono dei mecenati; a tutti gli autori – me per primo – fa piacere se il libro vende, ma questo non ha niente a che fare con il valore letterario del libro.

ÈIl conseguimento di un premio è comunque un obiettivo ambito per chi ancora non l’ha raggiunto. Per chi invece l’ha raggiunto non cambia assolutamente le cose? Allora qual è stato il momento in cui è riuscito a dire “adesso sono uno scrittore”?

AM – Questo non c’entra niente con il premio. L’ho pensato anche quando non avevo nessun successo, con grande presunzione. *ridacchia*

ÈGià si sentiva scrittore?

AM – Sì. Lo sentivo perché mi dà molto piacere scrivere, forse anche come semplice atto di presunzione, o vanità.

ÈSì, tutti gli scrittori… tutti gli artisti sono presuntuosi.

AM – Sono vanitosi. La vanità purtroppo non è la meno comune delle debolezze umane. Quindi sì, mi sentivo scrittore anche prima, non è collegato per niente con il premio. Il premio… nel momento in cui l’ho vinto ero felicissimo, ma come si è felici quando si fa gol. È solo una partita, insomma.

ÈEri calciatore già prima.

AM – Esattamente. Anche il calciatore, quando fa gol, urla “wow, ho fatto gol, ho segnato, magnifico”, però…

ÈPerò mi sto allenando da quando avevo sette anni.

AM – Io non dai sette anni, magari il calciatore sì *ride* però è così.

ÈLei da quanti anni scrive?

AM – Sono stato scrittore per ragazzi, la prima fiaba è uscita con Mondadori nel 1989 e l’ultima nel 2000. Poi per qualche anno ho tradotto dei poeti di lingua inglese, per lo più per Adelphi. Sono arrivato alla narrativa per adulti di recente, dal 2010 a oggi, e ormai continuerò con questa cosa, perché mi piace troppo.

ÈTra scrivere per ragazzi e per adulti è meglio la seconda?

AM – Adulti o ragazzi, ci ho sempre messo lo stesso impegno. Non è che sia più facile scrivere per ragazzi.

ÈPiù piacevole?

AM – No, nemmeno. È solo diverso. Diciamo che scrivevo per ragazzi quando il mio io bambino era molto forte, molto esuberante. Adesso forse prevale un io più adulto.

ÈTorno alle domande della lista: qual è il suo personaggio storico preferito e perché?

AM – Amo molto Winston Churchill, perché è un grande scrittore, un grande storico e un grande statista, e la combinazione è abbastanza rara e meravigliosa. È stato un grande statista, intuì tutto in anticipo, era veramente un uomo contro: ricordiamoci che quando Chamberlain tornò nel ’38 da Monaco, mostrando il Trattato di Monaco, tutti gridarono al salvatore della patria, tutti gioirono; uno solo si alzò, nel Parlamento britannico, dicendo: oggi, per evitare la guerra, avete scelto il disonore, domani li avrete entrambi. E dopo meno di un anno la guerra con la Germania scoppiò.

ÈLegandomi a questo, e dopo averla sentita sul palco, non posso non chiederle qual è la sua guerra preferita. Non nel senso di piacevole, ovviamente, diciamo… la più interessante.

AM – Di sicuro la Grande Guerra, perché ha cambiato il mondo; la seconda Guerra Mondiale è il secondo capitolo. Churchill fu un grande protagonista in entrambe, più nella seconda ovviamente perché fu l’uomo che si oppose a Hitler. Anche la seconda fu molto interessante, perché fu la guerra della mistica – Hitler era un mistico, e anche Stalin, due mistiche che si confrontarono – mentre dall’altra parte c’era il grande respiro della repubblica americana, che era invece la visione pragmatica, liberale e libertaria della realtà. Quindi il fanatismo e la mistica, la visione se vogliamo anche magica e sicuramente pazza, si confrontarono con il pragmatismo e la razionalità, con il positivismo, visto che l’America ero uno stato illuministico-massonico; e vinsero le repubbliche liberali, vinse la tenacia e il coraggio. Come disse Churchill: mai nella storia così tanti debbono così tanto al valore di così pochi.

ÈUltima domanda: prossimi progetti?

AM – Beh, sto scrivendo, ovviamente. Vorrei pubblicare un libro di racconti che scrissi alla fine degli anni novanta, solo uno è stato pubblicato da Mondadori e l’ho rivisto un po’. Ma soprattutto sto lavorando a un grande romanzo, ma di questo non voglio parlare… perché i racconti almeno son già scritti, di quelli posso parlare *ridono*

ÈPer il romanzo magari cambia idea.

AM – Sì, sono ancora… ci sto lavorando, diciamo.

ÈVagamente ci può dare un’anticipazione di cosa tratterà?

AM – C’è una base di avvenimenti storici, ma c’è anche un avvenimento che potremmo definire fantastico, elemento che non c’è in questi primi romanzi.

ÈAmbientato nel…

AM – Ambientato diverse epoche fa, tra Venezia e Parigi.

Con i migliori auguri che questi progetti vadano a buon fine, ringraziamo ancora il professor Molesini per la disponibilità e l’affabilità con cui ha accolto le nostre domande. Le sue risposte sono state un tuffo nel passato, di nuovo tra i banchi di scuola, ad ascoltare quell’unico insegnante che rendeva le lezioni interessanti.
Se state seguendo questo ciclo di interviste avrete notato che alcune domande vengono poste a tutti gli autori, e quanto sono diverse di volta in volta le risposte. Allora non perdete il prossimo appuntamento, per leggere la versione di Roberto Bui, alias Wu Ming 1!

La nostra inviata:

Bee

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