Radici – Racconto vincitore del Contest Terra

Qualche volta si siede all’ombra dei miei rami e allora il buon odore di pipa sale tra le fronde. Sono i pochi momenti di pace che può concedersi, tra il lavoro nei campi e il badare alle bestie su al pascolo. Sento di avere il potere di rilassarlo. Gli appartengo, mi ha piantato che ero poco più di un fuscello quando è nato il suo primogenito. Lo ripago con frutti sani e duraturi e lascio che si appoggi al mio tronco ogni volta che gli duole la schiena.
È un buon uomo, affondo fieramente le radici nella sua terra.

Vincenzo si toglie dall’ombra del mandorlo per andare incontro a Pasquale, il veterinario. Quando lo raggiunge lui è già sceso da cavallo. L’uomo fa di tutto per non guardarlo mentre lega la bestia davanti a casa sua con un’aria cupa. Difficile vedere Pasquale di malumore e quando finalmente alza la testa, Vincenzo lo saluta cercando di tenere a bada l’ansia.
«Sei parecchio fuori strada, amico. Avrai sete, vieni, entriamo.»
«Aspetta, ti devo parlare.» Si guardano negli occhi.
«Mettiamoci all’ombra.»
Vincenzo rimane con lo stomaco stretto a sentire le ultime notizie.
«Abbiamo dovuto abbattere tutti i capi di Giuseppe, giù, vicino al mulino. L’epidemia si è estesa anche a questa parte della regione, dovrò controllare le tue bestie.»
«Ma sono in altura, dubito che abbiano problemi.»
«Ne basta uno, Vincenzo, uno che si sia allontanato e poi, rientrando… abbia contagiato gli altri. Vede l’amico passarsi le mani tra i capelli «Lo so, è la peggior cosa che potesse capitarci.»
«Va bene, vieni a salutare Anna. Beviamo qualcosa e poi andiamo.»
Anna versa lo sciroppo di sambuco nei bicchieri e li riempie d’acqua fresca, poi appoggia istintivamente una mano sul grembiule appena arrotondato dalla terza gravidanza. Ascolta gli uomini, apprensiva, e intanto pensa che dovrà fare più conserve possibili, anche la marmellata di mele cotogne che non le piace per niente. L’inverno sarà lungo.

Tutto si era svolto molto in fretta, in meno di una settimana avevano dovuto abbattere tutti i capi di bestiame e bruciarne le carcasse per evitare che l’epidemia si diffondesse alle regioni vicine. L’odore della carne bruciata, portato dal vento, scendeva a ondate dalle pendici della montagna, a ricordare la loro disgrazia. Le zaffate nauseabonde mettevano sottosopra lo stomaco di Anna, procurandole frequenti conati di vomito.
«Non ci sono soluzioni. Dovrò dissodare altro terreno e piantare fagioli, patate e cavoli, o non passeremo l’inverno. Senza latte, senza formaggio e senza carne. Sembra una delle piaghe d’Egitto!»
Anna osserva taciturna il marito, non è abituata a vederlo così preoccupato. Poi lo abbraccia.
«Ce la faremo, vedrai. Ti darò una mano anch’io e i ragazzi sono in età per lavorare qualche ora nei campi.» Vincenzo se la stringe contro, cercando di scacciare gli spettri della sua infanzia di stenti. L’unica loro fortuna è il bel pezzo di terra che circonda la casa e la stagione che lascia ancora spazio alle colture, almeno alle più tardive.

Le zolle luccicano mentre l’aratro trainato dal mulo le rivolta al sole. Anna e i ragazzi raccolgono i sassi più grossi, affondando fino alle caviglie nella terra umida. Ci vuole poco perché Marco, il più piccolo, inizi a sbuffare. Vincenzo tira le redini.
«Pausa!» E fa un segno ad Anna.
Lei si ferma, buttando un occhio ai suoi figli. «Così presto?» chiede, tergendosi la fronte dal sudore e alzando su di lui uno sguardo incerto.
Il marito la guarda fisso, la bocca seria e gli occhi che sorridono. Allora lei prende il cesto di vimini, lo appoggia e lo apre appena tutti si siedono sull’erba, ai lati del campo, poi versa da bere in silenzio.
«Ti piace, Marco, la zuppa di fagioli?»
Il ragazzo guarda il padre, perplesso. È uno dei suoi piatti preferiti, e lui lo sa.
«Certo.» Risponde comunque.
Vincenzo affonda una mano nella terra e ne raccoglie un pugno. Fa segno ai figli di fare altrettanto.
Marco e Sergio ne prendono una manata, è fresca tra le dita e ha un buon odore.
«Vedete, questo è quello che mangiano i fagioli, le patate e le barbabietole. Senza questa terra non cresce nulla. Noi dobbiamo piantare un campo, curarlo, e avere pazienza. La pazienza è quello che fa la differenza tra un buon contadino e uno mediocre. Bisognerà togliere le erbacce e portare l’acqua se non piove abbastanza, ma quando le piante cresceranno rigogliose e piene di frutti sarete molto soddisfatti. È terra ricca, vedete come è scura e piena di lombrichi? Il raccolto sarà buono e mangerete quello che avete curato con le vostre mani. Vi pare poco?» I due fratelli si guardano cercando un’intesa, poi si puliscono le mani sui pantaloni e si riempiono la bocca di pane e marmellata.
Vincenzo e Anna si sorridono strizzando gli occhi al sole.

Nel silenzio della stanza da letto, Anna massaggia le mani del marito piene di crepe. La pelle secca assorbe l’unguento come una terra arida fa con l’acqua. Poi, alla luce ondeggiante di una candela, quelle mani forti si trasformano in strumenti delicati che esplorano la sua pelle, rubandole gemiti e sospiri che si perdono tra le lenzuola.

Il tempo è clemente. Il pezzo di terra dissodato è ormai una serie di file ordinate e le tenere piantine vengono orgogliosamente tenute d’occhio dai due fratelli. Ogni tanto, quando la pioggia si fa desiderare, la famiglia forma una catena di secchi dal pozzo al campo. Le vesciche sulle mani dei ragazzi si trasformano in calli, ma hanno imparato dal padre a non lamentarsi.
Il raccolto è abbondante e ad autunno inoltrato nella terra rimangono solo cavoli e verze, preziosi per l’inverno. Ma in cantina ci sono già patate, cipolle, rape e conserve di ogni tipo. E mandorle. Con metà del raccolto di fagioli hanno comprato la farina. Ce l’hanno fatta e in primavera forse potranno comprare un po’ di bestiame.
Anna è tonda come una luna e aspetta di partorire tra febbraio e marzo. Spera che sia femmina e Vincenzo le ha lasciato scegliere il nome. Gemma.

La primavera mi bacia per primo. Sono coperto di fiori rosati che in pochi giorni diventeranno bianchi. Lui passa e qualche volta sfiora il mio tronco ruvido con le mani piene di calli. Sento la sua soddisfazione.

Ora la luna illumina la mia chioma e mi dipinge di azzurro. Sono fermo aggrappato alle mie radici e vedo le luci che improvvisamente si accendono in casa. È il momento.
Ma il silenzio non viene spezzato. E la notte si fa lunga, sembra non finire mai.
La portano da me. È stato lui a scavare la buca, giù, nella la mia terra. E dove la vanga ha spezzato le radici ho lasciato uscire la mia linfa, esce anche ora.
Gemma riposa ai miei piedi e tutti sono intorno alla piccola montagnola di terra.
Lui tiene Anna appoggiata al suo fianco, pallido e fermo. Vorrei fargli capire che gli sono vicino.
Il vento mi viene in aiuto, spargendo in aria i petali bianchi dei miei fiori che volteggiano piano e scendono a depositarsi tutto intorno. Si intrappolano tra le onde scure dei capelli di Anna. Allora lui alza gli occhi e mi guarda.
Non temere. Non sarà sola in questa terra scura. Spingerò verso di lei le mie radici più tenere per avvolgerla. E diventeranno le vostre braccia.

 

Il racconto che avete letto è opera di Willy ed è risultato il migliore del Contest sull’elemento Terra. Il tema da seguire era stato scelto da Diana-blues (vincitrice del Contest sull’Aria).
La traccia scelta, e poi rielaborata dallo staff, era: Terra.

Bisognava:

1)Elaborare un racconto in cui la terra fosse l’ultima risorsa di vita  

2) In uno snodo del racconto doveva esserci il sotterramento di qualcosa o qualcuno.

Il limite massimo di caratteri era di 15.000, spazi inclusi, con 200 di tolleranza.

 

Pensi di riuscire a fare meglio?

Allora iscriviti e partecipa al prossimo contest!

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Editing

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