La danza – Racconto vincitore del Lab di febbraio 2015

da Romeo and Juliet, atto I scena V
LA DANZA

Romeo stava in disparte, tra le mani una coppa di vino e tra i piedi Benvolio, accucciato. Osservava impaziente l’ingresso da cui dovevano giungere le fanciulle scelte per la danza.
Quando sfilarono una dopo l’altra sotto l’arco di marmo, sgargianti nei loro abiti dorati, parve di veder avanzare un muro di fuoco. Le onde nere delle tuniche di velluto, indossate dagli Specchianti a cui le danzatrici si accompagnavano, creavano il contrasto tra luce e ombra che era fondamento stesso della Festa d’Eclissi.
Le coppie si disposero in tondo al centro della sala, ogni danzatrice di fronte al suo compagno, come tanti raggi di un cerchio in cui oro e nero si alternavano all’infinito. Romeo scrutò le fanciulle una a una, bramoso, in cerca della bella Rosalina. Ella non vi era.
Le musiche si diffusero in tutto il salone, i danzatori cominciarono ad animare l’aria con i loro disegni, ma Romeo li guardava senza interesse. A ogni cerimonia venivano proposte sempre le stesse immagini: sciami di api dalle pance a righe, insetti neri che ronzavano tra fiori dorati, more e prugne succose adagiate su letti di pesche e bionde susine. Veniva quasi a noia, tutto quel rincorrersi di nero e di oro. Certo, i danzatori erano bravi, le figure sprigionate dalle loro dita in movimento erano vivide e il pubblico applaudiva entusiasta. Ma senza Rosalina i colori gli parevan spenti.
Vuotò la coppa e la poggiò su un tavolo vicino. Prima di andarsene diede un ultimo sguardo: era la volta di una giovine d’eccezionale bellezza, dalle guance di seta. Il suo Specchiante aveva creato una grossa nube nera, tanto grande da coprire le teste di tutti gli astanti; fu lei a darle vita, punteggiandola di luci dorate con rapide sferzate degli indici e dei medi. Mentre lui manteneva compatta la nube, così che non sbiadisse, lei richiamò le più brillanti tra le stelle che aveva creato. Le fece avvicinare e le sovrappose, creando una sorta di mezzaluna. A un cenno della ragazza il suo Specchiante avvicinò le mani, rimpicciolendo la parte inferiore della nube, ne fece sparire una parte e delineò così il contorno di un viso. Aveva creato una chioma corvina, su cui le stelle della sua compagna s’appoggiavano in un diadema.
A Romeo parve ben semplice come disegno, ma non distolse lo sguardo.
La ragazza tenne fermo il diadema con una mano, mentre con l’altra raggruppava le stelle più piccole e meno luminose, formando piccoli grappoli che gli affiancava sui due lati. Lasciò fluttuare quella parte della figura e chiuse più volte entrambe le mani a pugno, per riaprirle di scatto e aggiungere delle grandi macchie dorate sul fondo. Frullando le dita creò delle strane forme, che scomponevano il nero fitto del suo Specchiante; con scatti verso l’alto dei pollici tesi allungò lunghe linee d’oro, a collegare quei profili ormai quasi distinguibili.
Quando si fermò, ansimante ma illuminata in volto da un sorriso di gioia, sopra gli increduli presenti avevano preso vita centinaia di rondini, posate tra i rami di una mimosa. Uno scroscio di applausi le rese onore.
Romeo rimase a bocca aperta. La maestria della ragazza non aveva eguali, nemmeno venti Rosaline avrebbero potuto dar vita a un simile capolavoro. Il suo Specchiante non la meritava, si era limitato a crearle uno sfondo e a mantenerlo inalterato mentre lei vi tratteggiava sopra il proprio colore.
Prima che il disegno venisse ritirato e fosse il turno della coppia successiva, Romeo non resistette. Portò davanti al volto le mani chiuse, concentrò l’incantesimo sulle dita e le aprì a raggiera, in direzione del soffitto: uno sciame di punti neri, vibranti e inquieti, si insinuò tra i rami della mimosa. Con movimenti leggeri spostò l’oro della danzatrice: le rondini aprirono le ali e iniziarono a becchettare gli insetti svolazzanti. Partì un altro applauso dagli spettatori, convinti di aver appena visto all’opera l’altra metà della coppia.
La giovane volse di scatto la testa, cercando con gli occhi tra le file dei presenti. Mezzo nascosto da una colonna, lontano dalla gente accalcata, vide un ragazzo con le mani aperte davanti al viso. Gli sorrise furbetta, prima di tornare a guardare davanti a sé e a seguire la danza come se nulla fosse accaduto.

Al termine della cerimonia Giulietta non rimase al fianco del suo Specchiante, come avrebbe gradito suo padre. L’unico pregio di Paride era l’incapacità nel disegno, che le permetteva di dare spazio alle proprie fantasie; al di fuori della Danza d’Eclisse non v’era ragione perché dovesse sopportarne la compagnia.
Si diresse verso l’angolo della sala dove aveva visto il ragazzo impertinente, sperando di trovarlo ancora lì. Raggiunse la colonna e, poggiandovi sopra la mano, vi fece mezzo giro attorno.
Davanti agli occhi si trovò gli occhi di lui, tanto vicini da poter notare le piccole scaglie verdi che ne animavano l’iride castana. Aveva un bel volto, le rivolgeva un sorriso gentile e affascinante, e la mano che ora poggiava sulla sua era calda e morbida. Giulietta avvampò.
Il giovane avvicinò ancor di più il viso, fino a sfiorarle la fronte con le labbra.
«Se con la mia mano indegna ho profanato il tempio sacro della tua arte, nobile danzatrice», le disse in un sussurro, «permettimi di purificarlo con un bacio di devozione». Le prese la mano e ne baciò delicatamente la punta delle dita.
Giulietta sentì un fremito partire dalla nuca e percorrerle tutta la schiena. Gli sfiorò le labbra e ne seguì il contorno, mentre un sospiro languido le sfuggiva dal petto.
«Non vi è profanazione nell’arte», gli rispose con un filo di voce, «e per comporre un disegno fatato occorrono due mani».
Fece scivolare la sua contro quella di lui, palmo contro palmo, sprigionando piccole spirali dorate dalle dita. Altrettanto fece il ragazzo, unendo spirali nere a quelle d’oro, in una treccia che non aveva fine.
«Cara danzatrice, lascia che le labbra creino un disegno altrettanto armonioso», le disse prima di poggiare la bocca sulla sua.
Si baciarono a lungo, dimentichi della Festa, mentre sopra le loro mani figure avviluppate prendevano forma e mutavano rapide, in disegni complessi e tanto perfetti da sembrar decisi in precedenza.
Giulietta seppe, senza dubbio alcuno, di aver trovato il suo vero Specchiante. Era lui la sua metà, la notte del suo giorno, l’ombra della sua luce, sebbene non ne conoscesse nemmeno il nome.

Furono interrotti da Nutrice, che attraversò la sala di gran corsa e si arrampicò fino al collo della padrona. Nello stesso istante Benvolio iniziò a ringhiare.
I due giovani si staccarono immediatamente, voltando la testa all’unisono verso il centro della sala. Il drago guardiano avanzava minaccioso, le fauci spalancate pronte ad azzannare o abbrustolire qualcuno. Puntava dritto verso Romeo.
Giulietta gli si parò davanti e spalancò le braccia: «Che fai, Tebaldo?», gridò spaventata. «Padre, fermatelo!»
Alle sue spalle la voce di Romeo, incredula: «Padre, hai detto? Sei la figlia dello Stregone Maggiore dei Cappellati, nemici giurati della mia gilda? Pagherò caro l’amarti, che gli astri ci proteggano».
«Nemico giurato? Sei…», Giulietta non riuscì a dire ciò che temeva, interrotta dall’avanzare di una nube nera come l’odio, che serpeggiò nel salone e immobilizzò tutti i presenti.
Lo Stregone Maggiore ritirò l’incantesimo, le braccia tese sopra la testa e le mani spalancate, pronto a lanciarlo nuovamente al primo accenno di insubordinazione.
«Romeo, torna dal tuo Maestro e ricorda che qui i Mantellici non sono i benvenuti. Tu, Tebaldo, lascialo andare!».
Il drago ruggì indispettito, ma non si mosse. Romeo schioccò le labbra per chiamare Benvolio e lentamente uscì dal castello. Ogni due passi voltava la testa, guardava Giulietta, le belle guance ora esangui e la bocca inarcata in una smorfia di dolore. Non riuscì a sentirla, ma lesse il movimento delle sue labbra: «Un Mantellico? Il mio unico amore viene dal mio unico odio».

Il racconto che avete letto è opera di Bee ed è risultato uno dei migliori del Lab di febbraio 2015.

La traccia del Lab era stata scelta da Ariendil (vincitrice dello scorso Lab) ed era la seguente:
Cambiare il genere di una storia famosa

Bisognava scegliere una delle storie famose proposte, focalizzarsi su una scena o un episodio rilevante di essa e cambiarle il genere.
.
Non si doveva trattare di una rielaborazione, quindi la trama doveva seguire quella originaria, ma erano consentite tutte le variazioni necessarie per portare la storia sui binari del nuovo genere scelto.
Il limite massimo di caratteri era di 8.000, spazi inclusi, con 200 di tolleranza.
E le storie fra cui scegliere erano:
I Promessi Sposi
Via col vento
Iliade
L’Antico Testamento
Il mito di Icaro
Il ritratto di Dorian Gray
Romeo e Giulietta
Alice nel paese delle meraviglie
La fabbrica di cioccolato
Il Signore degli Anelli

 

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