Intervista a Bruno Morchio

Bruno Morchio su escrivere.com

Alfyfran ci ha inviato un’altra delle sue interessanti interviste! Lo ringraziamo e ve la proponiamo in questo articolo. Buona lettura!
(Potete trovare l’intervista fatta da Alfyfran anche sui suo blog!)

Bruno Morchio vive e lavora a Genova come psicologo e psicoterapeuta. Ha pubblicato articoli su riviste di letteratura, psicologia e psicoanalisi ed è autore di sette romanzi, che hanno per protagonista l’investigatore privato Bacci Pagano.

Laureato in lettere moderne nel 1979 con Edoardo Sanguineti.
Laureato in psicologia a Padova nel 1984.
Lavora come psicologo dal 1988.

 

La sua storia di scrittore è un esempio di perseveranza, coraggio e bravura.
Scrive il suo primo romanzo nel 1999, “Maccaia“, che propone a Einaudi e Sellerio e presenta al Premio Tedeschi di Mondadori, ma non riesce a trovare un editore. Nonostante l’insuccesso, inizia a scrivere il suo secondo romanzo “La creûza degli ulivi“.
Nel 2000 nasce la Fratelli Frilli Editori, una piccola casa editrice genovese interessata a pubblicare romanzi gialli e noir ambientati in Liguria; Morchio presenta la stesura dei primi tre capitoli di Bacci Pagano, “Una storia da carruggi“, e, ottenuto parere positivo, completa il romanzo che viene pubblicato inizialmente in mille copie. Consegue un successo imprevisto che porta alla ristampa del romanzo ancor prima della notorietà ottenuta con i servizi giornalistici dell’edizione ligure del TGR, de Il Secolo XIX e dell’edizione genovese de La Repubblica. Nel 2009 vince con “Rossoamaro” il Premio Azzeccagarbugli al romanzo poliziesco.

 

Bruno Morchio ha accettato, e lo ringrazio, di rispondere a dieci domande sulla scrittura creativa.

 

 

Show don’t tell: ogni scrittore alle prime armi conosce questo motto, ma pochi riescono a percepirne il vero significato, tanto meno a metterlo in pratica. Qual è la tua versione di questa tecnica narrativa? 

Viene da rispondere come fece Isadora Duncan a chi le chiedeva di spiegare il segreto della sua arte: «Se volete, ve lo danzo”. Leggendo i miei romanzi in sequenza risulta evidente che anche questa è stata una conquista progressiva; ritengo la scrittura una attività artigianale che, come qualsiasi altra, si apprende “in bottega”; e la bottega è costituita dalla lettura e dalla scrittura stessa. Quando si comincia a scrivere, anche la lettura assume un diverso significato, e viene affrontata con uno spirito particolare, come accade con la neve dopo avere imparato a sciare o con il mare quando si naviga a vela. Si legge per il piacere di farlo, ma anche con un occhio alle tecniche narrative, allo stile, al lessico, ecc. Chi scrive viene nutrito dalla lettura in un modo del tutto speciale, differente da quello di chi legge per il piacere esclusivo di farlo. Mostrare e non spiegare nulla, utilizzare i cinque sensi come canali di percezione/rappresentazione della realtà, affidare ai personaggi il compito di esprimere i concetti, farli agire come su un palcoscenico limitandosi a rappresentarne i movimenti e i pensieri (la “danza” della Duncan): tutto ciò non significa affatto scrittura behaviorista (come piaceva a Manchette), anzi, dato il mio primo lavoro (psicologo e psicoterapeuta), prediligo i romanzi che guardano dentro i personaggi. Ma osservando, senza spiegare.

 

Hai già in testa il racconto, hai fatto l’outline e non ti rimane che scrivere la storia: come ti organizzi, tot caratteri al giorno? Tot ore al giorno? 

Come Moravia: per scrivere ho bisogno di avere davanti tutta la giornata. Comincio al mattino (d’estate molto presto, anche all’alba), pranzo, pausa, riprendo nel pomeriggio e scrivo fino alle otto di sera.Un impiegato della scrittura. L’outline solitamente è molto generico e finisce sempre per essere, se non stravolto, robustamente modificato.

 

Adesso che hai esperienza e successo, trovi più facile scrivere? 
 
No. Scrivere continua a essere per me molto faticoso. La pagina esce dieci, quindici volte dalla stampante prima che io sia soddisfatto.

 

Che mi dici del blocco dello scrittore, ne soffri, ne hai sofferto? E, se sì, come lo superi?

 

Non ne ho mai sofferto. Mi è successo, in certi giorni, di sentirmi così svogliato da decidere di lasciar perdere, ma il giorno dopo ero di nuovo lì.

 

Ricordi esattamente il momento in cui è venuto fuori il personaggio di Bacci Pagano? Ti sei ispirato a qualcuno in particolare?

 

Si è trattato di un “parto” graduale che, di romanzo in romanzo, è andato a definirsi. Inizialmente avevo in mente tre personaggi, frutto della fantasia di tre maestri della letteratura poliziesca: Marlowe, Pepe Carvalho e Fabio Montale. E un quarto: un genovese che aveva vissuto il Sessantotto, figlio di operai comunisti e genoani, con un legame profondo con la città di Genova. Da questo mix ha preso le mosse Bacci Pagano.

 

I tuoi romanzi contengono più azione di quanto ci si aspetterebbe da uno psicologo: ti imponi di limitare le parti introspettive e riflessive per non appesantire troppo? 

 

Per l’ultimo (Un conto aperto con la morte, Garzanti) non direi proprio! In generale, gli amanti del genere mi rimproverano il contrario. Personalmente non ritengo che le parti introspettive e riflessive appesantiscano: tutto sta ad affidarle ai personaggi giusti, scriverle bene e inserirle nel posto che gli si confà.

 

Il dialogo: quando va usato e come dev’essere?

 

Il dialogo rappresenta il cuore di un romanzo (per il racconto è diverso). Il dialogo per me ha due funzioni fondamentali: trainare il plot e mettere in scena la psicologia dei personaggi. Un personaggio si caratterizza soprattutto per come parla e per quello che dice (in letteratura, come nella vita, il dire è una forma di agito).

 

Asimov non vedeva l’ora di svegliarsi la mattina e mettersi alla macchina da scrivere per conoscere il seguito della sua storia. Quando ti siedi a scrivere una scena, hai già tutto in testa o ti lasci guidare dal momento?

 

Mi lascio guidare e solitamente le cose migliori che ho scritto sono uscite così.

 

Il romanzo è una forma d’arte e come tale parla alla nostra parte nascosta: quanto pensi che la tua professione ti abbia aiutato per arrivare al cuore dei lettori? 
 
Credo moltissimo, anche se per scrivere non ho utilizzato espressamente il mio sapere disciplinare (come fanno a volte scrittori magistrati, avvocati, poliziotti e medici legali). Sono state l’esperienza, il rapporto con i pazienti, un bagaglio di ricordi preconsci, non immediatamente consapevoli, a fornirmi il materiale per la scrittura.

 

I corsi di scrittura creativa servono?

 

Credo di sì, tutto dipende da chi li tiene. Direi che, come per la formazione degli psicoterapeuti, quella degli scrittori non va troppo affidata alla “tecnica”. Se il docente mette l’allievo in condizione di esprimersi in libertà, attingendo alle sue conoscenze implicite, e lo indirizza verso buone letture fornendogli qualche strumento per forgiare il proprio, originale modo di leggere e scrivere, allora il corso di lettura è una buona “bottega” dove imparare qualcosa.
Ringrazio ancora Bruno per la disponibilità e per i consigli davvero preziosi.
Concludo con la lista dei suoi libri pubblicati da Garzanti:
Fan group su Facebook: «Bacci Pagano, un investigatore da carruggi».

 

L’intervista che avete letto è opera di Alfyfran.

2 thoughts on “Intervista a Bruno Morchio

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