Al riparo – Racconto vincitore a ex equo del Lab di novembre 2014

Immagine di Lode Van de Velde
Immagine di Lode Van de Velde

Una vita piccola, la mia.
Talmente piccola e misera che darei qualsiasi cosa per assaggiare un po’ di felicità.

E’ uscita da quell’acqua putrida, ne sono certo.
Io ho solo sentito chiamare il mio nome, proprio come dicono al villaggio, poi mi sono girato e lei era lì.
Aveva tutta la grazia del mondo. I veli di organza le cingevano la vita e si appoggiavano con una delicatezza infinita sulle sue forme, per poi correre quasi soffiati dal vento sulle gambe e, infine, a coprirle appena i piedi scalzi.
Mi ha preso per mano e abbiamo iniziato a camminare lungo la riva di quella palude. I suoi passi non si sentivano. Un languore mi invadeva dalla suola dei miei stivali fino ai capelli e il castello, a nord, non si vedeva più. Anche il salice dove avevo legato il cavallo era scomparso alla vista.
C’era posto solo per quella pelle bianca, perfetta; di porcellana. Sentivo che se avessi stretto la mano, la sua si sarebbe sfaldata in una materia senza peso. La ragazza mi guardava e i suoi occhi erano di nessun colore. Non so dire se erano belli, ma non riuscivo a staccarmi da quel baratro. A volte provavo paura. Soprattutto quando le parlavo e lei emetteva quel suono.
Ma non vi badavo; per una volta mi sentivo compreso, e quella camminata nella natura fitta mi metteva in accordo con il mondo intero.
Siamo arrivati qui, sotto a questo groviglio di rami e foglie gocciolanti. Mi ha fatto sedere su questa roccia e si è seduta a sua volta sulle mie ginocchia. I suoi folti capelli neri mi facevano il solletico sulle guance, sfiorando la mia barba incolta. Dopo ha iniziato ad accarezzarmi il volto dolcemente, e io sentivo il cuore caldo e vivo. In quel piccolo riparo umido ho lasciato andare tutto il peso della mia vita. La fame, la povertà, la galera; mai una dolcezza, solo botte.
Lei, muta, mi guardava con quegli occhi disumani e io mi sono messo a piangere, ma non ero triste. Mi accarezzava e io guardavo le sue dita leggere, troppo leggere, che parevano alghe scure.
Mi ha abbracciato, ho sentito il suo seno morbido e freddo vicino al mio petto. Poi l’abisso nero della sua bocca si è aperto e ci siamo baciati. Ho sentito l’anima farsi di piuma… non sono mai stato meglio.

Penso di essere felice, ora.
Non ho uno specchio qui vicino, non riesco neanche a muovermi, ma mi sento il volto sorridente.
Davanti a me intravedo la palude, ma non mi piace più tanto. Puzza di marcio. Ho sentito il cavallo fare un verso terrificante qualche momento fa.
Al villaggio dicono che quando ti senti chiamare dalle anime di chi è annegato nel lago devi scappare a gambe levate. Se ti giri, poi non torni più indietro.
Non lo so se tornerò; non so se sarà possibile. Muovo gli occhi e mi accorgo che in questo riparo ci sono ossa umane. Non le avevo notate, prima.
Lei è tornata nell’acqua, non so neanche quanto tempo fa. La luce del giorno sta scemando e si è alzato il vento, ma non sento freddo.
Chissà, forse mi ha veramente preso l’anima e ora morirò.
Poco importa! Non mi interessa più niente, neanche di questi scarafaggi che mi girano intorno e non posso scacciarli.
Una vita piccola, la mia. Ma ho assaggiato la felicità, e ora rido, forse.
Mi basta non sentire più quel suono.

Il racconto che avete letto è opera di Jonfen ed è risultato uno dei migliori del Lab di Novembre 2014. Questo racconto è arrivato a ex equo al primo posto con altri due. Dopodiché, dovendo comunque dare un podio dei vincitori, è passato al 2° posto secondo quanto deciso da Irene Quintavalle (vincitrice dello scorso Lab).

La traccia da seguire era:
Scrivere una storia di fantasmi (ghost story) seguendo le caratteristiche del genere individuate da M.R. James.
1. Pretesa di verità – la storia che raccontate deve essere raccontata come se fosse una storia vera, realmente accaduta o plausibile. Più riuscite a calare il lettore nella vostra storia più riuscirete a coinvolgerlo, e quindi, spaventarlo
2. Un terrore “piacevole” – Le storie di fantasmi non devono terrorizzare, ma lasciare un senso di inquietudine spaventosa. Devono farti temere quello che c’è sotto il letto senza che tu sia terrorizzato dal letto stesso.
3. Niente sangue o sesso gratuiti – Le storie di fantasmi sono, in un certo senso, eleganti. Non c’è niente di eccessivo o disturbante.
4. Nessuna spiegazione di cosa c’è dietro il sipario – I fantasmi sono per loro natura creature misteriose, e le loro storie devono rispecchiare questa caratteristica. Storie che spiegano troppo, o perché una tale cosa accade in un determinato modo, tolgono molta della magia e della carica emotiva del racconto.
5. Ambientazione ai tempi del lettore – anche questo serve per calare ulteriormente il lettore in una condizione a lui familiare, in cui possa riconoscersi maggiormente e possa più facilmente immedesimarsi nella situazione.
Il punto 5 non era obbligatorio, gli altri sì.

Il limite massimo di caratteri era di 5.000, spazi inclusi, con 200 di tolleranza. 

Pensi di riuscire a fare meglio?

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