Scherzi innocenti – Racconto vincitore a ex equo del Lab di novembre 2014

Immagine di George Hodan
Immagine di George Hodan

Il silenzio rimbomba in quella che era diventata la cantina della St. Patrick School. Le antiche volte in pietra sono vestigia di un passato ben più glorioso dell’attuale locale caldaie e rimessaggio per attrezzi. Il buio è rischiarato dalla luce vaga dei macchinari, il silenzio spezzato di tanto in tanto dal rumore dell’impianto di riscaldamento e da voci di ragazzini che hanno eletto quel luogo a regno delle loro malefatte.
«Ben, Mike! Tornate qui, non è divertente! È buio pesto e non so nemmeno quanto tempo è passato, dai, tornate indietro, ho cambiato idea!»
«Ti hanno rinchiuso e se ne sono andati?»
«Chi sei? Chi ha parlato? Puoi farmi uscire?»
«Eh, magari. Mi chiamo Seth e sono chiuso qui anche io. I miei compagni trovano divertente portarmi quaggiù contro la mia volontà. Non sono esattamente il ragazzo più figo della scuola. Tu che hai fatto per meritarti questo trattamento?»
«Sono Kevin e la mia è una prova di coraggio. Ben e Mike non credevano che sarei riuscito a passare un’intera notte qui. Ho chiesto io che mi chiudessero dentro.»
«Capito. Quindi tu non sei esattamente il ragazzo più furbo della scuola.»
«Che vorresti dire?»
«Beh, le conosci le voci che circolano su questo posto, no? Se tu fossi stato un po’ più furbo, non avresti acconsentito a farti chiudere qui…»
«Ti riferisci alle storie sui fantasmi? Ma figurati! Sono dicerie che circolano per fifoni come te.»
«Mah, sarà. Io quaggiù ci sono stato più di quanto avrei voluto, ho visto e sentito più di quanto avrei voluto.»
«Per esempio?»
«Tipo, lo sai che questa scuola prima era un monastero? Qui sotto c’erano le celle di clausura. C’è chi dice che i monaci camminino ancora per questi corridoi, in silenzio, per mantenere il loro voto.»
«Balle!»
«Non credo che all’epoca ci fossero questi cancelli di ferro, penso che quelli siano stati introdotti dopo. Durante la grande guerra hanno usato queste stanze come vere e proprie celle per i prigionieri.»
«E sentiamo, tu come le sapresti tutte queste cose, eh?»
«Li ho visti. Il monaco che cammina incappucciato per il corridoio. Passa con un mozzicone di candela che basta appena a rischiararlo, cammina su quello che era il vecchio pavimento del monastero, più basso di quello nuovo, i suoi piedi spariscono, affondando fino al ginocchio nelle nostre piastrelle. Il soldato resta seduto in un angolo della cella e fa rimbalzare una palla di stracci e carta, parla una lingua straniera, bisbiglia tra sé. In inglese dice soltanto che non parlerà.»
«Smettila, mi stai spaventando! In che cella li vedi? Dove sei rispetto a me?»
«Te l’ho detto. Sono qui. Resta una sola cella agibile, le altre sono occupate dalle cose della scuola. I fantasmi della St. Patrick School sono tre. Il monaco, il soldato e lo studente. Quello rinchiuso per scherzo e che non è mai più uscito.»
Kevin è pietrificato dalla paura. Una luce fioca si avvicina alla cella. Il monaco sta attraversando il corridoio come se stesse camminando in un fiume nero, alto fino al ginocchio. Una pallina di stracci rotola ai piedi del ragazzo.
Non parlerò l’accompagna come un bisbiglio da un angolo della cella.
Per una frazione di secondo Kevin intravede un ragazzo con la divisa della scuola. Poi la paura è troppa e il mondo sparisce.

Di giorno la cantina della scuola non ha niente di speciale.
«Allora, passato una buona nottata?»
«Ottima, direi.»
«Visto qualche fantasma?»
«I soliti. Poi mi spiegherete che ci trovate di così divertente da rinchiudermi lì dentro, ogni volta che vi capita.»
«Dai Seth, su con la vita! Magari ci resti secco come quel moccioso negli anni ’50!»
«Kevin. Si chiamava Kevin. E vi giuro, non l’ha ancora superata.»

Il racconto che avete letto è opera di Irene Quintavalle ed è risultato uno dei migliori del Lab di Novembre 2014. Questo racconto è arrivato a ex equo al primo posto con altri due. Dopodiché, dovendo comunque dare un podio dei vincitori, è passato al 3° posto in quanto Irene era anche la vincitrice dello scorso Lab.

La traccia da seguire era:
Scrivere una storia di fantasmi (ghost story) seguendo le caratteristiche del genere individuate da M.R. James.
1. Pretesa di verità – la storia che raccontate deve essere raccontata come se fosse una storia vera, realmente accaduta o plausibile. Più riuscite a calare il lettore nella vostra storia più riuscirete a coinvolgerlo, e quindi, spaventarlo
2. Un terrore “piacevole” – Le storie di fantasmi non devono terrorizzare, ma lasciare un senso di inquietudine spaventosa. Devono farti temere quello che c’è sotto il letto senza che tu sia terrorizzato dal letto stesso.
3. Niente sangue o sesso gratuiti – Le storie di fantasmi sono, in un certo senso, eleganti. Non c’è niente di eccessivo o disturbante.
4. Nessuna spiegazione di cosa c’è dietro il sipario – I fantasmi sono per loro natura creature misteriose, e le loro storie devono rispecchiare questa caratteristica. Storie che spiegano troppo, o perché una tale cosa accade in un determinato modo, tolgono molta della magia e della carica emotiva del racconto.
5. Ambientazione ai tempi del lettore – anche questo serve per calare ulteriormente il lettore in una condizione a lui familiare, in cui possa riconoscersi maggiormente e possa più facilmente immedesimarsi nella situazione.
Il punto 5 non era obbligatorio, gli altri sì.

Il limite massimo di caratteri era di 5.000, spazi inclusi, con 200 di tolleranza. 

Pensi di riuscire a fare meglio?

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