Lui è tornato, di Timur Vermes – Recensione

lui-è-tornato
Titolo: Luiè tornato
Autore: Timur Vermes
Editore: Bompiani
Numero di pagine: 443
Prezzo: 15,70
Formato: cartaceo 

Trama (dal sito dell’editore):
[…]È l’estate del 2011. Adolf Hitler si sveglia in uno di quei campi incolti e quasi abbandonati che ancora si possono incontrare nel centro di Berlino. Egli non può fare a meno di notare che la guerra sembra cessata; che intorno a lui non ci sono i suoi fedelissimi commilitoni; che non c’è traccia di Eva. Non può non sentire un forte odore di benzina esalare dalla sua divisa sudicia e logora; e non riesce a spiegarsi l’intorpidimento delle sue articolazioni e la difficoltà che prova nel muovere i primi passi in una città piuttosto diversa da come la ricordava. Regna infatti la pace; ci sono molti stranieri; e una donna (sì, proprio una donna, per giunta goffa), tale Angela Merkel, è alla guida del Reich. 66 anni dopo la sua fine nel Bunker, contro ogni previsione, Adolf inizia una nuova carriera, stavolta a partire dalla televisione. Questo nuovo Hitler non è, tuttavia, né un imitatore, né una controfigura. È proprio lui, e non fa né dice nulla per nasconderlo, anzi, è tremendamente reale. Eppure nessuno gli crede: tutti lo prendono per uno straordinario comico, tutti lo cercano, tutti lo vogliono, tutti lo imitano.

Recensione:
Questo libro è definito umoristico, ironico, satirico. In poche parole, un libro divertente.
Dunque. È scritto da un tedesco – popolazione con molti grandi pregi, tra cui però si dice non figurino la simpatia e la capacità di far ridere – e parla di Adolf Hitler. Come fa ad essere divertente?
Lo è per paradosso.
Tra i pregi di cui sopra sicuramente ci sono serietà, impegno, caparbietà e soprattutto precisione. I tedeschi quando ci si mettono sono pignoli.
E Vermes non fa eccezione, basti vedere le venti pagine di spiegazioni, note, approfondimenti e aneddoti in appendice (tra parentesi: magari se le note le mettono là dove serve vengano lette, invece che tutte insieme alla fine, quando ormai non ci si ricorda di cosa parlava la pagina a cui fanno riferimento… così, la butto lì, metti che mi legga l’editore…). Vermes non lascia nulla di non detto, infila tutto, anche quante briciole Hitler era solito lasciarsi cascare sulla camicia quando mangiava il suo dolce preferito. Ha approfondito tantissimo l’argomento e non si lascia scappare nemmeno un dettaglio, poco importa se così scrive 400 pagine di una storia che stava meglio in 200, lui è tedesco e i tedeschi le cose o le fanno bene o fanno a meno di farle.
E qui arriva il paradosso, perché è questa la cosa che fa ridere. Non le battutine inserite volontariamente dall’autore, quelle sono pietose, fanno cascare le braccia (la cancelliera con “la vitalità di un salice piangente”, uuuh, da sbellicarsi). Fa ridere perché questa maniacalità è talmente assurda da risultare divertente. Oltretutto è la voce di Hitler a narrare la vicenda, quindi la maniacalità gli si adatta alla perfezione.
Ed eccolo dunque che sproloquia di questo e di quello con una puntigliosità inarrestabile, notando ogni minimo dettaglio, ricordando ogni inutile particolare, sottolineando ogni sorvolabile minuzia.
Questo fa ridere. Non perché sia volutamente divertente, ma perché è ridicolo.

Un’altra cosa che strappa sorrisi e/o risatine sono gli equivoci in cui Hitler sbatte senza rendersene conto. Questo è il punto forte del libro, a mio avviso. Sempre trattato con pedanteria teutonica e quindi ingessato e prolisso, ma è un’ossatura geniale per la storia.
Ogni volta che il dittatore parte in quarta con i suoi monologhi allucinati la gente capisce tutt’altro. Lui è serio, mica scherza, è ancora convinto che la Germania abbia bisogno di conquistare “terreni vitali” oltre confine, di estirpare dalla faccia della terra comunisti ed ebrei, di mettere al mondo generazioni di soldati da far morire in qualche guerra e di eliminare il fastidioso problema della democrazia. Lui è così, solo perché è cambiato il periodo non significa che è cambiata la sua mentalità. Ma il mondo attorno a lui è cambiato, e molto. Cambiamenti di cui spesso non ci accorgiamo, almeno finché non ce li fanno notare.
Per le persone di oggi quei discorsi sono talmente privi di senso da venir classificati come scherzi, provocazioni o satira. Nessuno li prende per quello che sono realmente, perché nessuno riesce più a pensare in quel modo, ragionare in quei termini, elaborare quelle idee. Se qualcuno ti dice “domani attacco la Russia” non pensi che andrà a sparare razzi, pensi che giocherà a Risiko.
Per tutta la storia i personaggi attorno all’ex dittatore pensano che lui giochi a Risiko, che sia un comico, che voglia dimostrare quanto era assurdo il pensiero nazista mettendone in luce i paradossi. E lui non se ne accorge, è convinto che appoggino i suoi progetti bellici e prosegue imperterrito con i suoi monologhi surreali.

Insomma, com’è come non è, il libro fa ridere, e questo è quello che conta. Questo è l’importante. Deve far ridere! Perché se non fa ridere, se è un libro serio, allora potrebbe venir preso seriamente. E non bisogna prendere seriamente l’idea del ritorno di Hitler! Non ci si può soffermare nemmeno un istante, non con serietà, non pensando davvero “chissà cosa accadrebbe se”.
A pensarci seriamente è un attimo a trovare qualche pregio in quell’uomo e a far partire un inaccettabile revisionismo.

Per questo do al libro tre stelle e non di più.
Perché è troppo lungo, perché non si capisce del tutto quello che dice e le note le vedi solo alla fine, e perché l’autore si pone l’intelligente obiettivo di ridicolizzare Hitler ma poi scivola clamorosamente sul finale e chiude con la scena – semiseria – di lui che fonda un nuovo partito.
Questo non va bene per niente!

Voto: 3Stellina-nuova2

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La recensione che avete letto è opera di Bee.

6 thoughts on “Lui è tornato, di Timur Vermes – Recensione

  1. HITLER NON È CAMBIATO. FILM NON EDUCATIVO.
    Da comico…a monarca.
    Sfruttava la sua dote di persuasione per carpire cosa voleva la gente e sfruttava tutti per ovviare alle sue fisime di omuncolo e bisogno di potere. La stessa ramanzina e incubo ai giorni nostri. La chiave ironica io la trovo allettante ma agghiacciante. Come era lui.

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