Vita di Tara, di Graham Joyce – Recensione

vita di TaraTitolo: Vita di Tara
Autore: Graham Joyce
Editore: Gargoyle Books
Pagine: 368 

Trama (dal sito dell’editore): Dopo il pranzo di Natale Peter Martin riceve una telefonata concitata dal padre che gli chiede di raggiungerlo subito perché qualcosa di sorprendente è accaduto alla loro famiglia. Al suo arrivo, Peter ritrova Tara, la sorella adolescente scomparsa misteriosamente vent’anni prima.

Cosa le è accaduto? E dove è stata in questi lunghi anni? La storia di Tara ha dell’incredibile: ha conosciuto uno straniero nella foresta degli Outwoods ed è stata con lui per mesi in un… mondo parallelo. Per la sua famiglia è impossibile crederle, ovviamente, eppure il cor­po di Tara non è invecchia­to affatto nonostante siano passati vent’anni. L’uni­co che sembra essere dalla sua parte è il suo primo amore, Richie, ma un uomo misterioso la pedina tentando in tutti i modi d’impedirle di riavvicinarsi a lui.
Spetterà allora allo psichiatra, il dottor Underwood, scoprire quali segreti nasconde la mente di Tara e riportare così ai Martin la ragazzina che avevano perduto.
Con una scrittura vivace e coinvolgente, Graham Joyce ci racconta una storia che, come un incantesimo, ci rapisce e ci porta in un mondo dove la realtà incontra la leggenda.

Recensione: Se un aspirante scrittore mi chiedesse consigli su come costruire un buon romanzo di genere gli consiglierei senz’altro la lettura di questo libro, per capire quanto la scrittura abbia in sé tanta improvvisazione, ma anche tanta, tanta struttura.
Ho letto “Vita di Tara”, o “Some kind of fairy tale”, titolo originale e molto più evocativo, con tre diversi occhi. Due, stavolta, non erano abbastanza.
Il primo, che è a prescindere sempre il più importante per me, è l’occhio del lettore. Ho vissuto le emozioni della storia con trasporto e mi sono lasciato travolgere dall’intreccio delle vite di questi personaggi. Ho trattenuto il fiato, ho avuto paura, sono stato confuso e curioso. Ho partecipato. In poche parole vuol dire che il romanzo funziona, che è valido.
Il secondo occhio è aperto da anni ormai, mi accompagna fondamentalmente in ogni lettura e mi consente di scrivere queste due righe: l’occhio critico. L’occhio che consente di trovare punti di forza e di debolezza, che cerca errori, che scova incongruenze, che stana l’errore e che elogia la cura. E devo dire che Graham Joyce ha soddisfatto appieno anche quest’occhio. Il romanzo è una delizia, carico di personaggi forti, con un intreccio coerente e intrigante. Il naso l’ho arricciato a fronte di qualche scelta di traduzione magari non scorrevolissima, seppur corretta, ma mai per errori o cadute di stile dell’autore.
Infine ho dovuto aprire anche il terzo occhio, quello che non sempre tengo aperto durante la lettura, perché è un qualcosa che rischia di intaccare il piacere della lettura stessa, ancor più della critica e della caccia all’errore. L’occhio dello scrittore.
“Vita di Tara” è strutturato in maniera così ineccepibile, così coinvolgente, che non si può fare a meno di ammirare l’incredibile tecnica narrativa di Graham Joyce, che non a caso insegna scrittura creativa alla Nottingham Trent University.
Ci sono romanzi scritti di getto, guidati dalla passione e dall’inseguimento di un’idea che si sviluppa quasi da sola. Mi sentirei di dire che non è questo il caso. Leggendo quest’opera è fortissima la sensazione di avere tra le mani un prodotto curato al millimetro, solidamente costruito seguendo regole e trucchi per la stesura di un romanzo impeccabile sotto il profilo della tecnica. Un titolo che suscita la curiosità e la suspense tipica dei thriller (uno dei tanti generi che questo libro tocca), con la costruzione di rapporti familiari e umani credibili come quelli di un romanzo mainstream e la tipica magia del fantasy ricercato e mai banale. L’alternarsi di stili e punti di vista, conditi da flashback e largo uso di dialoghi, rende la lettura velocissima, si è costretti a dire “magari leggo un altro capitolo…” perché il libro lo impone. Ogni capitolo risponde a una domanda e ne pone altre tre. Si cercano le risposte fino alla fine. Sto leggendo la storia di una folle? Sto leggendo una storia di fate? Questo libro è un fantasy oppure si traveste da tale ma cela altro?
Se proprio dovessi trovare qualche difetto all’opera direi che è proprio l’aspetto fantasy a essere quello meno convincente. Molto probabilmente un appassionato del fantastico più classico rimarrebbe deluso dal lavoro di Graham, che ha preferito non scendere a compromessi portando avanti con coerenza una storia sì commerciale e mai troppo pesante, ma comunque coraggiosa nella scelta delle tematiche e nella struttura, capace di allontanarsi dai canoni del genere per avventurarsi in territori più spaziosi, ma anche pericolosi.
Ho trovato straordinarie le citazioni all’inizio di ogni capitolo, elementi che davano ulteriori chiavi di lettura ad ogni singola parola scritta da Joyce. Ho amato i capitoli che riportavano gli appunti di Vivian Underwood, psicologo di Tara, che avevano lo scopo di rendere ancora più sottile il confine tra follia e magia e che al tempo stesso permettono al lettore di comprendere quanto Joyce abbia lavorato di fino, analizzando i ricordi di Tara e rendendoli spiegabili, assimilabili a omissioni o stravolgimenti della realtà al fine di rendere più accettabili verità scomode.
Nonostante i bellissimi capitoli di Underwood però, si riesce a intuire il pensiero dell’autore e la direzione che ha voluto dare al suo romanzo. Ma non è mia intenzione fare alcuno spoiler, quindi vi toccherà leggere fino all’ultima pagina per capire cosa è reale e cosa no, quanto la magia possa essere vera o solo maschera psicologica.
“Vita di Tara” è un romanzo che consiglio veramente a chiunque.
Ideale per chi vuole imparare a strutturare un testo, fenomenale per chi cerca solo una lettura estiva non troppo impegnativa, ottimo per chi ha masticato tanto fantasy e cerca qualcosa di diverso, interessante per chi il fantasy lo odia, ma non disprezza il thriller.
Mi mantengo basso e non concedo il massimo dei voti per due motivi:
– il primo, meramente tecnico, riguarda il finale, che ho trovato un pelo prevedibile. E anche questo è un chiaro segno della scolasticità, in senso buono, di Joyce nel creare una storia coerente che porta a un finale intuibile;
– devo aspettare un po’ di tempo per capire se mi resterà dentro o no, se sarà stata solo una piacevole lettura estiva o qualcosa di più.
Due parole infine sulla traduzione e sull’edizione Gargoyle. Non avendo potuto per ragioni logistiche ottenere una copia cartacea del libro, ho dovuto leggere il formato digitale: molto curato. Anche il lavoro di traduzione mi sembra valido. Si avverte la perdita, comprensibile, di qualche gioco di parole, ma non sembra un gran dramma. Infine, per quanto concerne la copertina, l’ho trovata sicuramente gradevole e d’impatto, ma lontanissima dal contenuto del testo. Ma chiudo un occhio, ne ho aperti anche abbastanza in precedenza, direi.

Voto: http://escrivere.com/wp-content/uploads/2014/03/timbro1.jpg

La recensione che avete letto è opera di Guero.

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