Recensione: About farewell, di Alela Diane

rp_Alela-Diane-About-Farewell-726x729.jpgArtista: Alela Diane
Album: About farewell
Anno: 2013
Durata: 34 minuti
Eichetta: Rusted Blue RecordQuesto disco parla chiaro da subito: dal titolo imperniato sull’addio all’immagine sbiadita in copertina, modello fototessera, per finire alle prime dichiarazioni rilasciate dall’artista carpite in rete. La poco più che trentenne Alela Diane, giunta al quarto disco distribuito su larga scala, non fa mistero dei problemi sentimentali che ha attraversato (la separazione dei genitori) e che sta attraversando (la separazione col marito e membro della band). Anzi, lo dichiara subito: questo è un lavoro introspettivo che verte sulle conseguenze di un cuore trafitto, rischiando di far scappare il potenziale pubblico.

E invece è proprio questo che colpisce, che la distingue e che risalta. Il marasma del pensiero comune e dello slogan facile (musicale e non) vuole sempre enfatizzare i problemi di cuore, ma solo per quello che riguarda il rialzarsi, il adesso-ti-faccio-vedere-io, con la voce grossa e con ritornelli martellanti. Si minimizza quasi sempre l’aspetto più triste della faccenda; il momento che abbraccia la caduta dei sentimenti, prima e dopo. Quando l’unica cosa che appare sensata è piangersi addosso e cadere in quel vischioso acquitrino di pensieri inconcludenti (ma tutti sicuramente magnifici) che affossano sempre di più.
Non è per niente cool stare male; non è rock. Come direbbe Adriano Celentano, è lento. E allora, che lento sia!

Alela Diane dunque parte agli antipodi del music business e, non ancora contenta, decide di spogliare le canzoni di ogni orpello che appaia anche lontanamente superfluo.
Le canzoni sono costruite principalmente sul binomio chitarra/voce di Alela. Un modo di arpeggiare caratteristico di chi si è fatto da solo, di chi ha passato ore in compagnia della sola chitarra acustica (il padre musicista l’ha coltivata in tal senso fin da piccola), con note appoggiate, viziate e simmetriche, che rendono ogni esecuzione poco originale ma di un’intimità assoluta. La voce è ferma, decisa e con toni caldi. Spesso aiutata da riverberi old style, è comunque in apparente contrasto con il tema dominante del disco.
Il primo brano, Colorado blue, anticipa quasi tutti i riferimenti e il sound che seguiranno. L’eco del disco Blue di Joni Mitchell è dietro l’angolo, insieme ai brividi buoni che la bella voce di Alela trasporta fino al centro della pancia.
La title track è una vera poesia. L’ottimo intreccio di chitarra già citato sorregge frasi come “The brightest lights cast the biggest shadows” che dicono tutto della melanconia che aleggia. Compaiono anche i cori, che sembrano quasi venire da fantasmi; fantasmi del passato. Molto evocativa, la canzone si chiude con questa strofa, che a mio parere racchiude tutto lo spirito del disco: “Leaving is the hardest part, that’s what we’ve always said. Once upon the other side it is best not too look back. That’s what we said about farewell.”
The way we fall vede la comparsa di qualche strumento: basso, batteria e un bell’arrangiamento di flauti. Il tutto con un sound molto anni sessanta.
Il disco prosegue con qualche ballata un po’ più mossa, dove vengono fuori a turno l’organo, il clavicembalo e i soliti cori spiritati, per arrivare a uno degli episodi più belli del disco.
I thought i knew, una melodia semplice ma disarmante nella sua dolcezza. Qui il discorso amoroso è visto da un altro punto di vista. “You came to my town, i showed you around. But everywhere we went reminded me of him. I’d been lying to myself again.”
Before the leaving ha sapore blues, ma molto particolare come interpretazione.
Hazel street è un’altra perla dove i cori raggiungono vette altissime, forse il brano che assomiglia di più alla forma canzone che ricorda il pop.
Black sheep è l’unico episodio veramente ritmato, quasi tribale.
Chiude il disco Rose & Thorn, ballata tristissima dominata dalla voce di Alela doppiata in sincrono, un effetto stereo molto avvolgente.

Sono dieci canzoni in poco più di mezz’ora. A detta della stampa specializzata fa parte del filone New Weird America, un nome per identificare una sorta di folk Americano proveniente dagli anni ’60 e ’70 (vedi Bob Dylan) sporcato negli anni con elementi di jazz e blues, estremizzato addirittura con musica metal o elettronica.
Lei, vagamente indiana nei lineamenti e decisamente Hamish nel vestiario, ammette amicizie giovanili con le altre artiste Weird di Nevada City (Devendra Banhart, Joanna Newsom) ma niente di più che giustifichi l’appartenenza a tale filone. Il risultato è comunque un folk-psichedelico dai toni cupi. I suoni sembrano persino invecchiati, e con un pizzico di riverbero che li fa sembrare come provenienti dalla stanza a fianco. Soluzione ideale per il tema trattato. I brani fumosi e la voce decisa ti parlano in modo poco invadente di quello che succede quando i sentimenti di uomo e di donna si toccano, si contorcono, si allontano e si mischiano senza un senso apparente. Sembra che Alela Diane si aggiri sui cocci di una storia andata male e ripercorra i momenti più delicati, quando il cuore ha già deciso ma la testa ancora si oppone. Spuntano ricordi precisi, come questo: “We took a shower in the dark, your mother wasn’t home” che diventano universali, che accompagnano i silenzi, le sigarette amare fumate nell’attesa che il corpo capisca. Nessuna fretta, il dolore va digerito. Anche le immagini del booklet, una sorta di collage di centrotavola fatti all’uncinetto, sembrano un inno all’attesa, al prendere tempo.
Ecco, è proprio questo aspetto che va contro ogni regola del vivere moderno a colpire maggiormente. Mentre la vita sempre più social pretende sorrisi, caratteri propositivi, selfie spensierati e start-up anche per portare il cane al parco, ti puoi immergere per trenta minuti in questo disco, e ricordarti che i tempi del cuore sono tutta un’altra cosa, che meritano un certo rispetto. Certo, Alela Diane non ha scoperto né sperimentato niente di nuovo, ma l’ispirazione che attraversa i brani è palpabile e vale sicuramente il prezzo del biglietto.

Voto: 4Stellina-nuova11http://escrivere.com/wp-content/uploads/2014/03/timbro1.jpg

La recensione che avete letto è opera di Jonfen.

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