Margherita – Racconto vincitore del Lab di aprile 2014

Perché il lino è bello? Perché presenta qualche irregolarità, si stropiccia facilmente, ma indossato è fresco e cade quasi danzando.
Così è Margherita. Si muove imperfetta in un mondo di gente precisa. Eccola arrivare a passo svelto sulla porta di casa, in cima alla salita, con lo zaino di traverso e i capelli all’aria.
Sale le scale, poi entra in cucina sorridendo alla nonna.
«Popa, te sei sempre spetenada! Come mai t’hai desfà la coa?» La voce di Maria è a metà tra il limone e lo zucchero. Questa nipote l’ha portata il vento e non c’è verso di tenerla in ordine.
«Abbiamo vinto il torneo di pallavolo, nonna.» E si allunga sul tavolo per prendere il budino al cioccolato. «Tre punti li ho fatti io in battuta.»«Bravi, bravi.» La nonna sospira. «Ma il pezzo di tela Aida che ti ho dato la settimana scorsa, avete cominciato a ricamarlo? Almeno il punto croce santiddio, ve lo insegneranno! Tua sorella a quest’età… » Sopra il viso della ragazza passa un’ombra e Maria si interrompe, posandole davanti un bicchiere di latte. Le sistema i capelli con le dita e Margherita si gira schioccandole un bacio.
Finita la merenda vola via, attraversa la strada ed è già da Sandrina, la sua amica del cuore.
Maria resta in cucina con la gota sporca di cioccolato e pensa alla nipote più grande, in camera al piano di sopra, che studia ed è veramente brava, ma non ha mai lasciato tracce sulle sue guance.
La pace dura poco. La porta si spalanca e Margherita trascina l’amica lungo le scale fino in camera sua, lanciando alla nonna una spiegazione che arriva confusa in cucina, mentre la donna sta preparando la cena. Non fa in tempo a ribattere che le due si sono già chiuse dentro.
«Robe da mati! Sempre ensema. Se una la se buta da ‘n pont, ghe va drio anca quel’altra!» La donna mescola piano il contenuto della pentola, sospirando su quella cena per sole donne. Sa di essere indispensabile alla figlia, ma sta diventando faticoso aiutarla. Ha nostalgia del polso fermo che aveva il genero, del suo modo di farsi obbedire anche senza alzare la voce. E le manca un po’ di quiete che, alla soglia dei settanta, è quasi un bisogno fisiologico.

La lingua di Margherita spunta rosa tra le labbra. È al massimo della concentrazione mentre tratteggia il disegno con la matita e freme: non vede l’ora di mettere mano ai colori. È fatta. Sandrina la guarda ammirata: lei non avrebbe mai il coraggio di fare un murales in camera! Fa da palo passandole paziente i tubetti e tendendo un orecchio alle scale, il cuore che batte veloce.
«Ora vieni… aiutami a finire questa parte.»
«No, no. Tu sei più brava, e poi è tuo. Sta venendo un capolavoro!» Sandrina non è mica esperta, ma quell’esplosione di colori le piace un sacco, ha paura di rovinarla.
«Vorrei riuscire a finirlo prima che la mamma torni dal colloquio a scuola.» La mano rallenta fino a fermarsi. «Così, forse, mi sgrida tutto in una volta.» Poi prosegue, accostando una sedia al muro, perché il giallo le sembra poco e vuole che sfiori il soffitto; anzi, ci vorrà una scala.

«La matematica è quella che le dà più problemi, per il resto direi che è nella media.» La preside fa una pausa studiando il viso della donna: un’apprensione a stento contenuta la porta a socchiudere gli occhi, come se dovesse difendersi da cattive notizie. «Non l’ho chiamata per lamentarmi di Margherita, anzi. Volevo sapere se ha notato la sua predisposizione al disegno, alla pittura. La professoressa di educazione artistica mi ha mostrato alcuni suoi lavori e devo dire che sono rimasta colpita dall’abilità di sua figlia. Ha solo undici anni, ma la sua mano è già molto matura, si destreggia bene in tutte le tecniche che finora sono state insegnate ai ragazzi, ma è la fantasia che la fa emergere.»
La parlata veloce della donna è intrisa di sollievo:
«Pasticcia coi colori da prima dell’asilo.» È modesta ma sì, conosce l’abilità della figlia.
La preside sorride.
«Le consiglierei la scuola d’arte per le superiori. Ma, se può permetterselo, io le farei iniziare un corso già ora. E, prima che mi dimentichi: c’è un’iniziativa che interessa il vostro rione. Ne è al corrente? La chiamano “La festa dei quadri”. Verranno esposte opere in tutte le vie del quartiere antico, l’ultima domenica di maggio. Parteciperemo anche noi e tutte le scuole del comprensorio: in palio c’è una gita a Firenze.»

Piera guida piano verso casa e pensa alle sue figlie. Nemmeno con due padri differenti avrebbero potuto essere più diverse. Scrolla il capo per mandare via i cattivi pensieri e preme sull’acceleratore: non vede l’ora di abbracciarle.

Jenny apre la bocca e il rumore dell’aria che trattiene si sente forte nella stanza. La sorella la guarda apprensiva. La grande stacca a fatica gli occhi dal muro, poi si avvicina e le strofina le nocche sul capo, un braccio a circondarle le spalle.
«Tu sei matta… la mamma darà fuori di testa! Però che bello!» E si lascia di nuovo rubare gli occhi che, tra tante cose, corrono sul rosso brillante di una vespa, la passione del padre.

Piera resta in piedi sulla porta e guarda Margherita dormire pancia sotto. Nella stanza l’odore della tempera è ancora abbastanza forte, così si avvicina alla finestra e lascia entrare uno spiffero d’aria. La luce del corridoio illumina di traverso il lavoro della figlia dando ai colori un tono smorzato, senza togliere niente della forza che il disegno emana. Appena visto, l’aveva colpita come un pugno allo stomaco, un pugno di velluto.
Ora le si piegano le labbra pensando al commento della madre.
«Signor benedeto! Quela putelota chi, la ‘n combina de tuti i colori!» Le ragazze si erano quasi spisciate per il gran ridere, rotolandosi sul letto. Rimbocca piano le coperte e esce dalla stanza, insieme al ricordo del marito, di quando la veniva a trovare in sella alla vespa e, facendo rombare il motore truccato, le lanciava lo stesso sorriso della figlia.

L’ultima domenica di maggio è un giorno pieno di sole. I vicoli e le strade del quartiere sono quasi tutti in salita, però questo non ferma il viavai della gente che ammira le opere appese a cielo aperto.
Ma è davanti alla casa di Margherita che si forma un capannello; la voce si è sparsa e c’è chi attende di entrare, curioso, e osserva chi esce col sorriso e i colori ancora riflessi negli occhi.

Dalla piazzetta sale il profumo dei wurstel alla griglia, delle patatine e si mescola a quello dolce delle frittelle di mele. Margherita e Sandrina sono a zonzo dalle prime ore del mattino, instancabili. Si sono prese anche lo zucchero filato, fregandosene delle compagne che si fingono già grandi, con la matita sugli occhi e i capelli piastrati. Gironzolano, fermandosi spesso nei pressi della vecchia fontana, dove ci sono i disegni della scuola media Carducci, la loro. Ascoltano i commenti degli adulti e degli esperti e le loro risate rimbalzano e gorgogliano come l’acqua limpida che esce zampillando poco lontano, perdendosi nell’aria di maggio.

Il racconto che avete letto è opera di Willy ed è risultato il vincitore tra quelli che hanno partecipato al Laboratorio di Aprile 2014. Il tema da seguire era stato scelto da Fepi (vincitore del Lab di Marzo 2014).

La traccia scelta da Fepi era: scrivere un racconto a tema libero, ma che girasse intorno a una festa.
Non era necessario ambientarlo durante il “lieto evento”. Era sufficiente che se ne accennasse. Inoltre, il racconto doveva contenere dei dialoghi in cui un personaggio -uno solo- doveva esprimersi in un dialetto popolare italiano.
Tale personaggio poteva essere il protagonista oppure no.

– Gli interventi dialettali dovevano essere delle pennellate non invasive, onde evitare che si cadesse in una sorta di vernacolo. Il numero di tali interventi andava dunque da un minimo di 3 a un massimo di 5.
– le parole, in ciascuno di questi interventi, dovevano essere almeno 6 e non più di 18.

Il limite di lunghezza era minimo di 6000 e massimo di 7.900 caratteri (spazi inclusi).

 

Pensi di riuscire a fare meglio?
Allora iscriviti e partecipa al prossimo Laboratorio!

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