Recensione: Lentamente, di Veronike Jane

Titolo: Lentamente

Autore: Veronike Jane

Editore: autopubblicato

Pagine: 169

Prezzo: 3,99 € (ebook), 8,99 € (cartaceo)

Quarta di copertina:

Vanessa è l’ultima di quattro figli. Nasce e vive fino all’adolescenza in una famiglia legata a uno dei più famigerati boss della malavita siciliana, per via degli stretti legami di parentela di sua madre.
Il romanzo ripercorre in prima persona le vicende familiari della protagonista, che ci accompagna per mano nel suo percorso. Grazie a una descrizione accurata dei luoghi e dei personaggi, il lettore viene calato nelle vicende di un quartiere degradato della “Vecchia Sicilia”.
Con l’evolversi degli eventi, la trama assume toni drammatici, a tratti profondamente struggenti. Ma non per tutti il destino è una linea dritta, uguale ed ineluttabile fino alla fine.

“…perché nessuna cicatrice può fermarmi bensì guidarmi, perché il mio vero io è un bagaglio che porto nel cuore…”

Un racconto cruento, surreale, violento, ai confini con la realtà, in cui il contatto con quel vissuto non può che scuotere.
Una narrativa efficace e diretta che arriva a segno: un pulp realistico raccontato da chi ha toccato con mano violente aberrazioni e le svela denunciandole al mondo.

Recensione:

Il libro apre in maniera concisa e fresca presentando Vanessa, la protagonista, qualche elemento della sua famiglia, ma soprattutto una Sicilia (Agrigento, per la precisione) periferica, degradata e mafiosa.

I primi capitoli scorrono veloci, con stile riassuntivo; grazie a parecchi salti temporali, si capisce che l’intenzione dell’autrice è raccontare la storia della famiglia di Vanessa presentando una sorta di collage che spazia da ricordi d’infanzia, vicende tramandate e vita vissuta dalla protagonista in prima persona.

Viene a galla la parte peggiore e più infima del sud Italia, e dell’Italia intera, mi sento di aggiungere.

Vittorio, un padre che stenta a rimanere nella legalità e prova a costruire una vita diversa, una madre cresciuta tra un pedofilo e una moglie inerte, zii mafiosi, segreti e affari sporchi che porteranno tutto il “clan” a sprofondare sempre di più. Tutto questo davanti agli occhi di Vanessa, che nel libro rimane quasi osservatrice, facendosi carico di una nefandezza dietro l’altra, custodendole nell’anima per poi farne chissà cosa.

Essendo un romanzo che abbraccia più generazioni, ne viene fuori un ritratto ben riuscito della Sicilia in evoluzione. Emerge la superstizione, la naturalezza a insabbiare le peggiori cose, gli istinti più primitivi che possono attecchire nell’animo umano, la paura delle malelingue e l’impunità che offre la protezione della mafia a certi livelli.

C’è una via di uscita a tutto questo? C’è un modo di cambiare le menti senza cambiare per forza latitudine?

Vanessa lascia uno spiraglio dolce amaro sul finale, che sinceramente ho apprezzato.

Purtroppo non posso dire altrettanto per quanto riguarda l’aspetto tecnico e stilistico del romanzo.

Quello che dai primi capitoli sembra un riassunto atto a tirare le fila di storie che attraversano generazioni, rimane in realtà il passo costante di tutto il romanzo. Cioè, le quasi 170 pagine di libro sembrano il riassunto, la parafrasi di qualcosa di più grande che non si ha avuto il tempo, la voglia, l’ispirazione o la capacità di ampliare a dovere.

Ogni capitolo, ogni storia e ogni carattere vengono raccontati come una toccata e fuga, giusto per far sapere chi fa cosa e legarlo alla vicenda familiare, ma spesso il risultato assomiglia a un elenco tipo lista della spesa. Per la prima metà del libro ho atteso un cambio di passo, un rallentamento e un focus diverso che non sono mai arrivati.

Un vero peccato perché gli intrecci e le vicende denotano una sicurezza nella struttura notevole, dovuta o a una grande fantasia, o a una parziale identità autobiografica. Le vicende prese nel loro piccolo appassionano, alcune sono proprio buone (vedi quella del fantasma), ma messe giù così fanno perdere le tracce dell’emozione appena girata la pagina.

Il mio consiglio sarebbe stato di selezionare meno materiale e focalizzarsi su pochissimi elementi. Ci sta il riassunto di intere parti nei romanzi corali e nelle vicende familiari, penso sia proprio una tecnica, ma poi c’è bisogno anche di entrare nel vivo e scavare dentro ai personaggi, altrimenti il rischio è che rimanga ben poco. Esattamente quello che è successo, tanto che ho faticato a ricordare nomi e ruoli anche durante la lettura.

Sullo stile ho notato molte descrizioni superficiali e superflue, forse frutto di tutto il discorso sul riassunto fatto prima. Altra cosa che non mi è piaciuta, l’uso smodato di parole in corsivo o tra virgolette. Questo bisogno costante di specificare un termine, un aggettivo o una parola qualsiasi mi ha fatto pensare a una mancanza descrittiva di base, dove non essendoci un ambiente o un sentimento ben descritto e definito, si vuole usare la parola “speciale” per colmare quella lacuna. Essendo poi parole speciali, non bisognerebbe comunque abusarne. Inoltre creano una sorta di complicità col lettore che non sempre si abbina all’atmosfera del romanzo.

Insomma, sotto certi punti di vista ho trovato questo lavoro acerbo, ma non sono problemi insormontabili. L’autrice si destreggia comunque bene e non ha difficoltà a rendere certi passaggi in modo adeguato. Dove l’economia della prosa richiedeva una scrittura asciutta e vivida, lì ho trovato la parte migliore e la voce più chiara dell’autrice.

Per concludere, un plauso comunque alla scelta del soggetto. Anche se il risultato non mi ha convinto, sono rimasto colpito dal coraggio necessario a scrostare la patina che cela una situazione drammatica come quella descritta. Questa operazione è riuscita bene, sfiorando il reale e procurando un disagio a tratti reale.

Voto: 

Questa recensione è stata scritta da Jonfen

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