La luna allo zoo, di Roberto Addeo – Recensione

Titolo: La luna allo zoo
Autore: Roberto Addeo
Editore: Il seme bianco
Pagine: 100
Prezzo: 12,90 € (cartaceo)

Trama (dalla quarta di copertina):

Ambientato a Bologna, città in cui l’autore ha vissuto per più di dieci anni, La luna allo zoo narra in prima persona le piccole tragedie quotidiane, le pulsioni amorose, le continue insicurezze e le stralunate ma poetiche considerazioni sul mondo di un venticinquenne campano. Il protagonista si trascina da uno squallore all’altro, incapace di dominare la sua giovane esistenza, vagabonda e dal futuro incerto. Senza mai prendersi davvero le colpe per il suo destino avverso, indugiando, maledicendo, sognando e sbagliando cerca la propria dimensione tra lavori saltuari e tentativi di scrivere un romanzo. I suoi unici diversivi alla monotonia dello scorrere di giorni grigi e indefiniti, saranno i rapporti saltuari con donne di cui non è innamorato, le frequentazioni amichevoli con persone che preferirebbe non conoscere, i lavori che non augurerebbe di fare nemmeno ai suoi nemici, e le serate buttate sulle strade e nei locali notturni in compagnia dell’alcool, unico alleato in grado di scacciare i fantasmi del suo passato. Uno scritto semi autobiografico, ironico e allo stesso tempo malinconico e spietato.

Recensione:

Romanzo breve che racconta uno stralcio di vita del protagonista alle prese con le grandi domande sull’esistenza che ci si possono fare a venticinque anni: chi sono, cosa farò “da grande”, che cos’è l’amore?
Cosa ancora più importante, questo momento delicato avviene in un presente storico completamente privo di certezze per il futuro (quello reale dei giorni nostri), in una Bologna che apre il sipario sulla intricata vita ai margini che pullula appena sotto la crosta del consumismo ebete e sfrenato, e con la povertà di mezzi che può avere un campano emigrato in cerca di lavoro, qualsiasi lavoro.
La premessa, per quanto vasta, mette comunque curiosità, e non è difficile iniziare a seguire il protagonista (dalla quarta di copertina si apprende che il romanzo è semi autobiografico) nelle capriole che lo strattonano portandolo ad attaccare le sera alla mattina.
Con uno stile che si alterna tra la crudezza descrittiva del reale e un sarcasmo disilluso nei pensieri, impariamo così a conoscere compagni di viaggio e luoghi di questa vicenda.
Ci sono (tutti con soprannomi molto riconoscibili) amici e colleghi che vanno e vengono, affittuari stronzi e aguzzini, mezzi barboni (anche tutti interi, a volte) in compagnia di cani e in cerca di un posto dove stare, o di qualcuno con cui condividere le spese. Ci sono donne che fanno la loro comparsa per il tempo di un amplesso, buttando nella spazzatura tutto quello che gravita attorno al sentimentalismo. Ci sono bancarelle sotto i portici che non fruttano abbastanza, ci sono sigarette e birre sempre sul punto di esaurirsi e la paura di non poterle ricomprare. E c’è il freddo. Il freddo sulla pelle e quello proprio dell’anima. In queste pagine si arriva in alcuni brani a comprendere quell’immenso scalino che c’è tra chi riesce a integrarsi (per piacere, per fortuna, per impegno) e chi no (per dovere morale, per sfortuna, per apatia), e tutto lo stucchevole benessere di chi se lo può permettere rimane sempre da sfondo alla domanda che pare porsi il protagonista (e l’autore): e allora, a cosa serve tutto ciò?
Rimane da sfondo nei bar, dove c’è chi perde tempo ubriacandosi e chi ride sereno; nelle vie del centro, dove c’è chi non sa dove andare a ripararsi e chi ha buste firmate in mano… un contrappunto poco visibile ma sempre presente.
Tutto il libro è pervaso da questa apatia e da questa attesa di qualcosa di meglio, mentre nel frattempo non si fa che scendere ancora di più nel baratro, come testimonia anche lo scrittore emergente che fa la sua comparsa nella seconda metà del libro, nemesi (e anagramma) dell’autore e del protagonista del romanzo.
A salvare la situazione ci sono le donne, con i loro seni prosperosi e, come dicevo, una sorta di consapevolezza ironica che attraverso i pensieri del protagonista cerca di stemperare tutto questo grigio.

Dal punto di vista stilistico ho purtroppo notato qualche lacuna. La più grave, a mio parere, è l’assenza di una trama vera e propria. A me per primo non è mai andata a genio la SACRA REGOLA DEL CONFLITTO, ho sempre sperato di leggere una storia “normale” dove non ci fosse per forza uno scontro di forze fra il bene e il male, dove non per forza il protagonista dovesse cambiare dalla prima pagina all’ultima. Ho constatato a mie spese che questo tipo di storie esistono, ma sono rarissime, e comunque scritte da penne magistrali.
In questo caso invece, col procedere della storia si faceva sempre più strada la ricerca di un plot o sub-plot che facesse da collante alle vicende, ma non ho trovato niente di abbastanza solido e duraturo da catalizzare l’attenzione a dovere, pochissimi elementi per cui schierarmi, fare il tifo o utili a farmi domande su come sarebbe finita. Penso che, viste le larghe maglie consentite dall’ambientazione e dai personaggi, trovare una “Storia” da cui muovere i fili dei personaggi, avrebbe giovato moltissimo alla resa finale. A fare da padrone è spesso questa descrizione accurata della miseria umana (fatta tra l’altro molto bene), ma penso che non bastino descrizioni su descrizioni a generare appunto un tipo di sentimenti o un senso di empatia profondo.
Ho trovato spesso periodi incerti, frasi un po’ contorte che hanno tolto fluidità alla lettura.
Anche le numerose elucubrazioni del protagonista non mi hanno sempre convinto. Se quasi tutte partono da presupposti universali (vedi malessere esistenziale), poi spesso chiudono la riflessione in maniera più criptica e personale, rendendo l’immagine finale più debole. Il linguaggio in generale pende spesso fra parole ricercate e linguaggio più “stradaiolo”, l’effetto non sempre è utile alla comprensione.

Forse questo romanzo vuole essere un quadretto quanto più reale e crudo dei nostri giorni a certe latitudini esistenziali, da qui la ragione di alcune scelte, e in parte l’obiettivo è stato raggiunto, ma a mio parere mancano alcuni elementi coraggiosi per far uscire queste vicende da un semplice moto di causa-effetto senza un apparente motivo, e farle arrivare più vicino all’organo che genera emozioni.
La base di partenza è comunque buona perché le intuizioni ci sono, e sono genuine abbastanza da rendere comunque la lettura interessante.

Voto


Questa recensione è a cura di Jonfen

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