Il porto, di Letizia Lanza – Recensione

Con questo articolo inauguriamo la nostra collaborazione con Rossella Miccichè. Le diamo ufficialmente il benvenuto su È scrivere e la ringraziamo per averci dato la sua disponibilità. Presto leggeremo altre sue recensioni.

Titolo: Il porto

Autore: Letizia Lanza

Genere: romanzo psicologico, narrativa

Editore: Project

Pagine: 220 pagine, brossura

Prezzo: 16,00 euro (cartaceo), 5,99 euro (ebook)

Trama (dal blog del romanzo):

Una donna senza nome parte in solitaria sulla sua barca a vela. Sembra che il suo viaggio abbia uno scopo e una meta, ma più forte è il sospetto che si tratti di una fuga. Intanto su una piccola isola del Tirreno, la vita lenta del borgo viene improvvisamente turbata dall’arrivo di una barca alla deriva. A bordo solo un macabro indizio: sul fondo dello scafo giace una giacca insanguinata… “Il porto” è la storia di un viaggio, di naviganti sperduti alla ricerca di se stessi e di come il Mare li richiami e intrecci le loro fragili vite. Lui, spettatore indifferente e protagonista, fonde e confonde poesia e disillusione in un romanzo psicologico appassionante che si fa leggere d’un fiato, ma che lascia il desiderio di una seconda lettura, per il gusto di scoprire anche gli indizi più nascosti.

Recensione:

Mare aperto. Agnese, abituata ai viaggi in barca sin da piccola, appunta su un quaderno i suoi pensieri mentre naviga in solitario. Dopo lunga riflessione decide di approdare all’isola che anni prima ha segnato in modo indelebile la sua vita, per tentare di trovare le risposte alle domande del suo passato burrascoso ed enigmatico e del suo futuro incerto.

Tobas, l’uomo dai caratteristici alluci dipinti di blu che ormai tutti conoscono, vive sulla sua barca ancorata al porto della medesima isola. Non è ancora sceso a patti con i rimorsi e la dura perdita di un amico nel suo ormai lontano passato, ma a suo modo tenta di costruirsi una sua esistenza solitaria e intima.

Mattia, giovane introverso ed eccessivamente sincero che non ha mai conosciuto i suoi veri genitori, vive sulla sottile linea tra realtà e allucinazione e lascia che i suoi pensieri, scritti su fogli di block notes, siano ingoiati dalle burrascose onde del mare. Dopo un’adolescenza spericolata a Milano in preda ad alcool e droga, vive a casa di un amico sull’isola ed è ora alla ricerca di se stesso, in fuga da una realtà a cui non appartiene.

Le sorti di questi tre personaggi, destinati a intrecciarsi e compenetrarsi inesorabilmente, a cui si aggiunge il mistero di un evaso che si nasconde su quelle terre in mezzo al mare, costituiscono il plot di questa opera prima di Letizia Lianza.

“Il porto” è un romanzo che si legge d’un fiato, ma che non lascia molto soddisfatti. Se da un lato infatti la narrazione in prima persona di Agnese che apre e chiude il romanzo è viva, ben tratteggiata e immerge il lettore nei sentimenti della protagonista, tutto il corpo del libro – in cui si alternano le voci di tutti gli altri personaggi – appare molto meno intenso, spesso dispersivo e caratterizzato da un ritmo e da una punteggiatura poco curata. Una scrittura ancora incerta non offusca del tutto però le potenzialità di una storia che può farsi elevata e con momenti intensi e introspettivi degni sicuramente di nota. Da una parte l’autrice si dimostra sapiente nel scansare certe pericolose banalità, in altri casi, purtroppo, vi inciampa rovinosamente, forse per ingenuità o scarsità d’esperienza; il linguaggio tecnico marinaresco è forse un filo troppo insistito e pedante e certi filoni della trama volti a creare suspense lasciano infine a bocca asciutta. Il finale relativamente a sorpresa e la diramazione degli eventi in due prospettive temporali differenti forniscono quel valore aggiunto assolutamente necessario a un intrecciarsi di storie che più volte manca di brio e che spesso finisce per accartocciarsi su se stesso in modo scialbo e privo di scopo. Non abbastanza avvincente, il giallo e il mistero che aleggia sulla storia viene lasciato cadere quasi a ulteriore, chiara dimostrazione del suo valore come unico espediente narrativo per “rimpolpare” una trama altrimenti eccessivamente esile e incentrata sì, come è evidente, quasi del tutto sugli avvenimenti interiori dei personaggi, ma non abbastanza coinvolgente per non richiedere richiami esterni scarsamente privi di appiglio. Sia chiaro, tuttavia, che la mia non vuole essere una critica distruttiva: l’autrice ha per me delle potenzialità davvero interessanti, che raramente si trovano in una scrittrice al suo primo romanzo. La sua narrazione ha dei tratti di stile notevoli e dimostra una certa profondità (a volte non del tutto espressa) nel trattare argomenti delicati come la malattia mentale. Un lavoro più accurato e incisivo sul testo (sia sul piano stilistico che su quello contenutistico) avrebbe dato al romanzo una migliore veste e una maggiore resa; mi auguro per il futuro che Letizia Lianza metta a frutto le sue palesi buone qualità e ci regali un’opera all’altezza delle sue capacità.

Voto: 

 

Questa recensione è opera di Rossella Miccichè

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