Il giorno dei trifidi, di John Wyndham – Recensione

Titolo: Il giorno dei trifidi

Autore: John Wyndham

Editore: Mondadori

Pagine: 249

Trama:

Il primo segnale è una straordinaria pioggia di meteoriti verdi che scende su Londra illuminandone il cielo notturno e toglie la vista a chiunque vi assista. Poi, l’invasione: quei corpi celesti contenevano infatti i semi di piante mostruose che crescono a una velocità mai vista, si spostano e inghiottono qualunque essere vivente, umani compresi. Solo una piccola colonia sull’isola di Wight è ancora immune, ma la civiltà, impazzita di terrore, per sopravvivere si è riassestata su spietate basi feudali… Ospitato a puntate sulla rivista americana «Colier’s» nel 1951, Il giorno dei trifidi è stato un immediato successo, la prima affermazione di massa della fantascienza al di fuori del ristretto ambiente degli appassionati, dopo gli ormai lontani trionfi di H.G. Wells. Da un giorno all’altro, i silenziosi e letali trifidi si sono conquistati un posto – e un posto di tutto rispetto – nell’ampia galleria di creature mostruose che l’uomo è andato nei secoli evocando per dare corpo ai più nascosti fantasmi della propria immaginazione.

Recensione:

Il giorno dei trifidi, capolavoro di John Wyndham del 1951, rientra a pieno titoli nella rosa dei libri che hanno reso grande la fantascienza. Non siamo di fronte a navicelle spaziali o a innovazioni scientifiche che hanno cambiato la vita all’umanità, ma il concetto di entità aliena e il progresso della scienza (in questo caso nell’ambito di quella che oggi chiameremo bioingegneria) permea ogni pagina e si palesa nella figura dei trifidi, piante deambulanti, verosimilmente senzienti, che mettono in atto una lenta conquista del nostro pianeta.

La prima mossa è il loro progressivo e innocuo inserimento nel nostro habitat. A partire dalla loro comparsa, una manciata di anni prima dello svolgimento della storia, i trifidi sono proliferati sia in forma selvatica nei campi incolti e nella boscaglia sia in vere e proprie coltivazioni. Solo successivamente l’uomo, finora interessato più alle proprietà industrialmente sfruttabili della pianta che non alla sua biologia né tantomeno alle sue origini, si accorge che la forma adulta dei trifidi è in grado di camminare, ha un aculeo velenoso che provoca morte pressoché istantanea e, forse, ha capacità comunicative. Già solo questo sarebbe un bel problema (oltre che una trama fatta e finita), ma il piano di conquista prevede una seconda mossa, narrativamente molto più affascinante. Il presupposto sul quale si fonda risiede nell’aver individuato la vista come unico vantaggio degli uomini rispetto ai trifidi. Non il cervello quindi, di cui con ogni probabilità anche loro sono dotati, non il linguaggio, avendo anche loro sviluppato un peculiare sistema di comunicazione, non il pollice opponibile e la conseguente capacità dell’uomo di utilizzare oggetti e costruirne di nuovi, che evidentemente a loro non serve. Quello che rende gli uomini ancora superiori e che li protegge dai trifidi è la vista.

Non è mio intento stabilire quale sia il reale vantaggio evolutivo sviluppato dalla specie umana per diventare quella dominante, né aprire una discussione su quanto siano ugualmente abili i non vedenti, e immagino non fosse neanche lo scopo del romanzo. Perciò prendiamo per buono quanto i trifidi stessi credono: il fattore cruciale che impedisce la loro ascesa è che gli umani ci vedono. In effetti, la cosa può avere un senso se si considera che la sola tecnica di attacco dei trifidi consiste nell’aspettare che qualcuno passi loro accanto per poter usare l’aculeo.

Da qui la seconda mossa, ossia la pioggia di meteoriti verdi.

Se state storcendo il naso perché vi sa di già visto o già letto tornate alla prima frase di questa recensione e soffermatevi sulla data di pubblicazione: 1951. Se vi sa di già visto o già letto forse è perché Wyndham lo ha scritto.

È proprio la pioggia di meteoriti verdi lo snodo fondamentale della trama e l’evento che offre più spunti di riflessione.

Dopo lo splendido spettacolo che il fenomeno regala (e che proprio per questa sua bellezza ed eccezionalità richiama un gran numero di spettatori e innesca un tam-tam mediatico), l’effetto principale è che la mattina successiva chiunque lo abbia visto si sveglia cieco. Solo chi, per un motivo o per un altro, non ha assistito all’evento conserva la vista, rimanendo uno dei pochi vedenti del pianeta.

È il caso di Bill, che la notte dei meteoriti si trovava bendato in un letto d’ospedale in seguito a un intervento proprio agli occhi. Il suo risveglio è traumatico, ma lui non può sapere che lo è molto meno di quello della maggior parte delle persone. Solo e impaurito, si aggira per una Londra immobile e deserta. Niente macchine, niente mezzi pubblici, niente negozi. Gli unici suoni che sente sono urla e pianti. Pian piano inizia a incontrare qualcuno per le strade e non ci mette molto a capire quello che sta succedendo, ma non sa che la privazione della vista porterà presto gli uomini a dividersi in forti e deboli, in chi ha ancora la possibilità di sopravvivere e chi invece è destinato a soccombere.

Da questa inevitabile distinzione deriva il quesito morale più grande: in un mondo in cui è chi ci vede a stabilire le nuove regole, cos’è giusto fare nei confronti di chi ha perso la vista? È corretto impiegare tempo, risorse ed energie per aiutare chi non è più in grado di provvedere alla propria sussistenza? Oppure, trattandosi di un numero troppo grande per i pochi vedenti rimasti, questi dovrebbero abbandonare gli altri al loro destino e concentrarsi sulla sopravvivenza propria e della specie umana, magari fondando nuove comunità da cui ripartire?

“Chi ha il diritto di giudicare quali di noi furono più brutali? Quelli che videro l’immediata responsabilità e rimasero o quelli che pensarono a una responsabilità più lontana e se ne andarono?”

Vengono tentate, con maggiore o minore fortuna, entrambe le strade. Ma una cosa è evidente: nel caos che segue, i trifidi c’entrano poco o nulla. È infatti uno scontro di uomini contro uomini quello che domina gran parte del libro e che mostra una volta di più come, quando l’ordine va a farsi benedire, sia l’uomo la più grande minaccia per se stesso: con un codice morale in bilico come la società da cui deriva, si dimostra aggressivo e meschino, poco incline alla collaborazione, se non forzata. Non mancano infatti scontri tra vedenti e vedenti per il dominio sul nuovo mondo, ma anche tra vedenti e non vedenti, con i primi che si autoproclamano capi e sono pronti a redigere nuove leggi e nuove condotte morali, e i secondi che vanno letteralmente a caccia di chi ci vede per poterlo usare come guida/schiavo personale.

“Quello che colpisce di più è il rendersi conto della rapidità, della facilità, con cui abbiamo perso un mondo che sembrava saldo e sicuro.”

Intanto i trifidi attendono nell’ombra, pronti a colpire.

Voto:

Recensione a cura di Ariendil

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *