Il velo di Irsina, di David A.R. Spezia – Recensione

Titolo: Il velo di Irsina

Autore: David A.R. Spezia

Editore: selfpublishing

Pagine: 272

Trama (dalla quarta di copertina):

James Mc Knight, scrittore inglese di successo, decide di passare un periodo nel piccolo borgo medievale di Irsina: un antico paese dell’entroterra lucano. Accompagnato da un italiano di nome Tonino, visita gli affreschi delle cripte, le misteriose gallerie scavate nella collina e la magnifica Cattedrale, riconoscendo la presenza di numerosi simboli templari. Apprende la storia del duca Francesco I del Balzo, signore di Montepeloso (antico nome di Irsina) e di sua figlia Antonietta. Scopre come, nel 1370, il Duca abbia attaccato e distrutto i possedimenti benedettini della zona. Il giorno della festa di Sant’Eufemia, patrona di Irsina, James si trova improvvisamente catapultato a Montepeloso, nel mese della sommossa capeggiata dal Duca. Incredulo, inizia a vivere una nuova vita nel passato, al centro di contese politiche e religiose. L’antico segreto di una reliquia guida le scelte di ogni personaggio, confondendo storia e finzione, attraverso i luoghi già incontrati nel futuro di James. L’amore della giovane Antonietta trasporterà, fino ai giorni nostri, un potente segreto.

Recensione:

James è un noto scrittore, con l’estro creativo imbrigliato però nei limiti della sua stessa saga best-seller. Il pubblico lo identifica ormai con il romanzo storico, in particolare con il protagonista che lui stesso ha creato: un cacciatore di sacre reliquie.

Tuttavia, nonostante la fama e le richieste dei fan, James vorrebbe scrivere altro, ritrovare l’antica ispirazione. Per questo motivo decide di staccare per qualche tempo dalla sua quotidianità e sceglie come destinazione del suo viaggio alla ricerca di se stesso (e di una buona idea) il paese italiano di Irsina. Ad attenderlo lì c’è Tonino: abitante del luogo, guida turistica, appassionato di storia locale e tuttofare.

Tonino racconta a James le antiche vicende di cui Irsina è stata un tempo protagonista, stuzzicando l’interesse professionale e personale dello scrittore. La vicenda riaccende infatti la scintilla sopita di James, anche se, di nuovo, ha a che fare con la storia e con una sacra reliquia.

Si tratta del Velo di Maria, potente manufatto appartenuto alla Vergine che, si dice, donerebbe l’invincibilità a chiunque se ne impradonisca.

In passato Irsina sembra avere avuto un ruolo centrale nella storia del Velo e anche in quella delle potenze, politiche e religiose, che hanno ruotato attorno ad esso e a quella terra dimenticata.

È proprio in quel passato che James viene catapultato, durante i festeggiamenti del giorno della patrona Santa Eufemia, quando secondo la leggenda è possibile rimediare agli errori del passato.

Non ci è dato sapere per quale motivo sia stato scelto proprio James né come agisca questa sorta di macchina del tempo (la spiegazione del raggio di sole che illumina un’incisione appare un po’ debole) e soprattutto come venga scelta la destinazione spaziale e temporale, ma il risultato è che lo scrittore viene catapultato nella seconda metà del milletrecento, proprio al centro delle vicende narrate dall’amico Tonino. E da lì ad aprire la caccia al Velo il passo è davvero breve.

Il romanzo ha quindi tutti gli elementi per appassionare: si tratta di una fusione tra narrativa contemporanea, romanzo storico e mistery, con espedienti alla Dan Brown (soprattutto alcune elucubrazioni del protagonista), si dà il giusto spazio a un borgo italiano forse poco noto ma ricco di storia, al centro della narrazione c’è il ritrovamento di una reliquia, si accenna ai Templari, non manca l’azione. Da premesse così ci si aspettano scintille.

Purtroppo le scintille sono rimaste tali, senza riuscire veramente a diventare fiamma e avvampare.

Non che il romanzo sia scritto male. Ad eccezione di qualche incertezza linguistica e della (forse) mancanza di un editing accurato che lascia al testo imperfezioni evitabili, la prosa scorre piuttosto bene, senza grandi sbavature e solo in alcuni casi si scivola nell’infodump, più spesso durante i discorsi diretti.

È evidente, invece, una grande attenzione alla precisione storica, con un contesto ben mostrato e verosimile, e al linguaggio, che cambia percettibilmente nel passaggio dal presente al passato, dando l’idea dell’evoluzione della lingua nei secoli trascorsi.

Tuttavia, l’impressione è quella di un romanzo che, sebbene gradevole, non riesce mai a decollare del tutto, rimanendo col freno tirato per tutto il tempo quando invece avrebbe le carte in regola per andare molto più in alto.

Su una cosa voglio fare i miei complimenti all’autore: non è facile scrivere un romanzo storico senza dare l’idea di essere pedanti e saccenti. David Spezia ci riesce, regalando una storia piacevole, dall’anima in bilico tra antico e moderno, a cui manca forse (ma sono gusti) un pizzico di pepe in più.

Voto: 

Recensione a cura di Ariendil

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *