Dacci oggi il nostro inferno quotidiano, di Lidia Boccaccio – Recensione

 

Titolo: Dacci oggi il nostro inferno quotidiano

Autore: Lidia Boccaccio

Editore: CreateSpace (selfpublishing)

Pagine: 276

Trama (dalla quarta di copertina):

Una giovane donna è seduta sul cornicione al decimo piano di un palazzo. Guarda giù e cerca di raccogliere il coraggio per buttarsi. Che cosa l’ha spinta a decidere di compiere un gesto così estremo? È lei stessa a raccontarci la sua storia a partire dall’infelice adolescenza, vittima di un padre alcolizzato e violento con cui è rimasta sola dopo che la madre è morta in circostanze drammatiche. L’età adulta sembra offrirle una scappatoia e la possibilità di una vita serena, ma quella che pareva essere l’opportunità per una felice “normalità”, si tramuta invece in una discesa agli inferi, da cui sarà difficile venir fuori. E come in un gioco del domino, una tessera che cade fa cadere anche la seguente, e quella dopo ancora, in modo inarrestabile…

Recensione:

Padre violento, madre morta, fratello scappato di casa, amici assenti, fidanzato e amante drogati, dipendenza, gravidanza inattesa. Queste le tappe della vita della protagonista del romanzo mainstream “Dacci oggi il nostro inferno quotidiano”, di Lidia Boccaccio.

Già da questa rapida carrellata di eventi si può ben immaginare che tipo di inferno suggerisca il titolo: non è la caduta di una persona che conduce una vita normale e finisce improvvisamente invischiata nel fango dei bassifondi, e non è nemmeno il lento discendere di qualcuno che inanella una serie di scelte o incontri sbagliati, forse suo malgrado o forse no. Non è niente di tutto questo. La protagonista di questo romanzo una vita normale non l’ha mai avuta e il tempo per scendere piano nemmeno. L’inferno è la sua vita, l’inferno è la sua normalità, l’unico mondo che abbia mai visto e l’unico modo di vivere che conosca.

Dapprima è la violenza di un marito nei confronti di una moglie, nascosta ai figli e alle persone care ed esplosa infine in un ultimo sfogo di rabbia che è costato la vita alla donna. Poi è la violenza di un padre verso una figlia. Una violenza fisica fatta di lividi e fratture, ma non solo: umiliazioni, pretese, privazioni, divieti, mancanze, è tutto ciò che quel padre riesce a dare. Non che il resto della famiglia dia molto altro: tra un fratello che se ne va appena può fregandosene delle condizioni in cui lascia la sorella e degli zii così inconsistenti da non meritare neanche dei nomi, si capisce bene come spesso la violenza non sia solo quella di chi alza le mani ma anche quella di chi distoglie lo sguardo, non vedendo o fingendo di non vedere.

È quindi solo il caso a liberare la figlia ormai maggiorenne dalle grinfie di quel padre che, almeno questo va detto, ha quantomeno colmato le lacune della bambina in termini di procedure di pronto soccorso. Ma se liberarsi del padre doveva rappresentare la fine dei mali, apre invece la porta a un inferno che di diverso ha solo il nome e gli interpreti. Si chiama droga ed è l’elemento che fa cambiare il tema del romanzo. Seppur rimanendo nell’enorme categoria dei mali del mondo (contemporaneo e non), si passa dal tema della violenza domestica a quello della tossicodipendenza. Nonostante si cerchi di far passare tra le righe il messaggio che non c’è poi tanta differenza tra un livido lasciato da un pugno e quello lasciato da un ago (oh sì che c’è), il balzo risulta forse troppo repentino.

Il brusco passaggio di testimone dagli schiaffi alle sniffate non dà, infatti, il tempo di apprezzare il momento di normalità che, finalmente, la protagonista assapora. Se questo da un lato rafforza l’idea, come già detto, di una normalità che non c’è mai stata davvero e che lei, nonostante tutto, non riesce proprio a conoscere, dall’altro sembra disegnare una sorta di destino predeterminato che taglia le gambe sul nascere a ogni possibilità decisionale. La conseguenza narrativa di ciò è una protagonista piuttosto piatta che subisce gli eventi. Per fortuna (o, meglio, per bravura dell’autrice) gli eventi sono talmente forti e talmente ben presentati da destare comunque l’interesse del lettore, ma la sensazione è quella di vedere un alberello che si piega alla tempesta: è uno spettacolo affascinante, ma a renderlo affascinante è la tempesta, non l’albero.

La protagonista in questione sembra, inoltre, pericolosamente vicina al clichettoso modello della tossica divenuta tale per via di un qualche pregresso disagio, e lo stesso schema è ripetuto anche nella storia del fidanzato, anche lui sopravvissuto a un padre manesco. È una scelta narrativa che, di per sé, non fa una piega, ma sa di già visto.

Proprio sul piano dell’originalità, la parte del romanzo incentrata sulla droga risente di un modello di riferimento stratosferico, a cui è veramente tanto difficile anche solo avvicinarsi. Mi riferisco a “Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino”, di Christiane F. Non so se l’ispirazione sia stata voluta o se si sia trattato di un caso, ma l’accostamento è inevitabile e, come anticipato, è un confronto impossibile da vincere.

Ma qui mi fermo con le critiche.

Per chi mi conosce o per chi ha già letto altre mie recensione, vedermi dare un voto così alto deve essere una sorpresa, tanto più a un mainstream, tanto più a un mainstream self. Purtroppo sono una che non crede troppo nel potere benefico degli elogi, soprattutto se quello che viene elogiato è un esordiente promettente. Credo invece nel lavoro, credo nel sudore, credo nella crescita, credo nelle conquiste. In poche parole, credo che evidenziare ciò che è migliorabile sia più utile che adagiarsi su ciò che è già buono. Perché vorrei che questa autrice non rimanga “solo” un’esordiente promettente, ma che mantenesse promesse e premesse.

È da dire, però, che ciò che ho sottolineato finora sono piccole pecche che non sminuiscono quanto di buono ha da offrire questo libro. A partire dalla scrittura, fluida e semplice, l’ideale per catturare l’attenzione del lettore e tenerlo incollato alla pagina. Perché se si vuole suscitare una qualche emozione è unitile mettersi a fare acrobazie sintattiche: ci vuole semplicità e immediatezza, nessun artificio, solo sincerità espressiva. Questo ovviamente non vuol dire non padroneggiare la lingua, è anzi l’esatto opposto e Lidia Boccaccio lo dimostra. La sua narrazione è in una prima persona singolare che l’autrice tiene ben salda per tutto il tempo, senza svarioni del punto di vista (ebbene sì, ne ho visti commettere anche usando la prima persona). Anche il linguaggio è appropriato e si vede come questo cresca assieme alla protagonista, passando da quello di una bambina a quello di un’adolescente e infine a quello di una giovane donna. Gli altri personaggi, benché meno approfonditi rispetto alla protagonista, rimangono coerenti con loro stessi e parlano in modo conforme all’età e all’estrazione sociale.

Anche la scelta di non approfondire troppo l’ambientazione sia geografica sia temporale (l’unico vero riferimento è che il campionato di calcio si chiama Serie A, il che, a mio avviso, colloca le vicende in Italia), che in un primo tempo ho visto come nota negativa, con la prosecuzione della lettura mi è parso sempre più qualcosa di voluto, come se si cercasse di raccontare una storia universale, valida in ogni tempo e in ogni luogo.

Insomma, se pure con qualche refuso e difetto (e per fortuna, perché ogni difetto è un ulteriore margine di miglioramento), “Dacci oggi il nostro inferno quotidiano” è un ottimo romanzo, godibile sia per chi ha già letto “Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino”, di cui risentirà l’eco della disperazione, sia per chi non lo ha mai letto e vuole averne un buon assaggio (poi però leggete pure i ragazzi di Berlino!).

Voto:

Recensione a cura di Ariendil

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