Entombed, di Riccardo Giacchi – Recensione

Titolo: Entombed

Autore: Riccardo Giacchi
Editore: Genesis Publishing
Pagine: 168

Quarta di copertina:

Nel 2054 una nuova ondata di sangue scorre sulla Terra, come mai prima di allora. Nessuna guerra tra gli uomini l’ha causata, ma l’arrivo lesto e brutale dei nuovi arrivati. Dopo la caduta del meteorite Luxifer, inabissatosi nell’Atlantico, essi sciamano nelle vie disseminando morte e caos. La disperazione fa sì che i governi si uniscano sotto un’unica bandiera in nome della sopravvivenza comune. Quando ormai si teme il peggio e l’invasione sembra incontenibile, sorge un vecchio programma di combattimento: i Giant 02, mastodontiche macchine da guerra riadattate per il rastrellamento della feccia mostruosa. A comandare lo squadrone è il maggiore Garrison, le cui gesta eroiche faranno affiorare sconvolgenti verità, poiché il misterioso ordine della Vergine di Ferro, che si credeva scomparso, è tornato.

Recensione:

  1. Creature mostruose dilagano sulla Terra portando terrore e morte tra la razza umana. L’alleanza tra gli eserciti delle varie nazioni rappresenta l’estremo baluardo in difesa degli ultimi sopravvissuti, rintanatisi in fortezze sotterranee. Uno degli ufficiali, il maggiore Mark, cerca con ogni mezzo di allentare la morsa del nemico e resistere all’invasione. Questa, grosso modo, è la trama di Entombed, romanzo scifi-apocalittico scritto da Riccardo Giacchi.
    È una trama che ricorda piuttosto da vicino i classici del genere: cambiano i nemici, cambiano i protagonisti, cambiano le motivazioni, ma siamo sempre in pieno “sterminio della razza umana da parte di alieni-mostri&Co.”
    A me i classici piacciono: mi piace vedere come viene riproposto di volta in volta un tema noto, come si ricerca l’originalità senza eccessivi stravolgimenti, come si rinnova un’idea vecchia. E si può ben dire che l’Apocalisse sia tra le idee più vecchie del mondo, che la portino quattro cavalieri, alieni invasori o che se la vadano a cercare gli uomini stessi in una sorta di suicidio più o meno programmato. In Entombed lo sterminio arriva da parte di creature che sembrerebbero collegate in qualche modo con lo schianto di un meteorite: se arrivino dallo spazio o siano state risvegliate dagli abissi della Terra non lo sanno i personaggi del libro e non lo sa il lettore, che per un buon 90% del romanzo segue le gesta sul campo di battaglia del maggiore Mark. Si ritrova così a confrontarsi con gli alti ufficiali per i piani di attacco e difesa, si scontra con chi è in disaccordo, utilizza tanti gingilli militari che vanno dalle granate agli aerei a prototipi di macchine da guerra chiamate Giant, su cui ruota gran parte delle scene d’azione. Tra una ritirata e tanti spari compaiono anche rare scene di vita quotidiana: si conosce la bambina di Mark, si intravede la moglie, già tradita con una bella militare, e c’è anche il tempo per qualche attimo di passione e romanticismo con l’amante. A legare ancora di più il lettore e il protagonista ci pensa una narrazione in prima persona (attenzione però a non far conoscere a Mark cose che non può sapere, come pensieri o giuramenti di altri personaggi o la vita che passa davanti agli occhi di un soldato morente!), pressoché costante per tutto quel 90% di cui sopra. Solo sporadiche e molto brevi sono infatti le parentesi in terza persona che si aprono all’interno della narrazione in prima, scelta stilistica più o meno condivisibile ma non particolarmente fastidiosa.
    Ciò che emerge da questo quadro è il ruolo centrare di Mark non solo come voce narrante e come attore protagonista, ma anche come elemento portante delle vicende che gli si muovono attorno. Essendo stato scelto lui per raccontare questa storia, ci si immagina che nella storia abbia una parte rilevante. In realtà non è così. Per il 90% del romanzo si seguono nel dettaglio le vicende di un uomo… che non portano da nessuna parte. Perché è nell’ultimo 10% che la trama si svela, mostrando tutti quegli elementi che rendono unica una storia nel panorama sterminato di altre storie simili. Solo nell’ultimo capitolo si lavora di background, si scoprono motivazioni e intenti, si capisce la natura di quelle creature mostruose, chi le ha mandate e tutto ciò che c’è dietro. In una quindicina di pagine vengono date in fretta e furia tutte le informazioni che avrebbero dovuto essere inserite in altro modo all’interno della narrazione. I flashback, ad esempio, a cui l’autore a volte ricorre, appaiono disordinati e posizionati in modo confusionario, poco efficace. È invece una tecnica che poteva essere sfruttata meglio, facendo da base a una struttura narrativa più complessa che avrebbe aiutato il romanzo a trovare una stabilità, una direzione e, soprattutto, un’identità. Il risultato è un testo sbilanciato, senza un punto di riferimento in grado di guidare il lettore attraverso l’evolversi della storia. Come dicevo prima, tutto questo ne mina l’identità: fino a quell’ultimo capitolo, il romanzo ha l’anima di uno sparatutto, con tanta tanta (e anche ben mostrata, va detto) azione ma ben poco a livello di trama e costruzione. Invece questa storia un plot narrativo ce l’ha, degli elementi in grado di portare originalità a un classico ce li ha, può dire la sua nel contesto del genere di appartenenza contando su un’idea di base valida, spunti a bizzeffe e un interessantissimo antagonista (no, non sono quelle creature, o almeno non soltanto). Tutto questo c’è, è buono, anzi ottimo, e relegarlo nelle quindici pagine del capitolo di chiusura è un suicidio narrativo.
    Se dovessi giudicare solo l’ultimo capitolo, magari come racconto o come idea di base, il voto sarebbe alto. Come romanzo nella sua interezza, però, è troppo quello che è andato perso.

 

Voto:

Recensione a cura di Ariendil

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