Il banchetto di nozze e altri sapori, di Carmine Abate – Recensione

Titolo: Il banchetto di nozze e altri sapori
Autore: Carmine Abate

Editore: Mondadori

Pagine: 166

Quarta di copertina:

C’è un incontro quotidiano che scandisce e rende più bella la nostra vita, che ci sa sorprendere creando connessioni inattese e meravigliose. L’incontro con il cibo. E anche il destino del protagonista di questo libro è intrecciato con le pietanze “saporitòse” di cui si nutre, dalla nascita in Calabria alla maturità nel Nord. Il cibo è identità e qui diventa motore del racconto: un’appassionata storia di formazione attraverso i sapori e le fragranze che rinsaldano il legame con le origini, accompagnano il distacco dalla propria terra, annunciano il brivido dell’ignoto. Ecco dunque le tredici cose buone del Natale, i piatti preparati con giorni di anticipo, che lasciavano intuire all’autore bambino il ritorno imminente del padre dalla Germania. E poi, nell’adolescenza, nuovi appetiti che troveranno soddisfazione nella letteratura: libri prelibati che trasformano l’autore in un lettore onnivoro. Quando toccherà a lui abbandonare il paese per un impiego in Germania, dove incontrerà la donna della sua vita e poi con lei deciderà di stabilirsi in Trentino – a metà strada tra i loro mondi d’origine –, sarà ancora un piatto a celebrare la nuova vita: la polenta con la ‘nduja, sintesi perfetta di Nord e Sud. Carmine Abate racconta il legame con la terra – la fatica che comporta, ma pure le dolcezze, l’incanto – e poi gli affetti, i sogni e i successi di chi sperimenta luoghi e sapori lontani, scegliendo di vivere, sempre, per addizione. E lo fa con un libro straordinario, che si divora d’un fiato ed è capace di realizzare una prodigiosa armonia tra i sensi, con gli occhi che leggono e trasmettono al cervello i sapori del cuore.

Recensione:

Diciamolo subito, un’autobiografia non è un romanzo. Scrivere un’autobiografia non è come scrivere un romanzo, ma anche leggere un’autobiografia non è come leggere un romanzo. Prima di tutto ci deve essere qualcosa che spinga il lettore a scegliere quella particolare vita, quella particolare persona. A volte si tratta di storie incredibili (e quelle sì che sono al limite del romanzo!), altre volte di personaggi noti che, per un motivo o per l’altro, suscitano curiosità. Il più delle volte le due motivazioni convivono e allora ci si ritrova a leggere autobiografie più o meno romanzate che soddisfano sia il desiderio di conoscere quelle vite e quelle persone sia la fame di narrativa. Ci sono poi delle eccezioni. Storie di persone che non frequentano abitualmente le prime pagine dei giornali, che vivono vite tutto sommato normali, forse anche simili alle nostre. Ma a differenza della maggior parte di noi, sono persone capaci di spiegarci perché quella vita semplice, fatta di sapori comuni e gesti quotidiani, ci fa sentire così bene. Nascono allora autobiografie come quella di Carmine Abate, pagine che raccontano una storia simile a molte altre, la storia di un uomo e di una famiglia e di un paese, ma forse la storia di un’intera nazione in perenne movimento, la storia di un po’ tutti noi. E poco importa se noi abbiamo in bocca il sapore cremoso di una carbonara anziché il fuoco della ‘nduja, se affondiamo il coltello in una fiorentina invece che usarlo per spalmare sardella o se beviamo prosecco al posto di Cirò. Poco importa se abbiamo negli occhi il mare del sud o le vette innevate delle Alpi, se respiriamo il profumo della terra o quello della città. Ciò che conta è che ognuno di noi ha un universo di sapori e di odori, di immagini e di affetti, nel quale ruota il nostro mondo personale, dal quale quel mondo è stato creato e al quale tende, costantemente, ovunque andiamo. Non è forse per questo che basta mordere una fetta di torta alle mele per ricordarci le merende a casa della nonna? O succhiare una stecca di liquirizia per tornare a pigri e lontani pomeriggi d’estate? E non è forse per questo che, quando ci allontaniamo da quell’universo, per scelta o per dovere, ci sentiamo privi quasi di identità, come se una parte di noi ci fosse stata strappata o se l’avessimo lasciata indietro. “Da tempo cercavo di esorcizzare la nostalgia più subdola, quella che ti fa vivere con i piedi in un posto e la testa in un altro”, per dirlo con le parole di Carmine Abate.
Quella nostalgia lui tenta di esorcizzarla non abbandonando i sapori della sua terra, come se mettendo i peperoncini in valigia potesse portarsi dietro la tradizione della gente, la bellezza del posto, l’affetto della famiglia. Sono tutti temi cari ad Abate, che in ogni suo libro aggiunge un pezzetto in più al grande mosaico del tempo arbëresh e scava sempre più nella storia delle sue origini e nei sentimenti che lo hanno accompagnato nel corso della vita: la nostalgia, la felicità dell’attesa, la gioia che c’è nella scoperta del nuovo dopo l’ennesima partenza ma anche quella di una riscoperta del vecchio nella festa del ritorno. Nonostante le tematiche principali siano sempre le stesse, non risulta però mai ripetitivo, riuscendo ogni volta a tagliare la storia in modo diverso e originale. Questa volta lo fa con il cibo. È infatti attraverso un menù da far invidia a un banchetto di nozze che Carmine Abate si racconta, partendo dagli antipasti dell’infanzia e crescendo prima nel suo paese e poi in giro per l’Italia e l’Europa, attraverso primi e secondi piatti, fino a un dolcissimo dessert.
In fondo, le storie migliori si sono sempre raccontate a tavola.

Voto: 

Recensione a cura di Ariendil

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