Recensione – Le stelle di Srebrenica, di Daniela Quadri

Titolo: Le stelle di Srebrenica
Autore: Daniela Quadri
Editore: Leucotea
Pagine: 228

Prezzo: 12,67 euro (cartaceo), 5,99 euro (ebook)

Trama (da Amazon):

Le vite di due donne, Marta Valtorta giornalista free-lance in una piccola redazione brianzola e Elma Osmanovic arrivata in Italia per sfuggire agli orrori della guerra in Bosnia-Erzegovina, s’intrecciano casualmente. La caccia ad un piccolo malavitoso slavo, Tarik Mulavdic, boss emergente di una organizzazione criminale che traffica in droga e donne, le fa incontrare in circostanze equivoche.
L’amore per Nadia, la figlia affetta da Sindrome di Down di Elma, le unirà in un legame così profondo, che Elma deciderà di svelare proprio a Marta l’orribile morte della madre e del fratello nel giorno del massacro di Srebrenica e la sua discesa nell’inferno di un bordello a Sarajevo.
La prima indagine di Marta Valtorta, suo malgrado singolare e atipica Miss Marple della Brianza, si conclude con un interrogativo e un nuovo mistero.

Recensione:
Ho scelto di leggere questo libro per il titolo, lo ammetto. Non si dovrebbe mai fare, lo so, però Srebrenica è un nome difficile da ignorare, per via dei fatti a cui ormai è indissolubilmente legato. Ma “Le stelle di Srebrenica” di Daniela Quadri non è né un romanzo di guerra né un saggio storico: è la storia di due donne, una italiana e una bosniaca, le cui vite finiscono per intrecciarsi, dapprima per solidarietà e poi sulla scia di un mistero sepolto nel passato delle rispettive famiglie.
Ma andiamo con ordine.
Marta è una giornalista brianzola alle prese con un articolo su un criminale slavo ricercato in mezza Europa. La sua indagine la porta fino a Elma, giovane donna bosniaca che vive ormai da anni in Italia e moglie del suddetto delinquente, dal quale ha avuto una figlia. La bambina si chiama Nadia ed è affetta da sindrome di Down. Nonostante la disabilità e le conseguenti difficoltà, le due vivono una vita serena, lontana dall’uomo su cui è pronta a scatenarsi la penna di Marta. Ma invece di informazioni per l’articolo la giornalista brianzola “scopre” a casa di Elma l’esistenza di un’associazione che si occupa di aiutare i bambini con sindrome di Down ed è proprio l’interesse per le condizioni della piccola Nadia, nonché l’affetto immediato che prova per lei, che fa da innesco agli eventi che seguiranno. Si passerà infatti da tentativi più o meno riusciti di superare i limiti imposti dalla disabilità della bambina al rapimento di quest’ultima da parte del perfido padre, dai racconti di orrori del passato al ritrovamento di un’icona che da quello stesso passato sembra riemergere. Marta ed Elma condividono ognuno di questi eventi, a volte in modo del tutto imprevedibile, fino al progetto finale di un’occasione da non perdere e un nuovo mistero da risolvere.
Lo spiegarsi della trama avviene decisamente più in orizzontale che in verticale: tanto spazio e attenzione vengono infatti dedicati ad avvenimenti collaterali, a volte di interesse solo marginale ma che danno ampiezza alla narrazione; di contro, i fatti che fanno procedere la storia dal suo punto di inizio alla fine si esauriscono in un baleno e si contano sulla punta delle dita. Se questo da una parte dà la sensazione di perdersi in stradine secondarie invece di tirare dritto, dall’altra offre la possibilità di ammirare scorci nuovi nascosti tra quelle stradine secondarie.
Qualche imprecisione sull’uso della punteggiatura, soprattutto nei vocativi e negli incisi, che spesso non vengono chiusi. Il resto è scelta stilistica, con un’abbondanza di frasi piuttosto lunghe e conseguente pioggia di virgole. C’è a chi dà fastidio, a me non ne dà affatto, a patto che si rispettino le regole.
Talora, soprattutto nei primi capitoli, all’interno di una frase che descrive un’azione si inseriscono i pensieri della protagonista, intesi come riflessioni o commenti. Questo, pur non risultando un errore di punto di vista, poiché si tratta (almeno nelle pagine iniziali) di una narrazione in terza persona focalizzata, tende a distrarre da ciò che con quella frase si vuole portare all’attenzione del lettore. È anche vero, tuttavia, che tali “intromissioni” avvicinano al personaggio, aiutano a conoscerlo, stimolano l’empatia e definiscono meglio il punto di vista scelto per la narrazione. La soluzione poteva essere utilizzare le parentesi invece delle virgole.
Es. “Gettati gli abiti nel cesto della biancheria sporca, doveva al più presto fare una lavatrice o tutti quei panni avrebbero cominciato a girare per casa, rigidi e impettiti, Marta si infilò l’accappatoio e salì gli ampi gradini della scala”.
Oppure:
“Dopo essersi fatta una doccia e aver pulito un po’ la casa, le faccende domestiche non erano il suo forte, ma vivere in un porcile non era certamente un’alternativa allettante, Marta accese il cellulare che aveva tenuto spento in quei tre giorni.”
Un errore del punto di vista c’è invece quando si passa in maniera un po’ troppo disinvolta da una narrazione in terza persona focalizzata al narratore onnisciente. Si rischia un effetto molla che fa entrare il lettore nel personaggio e poi lo fa bruscamente schizzare fuori fino alle sfere dell’onniscienza. Per chi, come me, sta male sulle montagne russe lo stordimento è inevitabile. Stesso discorso quando si tenta di focalizzare su più personaggi contemporaneamente: il passaggio da una testa all’altra crea spesso confusione, oltre a essere poco efficace in termini di empatia.
Essendoci molte voci narranti, due personaggi a dividersi il ruolo di protagonista e qualcun altro ad ambire al ruolo di comprimario (almeno per alcuni capitoli), il narratore onnisciente è probabilmente la scelta migliore, ma resta qualche incertezza nel suo utilizzo in alcuni passaggi. Ciò diviene eclatante nel caso dei flashback in cui Elma ricorda (o racconta) il suo tormentato passato a Srebronica e Sarajevo durante la guerra: questi iniziano come flashback, con tanto di elementi narrativi volti a introdurli, per poi diventare una sorta di racconti a parte, con narratore onnisciente e altre voci narranti (persino una giornalista inviata nelle zone del conflitto). Stesso discorso per le lettere scritte alla zia di Marta dal suo amato soldato durante la Seconda Guerra Mondiale: sono lettere che non sembrano lettere, divenendo a tratti un diario e a tratti un racconto (tanto che terminano con la morte del mittente, descritta fin quasi all’ultimo respiro, per cui ci si chiede come abbia fatto a scriverle e inviarle), e confondendo seconda e terza persona fino a non capire più chi sia il destinatario. Nelle lettere si aggiungono inoltre problemi con i tempi verbali.
Nonostante questo, i flashback e le lettere completano la trama, la ampliano e danno informazioni importanti sui personaggi e le vicende della loro vita. Anche la ricostruzione storica e geografica sia della guerra in Jugoslavia sia del conflitto mondiale appare accurata e la scelta delle immagini mostrate, più rivolte alle ripercussioni sulla gente comune che alle dinamiche del conflitto bellico in sé, si sposa bene con il taglio dato a tutto il romanzo, in cui l’aspetto emotivo è preponderante.
Tralasciando le imperfezioni tecniche e stilistiche, è proprio questa profondità emotiva che emerge dal libro. Fondamenta di tutta la storia sono infatti i rapporti sentimentali che legano i personaggi, e si tratta di un’ampia varietà di sentimenti che tocca l’amore e la passione nelle lettere del soldato all’amata, l’odio nei confronti del padre rapitore della piccola Nadia, l’affetto che Nadia stessa dà e riceve da chi le sta attorno, la solidarietà che si crea tra la rete di persone che si occupano del problema della bambina, e infine l’amicizia tra le due donne protagoniste, che le unisce quasi in un legame di sorellanza. Tutti questi sentimenti sono mostrati in modo pacato e garbato ed è questo ciò che mi ha maggiormente colpito: in un panorama di romanzi spaccacuore, in cui si ricerca l’emotività esasperata per far leva sulle reazioni “di pancia” del lettore, qui ci si trova di fronte a un’autrice che quasi chiede il permesso di usare le emozioni di chi legge la sua opera. Ho molto apprezzato questa scelta, che trovo nello stesso tempo coraggiosa e rispettosa: c’è una bella differenza tra sentimentale e straziante!
In conclusione, ho sentito forte la mancanza di un buon editing, volto soprattutto a dare equilibrio al testo per poterne valorizzare la trama, ma la lettura si è rivelata comunque gradevole. E l’autrice dimostra di avere una mano delicata per poter scrivere di qualunque argomento senza risultare mai stucchevole o banale.

Voto: 

Recensione a cura di Ariendil

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