Il serpente di fuoco, di Massimiliano Prandini e Sara Bosi – Recensione

51eeabik1bl-_sy346_Titolo: Il serpente di fuoco
Autori: Massimiliano Prandini e Sara Bosi
Formato: ebook (3,99 euro).
Lunghezza stampa: 218 pag.
Editore: Delos Digital
Genere: fantasy

Quarta di copertina (dal sito dell’editore):

Per mille anni il Popolo del Sole ha vissuto isolato nel deserto rifiutando la violenza del mondo, ma ora la sorgente che ha garantito loro pace e prosperità minaccia di disseccarsi.

Solo un antico rito può salvare Città del Sole. Sono necessari un sacrificio e un assassino: il sangue del primo farà sgorgare l’acqua e la punizione del secondo terrà in vita la sorgente per i prossimi mille anni. Ma per resistere ai tormenti che lo attendono, l’assassino deve essere vestito con la pelle del Serpente di Fuoco, un animale mitico che nessuno a memoria d’uomo ha mai visto. Amber ha quindici anni e non è mai uscita dal palazzo cisterna che fornisce acqua alla città, il suo compito è curare il Giardino dell’Ombra, un orto officinale attraverso cui il Re, suo padre, cura le malattie del popolo. Dammar è un esploratore, passa la maggior parte del tempo a verificare i confini del deserto per sincerarsi che nulla disturbi l’isolamento del Popolo del Sole e coltiva in segreto un’amicizia che va contro le leggi della sua gente. Amber e Dammar non si conoscono, ma il disseccarsi della sorgente li condanna a essere sacrificio e assassino, un destino a cui pare impossibile sfuggire. Ma se nessuno ha mai visto il Serpente di Fuoco, sarà davvero necessario completare il rito per salvare Città del Sole?

Sara Bosi e Massimiliano Prandini fanno parte del laboratorio di scrittura Xomegap, con cui hanno pubblicato alcune raccolte di racconti e la trilogia fantasy di Finisterra composta da “Le sorgenti del Dumrak”, “Il risveglio degli Obliati” (vincitore del Premio Cittadella 2014) e “L’ultimo eroe” (vincitore del Trofeo Cittadella e finalista al Premio Italia 2015). Il “Serpente di Fuoco” è la prima delle” Cronache di Murgo il Ramingo”, una serie di romanzi autoconclusivi il cui filo conduttore è il diario in cui Murgo descrive i suoi viaggi e i popoli che vi ha incontrato.

Recensione:

Ho letto con piacere Il Serpente di Fuoco, romanzo fantasy scritto da Massimiliano Prandini e Sara Bosi.
Nel romanzo convivono elementi validi e altri da rivedere.
Eccellente è l’ambientazione: il deserto (quanto meno con queste modalità) è uno scenario non eccessivamente utilizzato nel panorama del fantasy contemporaneo, per cui conserva ancora quel fascino che purtroppo le abusatissime foreste e fortezze medievali hanno un po’ perduto. Pur non eccedendo in minuziose descrizioni, tra le righe si può avere un assaggio dell’arsura del deserto, del suo calore e del tocco della sua sabbia. In modo discreto, ma sempre presente. In questo sfondo è incastonata la Città del Sole, ben descritta nella sua unicità, nei suoi rituali e nelle sue tradizioni all’insegna del (noiosissimo per un fantasy) pacifismo. Il suo essere isolata in mezzo al nulla del deserto è però croce e delizia, sia per la sfortunata città sia per chi legge, che ogni tanto avrebbe voglia di una maggiore vivacità nel racconto. Per questo gli incontri con i Koikoi sono delle piacevoli parentesi.
Più che dalla trama, di per sé lenta e poco originale, il ritmo è dato infatti dalla struttura dei capitoli, in ognuno dei quali si alternano un’introduzione tratta dai diari di Murgo il Ramingo (a proposito, ma chi è?), una prima parte che segue le battute finali della “quest”, e altre due ambientate nel recente passato, in cui si alternano i punti di vista dei due protagonisti. È una scelta insolita, ma l’ho trovata vincente e ben dosata: tutte le narrazioni sono facilmente distinguibili e si lasciano seguire senza sforzo. Per questo motivo la semplicità della trama non è, a mio avviso, un difetto poiché permette di seguire la storia dai vari punti di vista e con i vari salti di tempo senza perdersi in troppe diramazioni o vicende secondarie.
Tuttavia i personaggi avevano forse bisogno di una maggiore caratterizzazione. L’unico che a tratti sembra avere spessore è Dammar, ma anche lui rimane emotivamente distante, persino nei momenti della storia in cui gli capita una sfiga dietro l’altra e ci si aspetterebbe di provare quanto meno dispiacere. Invece le sue vicende mi hanno lasciato fredda proprio perché non sono riuscita ad affezionarmi ai personaggi. Problema mio? Possibile, certo.
La scrittura cresce col proseguire del romanzo. Nell’incipit non incontra il mio gusto personale perché troppo appesantita da aggettivi e da gradi di subordinazione che, per quanto sintatticamente corretti, non sono efficaci nel dare il mordente di cui un incipit ha bisogno. È stato come partire con i giri del motore troppo bassi, per cui è stato necessario qualche metro (e un bel po’ di carburante) in più perché la macchina andasse. Una volta partita, però, il viaggio si è rivelato piacevole e senza inconvenienti.

Voto: 

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Recensione a cura di Ariendil.

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