Contrabbandieri d’amore, di Laura Costantini e Loredana Falcone – Recensione

contrabbandieri-d-amore-elit1_hm_cover_bigTitolo: Contrabbandieri d’amore
Autori: Laura Costantini e Loredana Falcone.
Formato: ebook (4,99 euro).
Lunghezza stampa: 387 pag.
Editore: HarperCollins Italia
Genere: romance storico

Quarta di copertina (dal sito dell’editore):

Napoli-New York, 1920 – Per Cecilia la felicità è poca cosa e si riassume nel sorriso del fratello Eugenio, appena tornato dalla guerra sano e salvo. E proprio per non deluderlo si lascia convincere a lasciare Napoli e i vicoli di sezione Mercato dove sono nati per inseguire un sogno di riscatto a New York. Ma ciò che trovano nella grande città americana sembra ricalcare la vita di stenti e amarezze che hanno patito entrambi fino a quel momento e Cecilia non ci sta. Non ha scambiato la povertà di Napoli con quella di New York, lei ora il sogno americano lo vuole davvero assaporare, vuole toccare con mano la promessa di felicità che ha visto scolpita nella Statua della Libertà e letto negli occhi di Sidney, il marinaio irlandese che le fa battere forte il cuore. E così decide per se stessa, per la prima volta nella vita.

Eugenio trema dalla rabbia pensando che quell’America tanto sognata fino a quel momento gli ha dato solo dispiaceri. Perfino Cecilia lo ha abbandonato. Ma lui non è arrivato fin lì per arrendersi e, se c’è solo un modo per emergere dal marciume della povertà, ebbene lui imboccherà quella strada, anche se questo dovesse significare sporcarsi le mani. D’altra parte tutti in quella città sembrano invischiati in attività poco lecite, perfino Lisbeth Temperley, la bella irlandese che gestisce uno degli speakeasy più in voga di Broadway, e che lui, ogni notte, sogna… In un paese dove l’alcol è diventato merce di contrabbando, Eugenio e Cecilia giungono portando qualcosa di ancora più inebriante e proibito: l’amore, quello con la A maiuscola.

Due fratelli, un sogno, una città dalle mille sfaccettature.

Recensione:

Ho iniziato a seguire queste due autrici grazie al romanzo Il destino attende a Canyon Apache (di cui trovate la recensione QUI) e non le ho più abbandonate. Mi piace molto la loro scrittura scorrevole e mi piacciono i personaggi che sono capaci di creare: sempre tridimensionali, dotati di mille sfaccettature, dai difetti e dai pregi che si mescolano in un tutt’uno che li rende così “veri”. Sembra di poterli toccare.

A questo riguardo, anche “Contrabbandieri d’amore” non si dimostra da meno. I protagonisti sono realistici. A volte li ami, altre provi un odio viscerale nei loro confronti (io ammetto di aver preso in antipatia pure qualcuno dei “buoni” in più di un’occasione). L’ambientazione è sicuramente ben resa, si nota subito che le autrici hanno fatto un accurato lavoro di ricerca prima di scrivere. Si “respira” l’aria di Napoli e di New York dei primi decenni del ‘900, si assaporano gli usi, i costumi e i modi di pensare del popolo.

Nonostante ciò, però, il romanzo non è riuscito a convincermi del tutto. Ma questo credo che dipenda dall’amore smisurato che ho nei confronti di un altro libro ambientato a New York in quegli anni e che tratta lo stesso tema (il “sogno americano”): Il grande Gatsby. Il parallelismo e il paragone sono scattati spontanei, non ho potuto farne a meno. Ma, mentre Gatsby non scende in certi particolari, non analizza i traffici illeciti e gli accordi malavitosi che consentivano agli stranieri di arricchirsi col Proibizionismo… Laura Costantini e Loredana Falcone scavano nel torbido, mostrano tutto il “marcio” della società, in una scrittura spesso cruda ma priva appunto di quell’eleganza e quella delicatezza che avevo trovato in Gatsby. Il che, mi rendo conto, può anche essere un pregio e dipende dai gusti di chi legge. Un romanzo simile per alcuni aspetti, ma molto diverso per altri, dunque. So che non dovrei paragonarli, ma quando si sceglie lo stesso periodo storico, la stessa città e lo stesso tema di un classico… a mio parere il confronto è inevitabile. E questo è l’unico motivo per cui, a conti fatti, questo romanzo non è riuscito a rapirmi del tutto. Continuavo nella mia mente a fare il paragone, a rivedere lo stile poetico di Fitzgerald e a paragonarlo a quello delle due autrici ed è un peccato, perché la storia che hanno raccontato Costantini e Falcone merita. I personaggi  sono ben studiati, l’intreccio è interessante. Forse il romanzo è un po’ troppo prolisso per il genere, ma si lascia leggere in fretta. Un unico appunto: lo stile non mi ha presa del tutto per i cambi repentini del punto di vista. Le autrici, ho notato, tendevano a farlo anche nei romanzi precedenti. Una tecnica che serve per passare dal punto di vista di un personaggio a quello di un altro che se ben dosata può risultare interessante. Questa volta, però, ho riscontrato più “confusione” del solito. In alcuni punti si perde di vista il soggetto e non è ben chiaro chi faccia cosa. Sinceramente preferirei rimanere nella testa del personaggio del capitolo/paragrafo senza essere sballottata qua e là continuamente, parlando da lettrice.

Un paio d’esempi:

«Non posso. Mrs.  Temperley mi sta aspettando.»
Lo vide sorridere con un’aria da monello. La stessa che una volta aveva fatto splendere gli occhi azzurri e il bel viso di suo fratello. Era stata la guerra a cambiarlo. La guerra e, adesso, l’America.
«Non era lei che ti voleva qui, oggi» confessò.
Cecilia lo guardò stupita. «Tu, e perché?»
«Volevo pranzare con te, farti vedere New York e magari aiutarti a scegliere un vestito nuovo.»
La vide puntargli in faccia quei suoi grandi occhi, così scuri eppure così luminosi, improvvisamente pieni di lacrime.

Il pdv passa durante l’azione da lei a lui.

La vista dell’automobile di Eugenio, parcheggiata in strada, la distolse dai suoi pensieri: suo fratello era ancora in casa.
Alzò lo  sguardo alle finestre aperte e, approfitta n do di un momento in cui nessuno le passava vicino, avvicinò le dita alle labbra e produsse  un lungo fischio modulato. Sapeva che Eugenio non poteva aver dimenticato il loro richiamo. Era stata la mamma a insegnarlo a entrambi: quando quel suono viaggiava nell’aria, loro sapevano che era il momento di tornare a casa, di ritrovarsi.
Eugenio si affacciò a una finestra del secondo pi a no e anche da quella distanza Cecilia vide lo stupore sul suo viso. Non si era aspettato di sentire ancora quel fischio. Gli fece un cenno con la mano e lui annuì, senza fare domande. Pochi minuti dopo era in strada.
«Che succede?» chiese allarmato.
Non si vedevano da due settimane. Solo due giorni prima lei aveva deciso di morire, e lui non ne sapeva niente. Una profonda tristezza la assalì.
«Cecì, che succede? Stai male?»
«No, non sono malata. Ho un messaggio da parte di Lisbeth.»
Come obbedendo a un riflesso condizionato, Eugenio alzò gli occhi alle finestre di Priscilla, ma sapeva di averla lasciata addormentata. «Vieni, ti offro la colazione.»  La guidò fino a una latteria con pochi tavoli in ferro battuto verniciato di bianco. Ordinarono ciambelle e caffè, poi Eugenio la guardò e sorrise.

Qui è sempre focalizzato su Cecilia, dopo il “Come” si passa a Eugenio.

E se questo stile particolare può ancora essere comprensibile quando ci sono un uomo e una donna nella scena, la confusione aumenta quando ci sono due donne o due uomini. Da lettrice non ne vado matta.

Il romanzo resta comunque un ottimo romance, uno dei migliori che mi è capitato di leggere ultimamente. I personaggi e la trama meritano attenzione e non mi sento di sconsigliarvelo. Del resto le “rimostranze” che ho fatto dipendono tutte dal mio gusto personale.

Voto: 

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Recensione a cura di Luna.

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