Le serenate del ciclone, di Romana Petri – Recensione

le-serenateTitolo: Le serenate del ciclone

Autore: Romana Petri

Pagine: 592

Prezzo: 18 euro

Casa editrice: Neri Pozza

Quarta di copertina:

I libri sui padri sono sempre una resa dei conti col morto che, in quanto tale, non parla. Non così questo libro insolito e straordinario, per metà puro romanzo e per l’altra metà memoir familiare, che parte invece dal giorno in cui il futuro padre nasce e ne reinventa la storia. Romana Petri racconta così i sessantatré anni di vita di un uomo, dal 1922 al 1985, ma anche quelli italiani, dal fascismo alla guerra alla ricostruzione al boom economico e oltre. C’è l’infanzia nell’Italia rurale nella campagna vicino a Perugia, e poi l’adolescenza condivisa con una banda di scavezzacollo in quella città allora poco più grande di un paese, tra serenate notturne al balcone della bella di turno ed esuberanti scazzottate coi soldati alleati giunti dopo la liberazione. E poi c’è una Roma carica di promesse, in anni in cui nessuna meta è preclusa: il benessere, le auto sportive, le villeggiature, le conquiste amorose, un successo che pare senza limiti. Infine, la realtà che cancella l’illusione di non poter mai più tornare indietro: la caduta, le crisi, le difficoltà da cui riemergere con la tenacia degli anni formativi.

Mario Petri detto “Ciclone” è un padre ingombrante. È grande e grosso ma capace di coltivare una sua fine sensibilità. Ha l’animo di un cavaliere antico, e il suo futuro sarà quello di un uomo di spettacolo nato per vestire i panni di personaggi eroici tanto nell’opera lirica quanto nel cinema. Intorno a Mario e Lena e ai figli nati dal loro grande amore s’incontrano tanti personaggi famosi, da Maria Callas a Herbert von Karajan, da Sergio Leone a Jack Palance e Tatiana Tolstoj. È un mondo fatto apposta per incantare una figlia che del padre, però, intuisce un lato segreto: l’animo fragile e indifeso in un corpo da gigante. Un padre che sa proteggerla fisicamente ma al quale fare anche un po’ da madre.

Con uno stile vivido e un linguaggio che come musica sa far risuonare gli accenti dialettali di un mondo lontano, Romana Petri riallaccia i fili della memoria di un’Italia scomparsa ma sempre giovane, come il protagonista che l’attraversa. Una storia vera che è anche, e profondamente, la sua storia. E alla forza della scrittura unisce la potenza di emozioni universali che si riverberano sul lettore così come si sono riverberate in lei e nella sua infanzia felice, quella di chi crede nel bene della vita che sta tutto intero laggiù a fare da scudo al futuro.

Recensione:

Ammetto che il primo approccio con questo libro non è stato dei migliori. Per approccio intendo proprio la prima volta che l’ho raccolto dallo scaffale in libreria, soppesato, curiosato quarta di copertina, incipit e citazioni. Di Romana Petri ho apprezzato molti titoli ma non tutti, e questo tomo di quasi 600 pagine a metà via fra la biografia e il romanzo proprio non riusciva a farsi comprare. Un libro sul padre, dunque sentito e inevitabilmente impegnato, la storia di un personaggio che neanche sapevo essere stato di fama internazionale, che ha cantato opere teatrali e recitato film di genere peplum – forse guardati distrattamente in qualche serata preadolescenziale in salotto con i miei genitori – insomma, una cosa lontanissima da me. Ma c’era quella bella foto in copertina, che già è una storia a sé, e poi quel contrasto vivido nel titolo: le serenate, che sono dolci e suadenti, e il ciclone, che spazza via tutto con furia. Non ho resistito e, dopo interminabili secondi passati nella corsia delle novità, l’ho comprato.

La narrazione incomincia dai primi dolori del parto seguiti dalla nascita di Mario Pezzetta (in arte Mario Petri), nella realtà rurale di Cenerente, una piccola frazione del comune di Perugia. Già dalle prime pagine siamo immersi nell’atmosfera di un casone di campagna degli anni ‘20, e conosciamo lo zoccolo duro della famiglia, costituito dai nonni e bisnonni dell’autrice. Un’umanità che appare rude ma della quale si intuisce il calore e la dolcezza grazie ad alcuni gesti e valori che sono rimasti in gran parte incastonati nel passato. A facilitare questo compito è l’uso massiccio del dialetto locale: se all’inizio sembra un ostacolo alla scorrevolezza del testo, dopo poco si familiarizza col gergo e diventa un mezzo indispensabile per avvicinarsi ai personaggi, generando anzi curiosità verso certi modi coloriti di esprimersi.

Basta poco per affezionarsi a questa vicenda, merito di una scrittura puntuale, che non descrive mai il superfluo ma che sempre porta avanti la storia, soffermandosi ad arte in punti precisi: ora una scena densa di emozioni, ora un momento che strappa una risata, ora uno sguardo limpido al futuro immaginato dal protagonista.

E così ci si ritrova a seguire Mario e a comprendere da subito tutti gli spigoli di questa personalità, a schierarsi di volta in volta con lui o contro di lui, in una narrazione che prende le sue difese ben poche volte, e lo fa sempre con discrezione.

C’è l’infanzia divisa tra campagna e città (Perugia), il rapporto non facile col padre, i primi compagni di ventura e di scazzottate, i momenti di ritorno a Cenerente durante le vacanze, dove finalmente Mario può passare un po’ di tempo con i nonni: e ancora l’Olimpia, e le sue uova offerte a ogni ora, e il Damino, figura perfetta del nonno che tutto sa e tutto prevede, che capisce il nipote e se lo porta dietro nella flemma dei tempi dilatati della campagna, in una meraviglia fatta di cipolle crude e olio, pipa fumante e un letto di paglia per guardare le stelle dal solaio. C’è la genesi del soprannome che accompagnerà Mario per molto tempo, Ciclone, dopo una scazzottata epica e polverosa con Seiperotto, il Kid, e altri amici. Inizia ad acquisire senso la citazione all’inizio del libro, presa da Moby Dick: e in tutto ciò che è sovranamente bello, la forza ha larga parte nell’incantesimo.

La forza di Mario, il suo fisico da gigante euritmico, la sua bellezza, d’estetica e d’intenti, tutto questo contribuisce all’incantesimo di una vita lanciata sempre in avanti, vissuta nel futuro delle grandi speranze. Si intuisce come i caratteri (e le scelte future) delle persone siano spesso definiti già in età molto giovane.

Al suo undicesimo natale arriva in casa un grammofono, e Mario scopre la passione per il canto. Il nonno lo capisce subito e gli dà un silenzioso benestare. Questo basta per generare il sogno.

Inizia cantando serenate a pagamento per racimolare soldi per lui e la sua banda, ma comprende subito che questa passione può portarlo lontano. Decide presto di lasciare Perugia per andare a Roma a studiare canto e inseguire le sue aspirazioni. Si chiude così un capitolo, quello poco prima della maturità, che rimarrà per sempre il contenitore delle cose belle, di quando tutto è ancora solo immaginato e proiettato, ancora da costruire; si passa dagli amori alle passioni e al lavoro. Penso sia un momento della vita universalmente conosciuto, come anche la poca consapevolezza che lo accompagna, e in queste pagine la luce di quegli anni è resa in maniera magistrale.

La storia si dipana così, in una suddivisione in capitoli brevi molto simili come lunghezza, ognuno dei quali rappresenta un punto saliente della vita di Mario Petri. Come struttura mi ha ricordato un altro romanzo corposo dell’autrice, anche se con una trama più complessa: Ovunque io sia (che ho amato e che consiglio). Si intravede in questo modus operandi una soluzione quasi obbligata per scrivere storie che abbracciano una vita intera, soluzione che io ho apprezzato molto, vista la scorrevolezza di tutta la storia.

Il libro è diviso in due parti e lo spartiacque è la nascita di Romana, l’autrice. La prima metà è in terza persona, poi si passa alla prima persona, col punto di vista dell’autrice, appunto. Anche questa si rivela una scelta molto efficace, e un ottimo cambio di passo. Oltre a cambiare il punto di vista sembra cambiare anche la voce che racconta la storia. La prima parte è, per forza di cose, più romanzata. Tutto è basato sui ricordi che, per quanto fedeli, sono sempre di seconda mano, e di lì a scendere. Dunque, la vita “immaginata” porta con sé tutta quell’alone di felicità che accompagna le storie sentite da piccoli. Anche se si parla di tragedie, c’è sempre un qualcosa di eroico nel ricordare la mamma e il papà prima di noi, figurarsi se queste persone sono state veramente anche un po’ eroiche. La seconda metà invece si tinge di vissuto, di biografia, e allora i conflitti si fanno più duri, meno perdonabili. Il passaggio in prima persona si avverte bene, ma pare un’evoluzione naturale e anche un voler “metterci la faccia” che ho apprezzato.

La parabola del Ciclone attraverserà la guerra, il fascismo, gli incontri di pugilato, il successo, concerti, teatri, auto di lusso, cinema, una vita agiata, viaggi internazionali… per poi conoscere una fase discendente dove, per una serie di ingiustizie e  sfortunate coincidenze, la carriera brillante di Mario arriverà a un punto morto e molte certezze, materiali e non, si sgretoleranno.

Il rapporto padre/figlia è il nervo del romanzo ed emerge molto in alcuni passaggi. Se tante volte è uno scontro furioso tra due caratteri in fondo simili, in altri momenti raggiunge apici di empatia e comprensione veramente emozionanti, come nel capitolo dove Mario interpreta l’Iliade e l’Odissea alla piccola Romana, facendo anche un bellissimo omaggio alla parola scritta e mostrando un lato umano del Ciclone che va molto oltre alla figura di forza, bellezza e talento canoro.

Si leggerà di padre “ingombrante”, e mi sono trovato a fare analogie con molte storie “minori” e più comuni, realizzando che i sentimenti e i conflitti presenti in questo romanzo hanno spesso un valore universale, e che forse tanti padri non possono fare a meno di esserlo, ingombranti.

Indubbiamente un romanzo di valore. Racconta un’Italia che passa dalla dignità del lavoro nei campi, di una vita faticosa e fatta di poche cose, al lento mitridatismo dovuto alle televisioni e ai salotti comodi. Lo fa attraverso la vita del protagonista, che affronta tutto questo con una passione smisurata, rimanendo sveglio, critico, lucido. Vivo.

Lascia un piccolo vuoto la chiusura dell’ultima pagina, perché si fa molto presto ad abituarsi a una storia raccontata così bene.

Voto: 5Stellina-nuova1timbro1

Recensione a cura di: Ale Jonfen

 

 

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