Scrittori e cattive abitudini – Le 20 cose da NON fare

rp_scrittura.jpgNel corso di questi ultimi anni, fra gli autori conosciuti sul forum di È scrivere e poi quelli con cui ho avuto a che fare grazie ai Servizi Editoriali di È scrivere e alle case editrici con cui lavoro, di scrittori emergenti ne ho visti parecchi. Sono stata anche io, tanto tempo fa, un’aspirante scrittrice, alle prime armi e impaurita di fronte a un foglio bianco, con un mio testo fra le mani scritto tutto di getto e da revisionare.

Quello che ho imparato – sia durante i corsi di formazione che ho seguito, sia poi nell’ambiente lavorativo – è che cambiano i nomi, cambiano le regioni di appartenenza, ma gli errori che gli autori fanno sono sempre gli stessi. Ovvio che ci sono le dovute eccezioni, ma in generale mi capita di incorrere nelle medesime ingenuità.

Da qui nasce la voglia di aiutare gli scrittori, di dar loro dei consigli per presentare al meglio la propria storia, per dare alla propria opera la giusta tridimensionalità, per attrarre e intrattenere il lettore. Questo articolino vuole essere un concentrato di consigli/trucchi/idee per scrivere una buona storia. E quale punto di partenza può risultare migliore di un elenco di cose da NON fare quando si scrive?

Ecco perché ho deciso di elencare, in breve, i 20 errori ricorrenti degli aspiranti scrittori di oggi. Quelli più comuni. È ovvio che non si tratta di regole ferree che non possono mai essere infrante, alcuni autori possono volontariamente scegliere uno stile un po’ sopra le righe, ma qui parliamo in generale. Perché la vita dello scrittore ha un certo fascino, ma un libro deve anche essere piacevole per il lettore, non solo per chi lo scrive.

 

1) Fare liste della spesa.

I lunghi elenchi stancano. Le descrizioni minuziose e chilometriche dei capi di vestiario indossati dai personaggi, l’infinita lista di azioni che si avvicendano una dietro l’altra, i pensieri che fuoriescono in un flusso inarrestabile… sono quanto di più sbagliato ci possa essere. Non sono le descrizioni, le azioni e i pensieri di per sé a essere inopportuni. È il loro presentarsi in un lungo elenco a stancare il lettore. Le descrizioni devono essere dinamiche, i flussi di pensiero devono essere intervallati dalle azioni dei personaggi, le azioni devono essere funzionali alla trama e miscelate ai dialoghi.

Le liste usatele solo per la spesa,  per scrivere una storia quel che ci vuole è la capacità di amalgamare, di usare più tecniche contemporaneamente e di non strafare. Mai.

 

2) Mischiare varie metafore e similitudini.

Diretta conseguenza del punto precedente. La regola di base è sempre la stessa: non strafare. Se poco prima si è paragonato il nostro eroe a un leone, nella frase dopo non può diventare una teiera o una lepre. Il lettore lo noterebbe subito e addio sospensione dell’incredulità.

 

3) Raccontare troppo, invece di mostrare.

Uno degli errori più comuni fatti dagli esordienti è quello di raccontare troppo. L’opera non è più un bel racconto o un romanzo incalzante, ma diventa il riassunto condensato della storia che l’autore aveva in mente. Lo show don’t tell è fondamentale per non dare al lettore l’impressione di leggere un riassunto della trama.

 

4) Raccontare il “nulla”, ovvero un lungo elenco di azioni senza alcuna utilità.

È l’esatto opposto del punto precedente, il voler raccontare troppo, il fornire al lettore notizie inutili che annoiano e non portano a nulla ai fini di trama: dire quante volte va in bagno e cosa fa lì, ad esempio. Cose che un lettore molto probabilmente non voleva sapere o non aveva bisogno di sapere.

 

5) Non seguire l’ordine temporale nelle azioni.

Un esempio?

Siamo andati a ballare e abbiamo passato una giornata fantastica, dopo essere passati da casa a cambiarci.

Ovvio che poi il lettore si senta spaesato. Fai vedere PRIMA lei che passa a casa a cambiarsi e POI che vanno in discoteca. Scrivere le cose al contrario, a meno che non si tratti di un flashback ben contestualizzato, crea solo confusione.

 

6) Usare troppi cliché.

Per quanto riguarda i personaggi, spesso consiglio agli scrittori di rifarsi agli archetipi principali della narrazione studiati da Vogler, Campbell e Propp. Esagerare, però, abbiamo detto che è sbagliato e vale anche in questo caso. Rifarsi a degli stereotipi, mostrare personaggi sempre uguali a quelli già visti, ideare colpi di scena che colpi di scena non sono perché già sentiti, creare trame che sono un mix di quelle già conosciute… annoia il lettore e gli fa perdere interesse. Perciò evitate di presentare al vostro pubblico sempre la stessa storia trita e ritrita, cercate di essere originali, di aggiungere elementi caratteristici solo dei vostri personaggi, del vostro racconto. Fate dell’elemento “diverso”, “esotico” il cardine sul quale basare la vostra opera e distinguerla dalle altre.

 

7) Sbagliare la forma della propria storia.

Leggendo e valutando vari manoscritti, mi sono resa conto che uno dei problemi principali degli autori esordienti è che non hanno il senso della misura. Scrivono romanzi che potrebbero essere condensati in un racconto o al massimo in una novella, in cui avvengono serie infinite di eventi tutti uguali a loro stessi (ogni giorno il protagonista va a scuola, poi a casa, poi esce con gli amici, ad esempio), senza che in sostanza avvenga nulla di significativo. Costruiscono un intero romanzo su due/tre scene e tutto il resto fa da contorno, monotono e ripetitivo.

Allo stesso modo mi è capitato di leggere racconti condensati, in cui avviene di tutto e la trama sembra voler “scoppiare”. In poche pagine il protagonista scopre di essere vittima di uno stalker, arriva il cattivo, lo rapisce, la polizia indaga, smaschera il colpevole e libera la vittima. Senza approfondimento, quasi senza pathos, perché avviene tutto troppo in fretta.

Poi ci sono le novelle. Non ho nulla contro questo tipo di narrazione, ma spesso e volentieri capita di leggere novelle con una buona trama di base che avrebbe potuto essere sviluppata meglio, con tanti spunti che sono stati solo accennati e che potevano essere meglio sviscerati. C’era solo bisogno di più spazio.

Trovo che capire quale possa essere la forma più adatta per la propria opera sia difficile ma fondamentale per l’autore, in modo da gestire correttamente scene e sommari e dare al lettore un’esperienza il più possibile soddisfacente. Se un lettore si trova a leggere un romanzo che poteva essere un racconto, pieno di passaggi inutili e ripetitivi, si annoia. Se un lettore legge una novella che poteva essere estesa e che presenta tanti spunti interessanti, vorrebbe leggere di più e resta quindi deluso. Se un lettore, infine, si trova fra le mani un racconto troppo denso di avvenimenti, finisce per perdere interesse ed empatia verso i personaggi, che faticheranno a emergere. E resterà deluso anche in questo caso.

 

8) Dimenticarsi il conflitto.

Il conflitto è indispensabile per far appassionare il lettore al vostro testo. Senza conflitto non vi è attrattiva. Il conflitto deve rappresentare l’apice, il momento di maggiore tensione della vostra opera, sia questa un giallo o un romance, un horror o un romanzo mainstream.

Se non vi è conflitto, non vi è la voglia di superare l’ostacolo e di vedere come la storia va a finire. E l’opera risultante è un racconto piatto, monotono, privo di fascino.

 

9) Sbagliare la grammatica e, in particolare, l’uso del congiuntivo.

Ecco un errore molto comune fra gli autori esordienti. Qui di esempi ne avrei a bizzeffe (dai classici “infondo” al posto di “in fondo”, alla terza persona del verbo “dare” scritta per sbaglio senza accento, all’uso errato dei tempi verbali, in particolare del congiuntivo). Se state scrivendo per voi stessi, potete fregarvene della grammatica e della sintassi italiana; ma, se state scrivendo per far leggere ad altri la vostra opera, allora dovete fare attenzioni alle regole della nostra lingua.

 

10) “Commentare” anche quando non serve.

Altro errore tipico degli autori esordienti: specificare l’ovvio. Nei dialoghi, nelle descrizioni, nei pensieri, l’autore tende a ribadire un concetto già noto (perché già affrontato in precedenza o perché proprio palese).

 

11) Andare a capo troppo spesso o non andare a capo mai.

Questa è facile da capire. I muri di testo non piacciono a nessuno, sono difficili da leggere e fanno incrociare gli occhi. Ma anche esagerare nel senso opposto è sbagliato. L’a capo è un simbolo grafico e come tale va utilizzato. Serve a ordinare visivamente la vostra storia, a far intuire al lettore un cambio di scena/situazione/interlocutore. Non ha senso utilizzarlo se le frasi sono consequenziali (esempio: Lo vedo. Viene verso di me). Allo stesso modo serve per dare l’idea di un salto temporale, di un cambio di focalizzazione e così via.

 

12) Frasi troppo brevi o troppo lunghe, piene di subordinate.

Le frasi brevi servono a dare un ritmo più incalzante all’azione, a sottolineare un passaggio particolarmente importante, a inserire un pensiero fugace all’interno di azioni più complesse. Le frasi lunghe, invece, servono a rallentare il ritmo, a esprimere concetti più complessi, a descrivere ambienti e personaggi con uno stile più elaborato. Ma un testo solo di frasi brevi diventa noioso, perde di profondità. Così come un testo fatto solo di frasi lunghe e complesse risulta illeggibile, pesante, poco scorrevole. Come in tutte le cose, bisogna cercare l’equilibrio.

 

13) Sbagliare il soggetto sottinteso delle frasi.

Qui è necessario fare un esempio:

Maria va a scuola. Non è molto bella, però, ha la facciata tutta diroccata e il cancello arrugginito.

Il soggetto della frase precedente è Maria, non la scuola. Dunque la frase successiva risulta sbagliata, tanto che all’inizio il lettore potrebbe pensare che a non essere molto bella sia Maria. Poi però continua a leggere e si rende conto che l’autore sta parlando della scuola. Questo fa sì che la lettura per un attimo venga interrotta, rompendo il ritmo della narrazione. Cosa che un bravo scrittore non dovrebbe mai far accadere perché sono il ritmo e la sospensione dell’incredulità sempre attiva che spingono il lettore a proseguire e a voltare pagina.

 

14) Inserire la virgola fra sostantivo e verbo.

MAI, e ripeto MAI, inserire la virgola fra un sostantivo e il suo predicato verbale. È uno sbaglio che gli esordienti fanno spesso, ma si tratta di un grave errore grammaticale che mostra all’editor e al lettore attento tutta l’ingenuità narrativa dell’autore.

 

15) Sbagliare i tempi verbali.

Confondere i tempi verbali, mettere il presente al posto del passato, l’imperfetto al posto del passato remoto e così via. Dei verbi parleremo più approfonditamente in un altro articolo, ma in generale vale la regola di rispettare l’ordine cronologico degli avvenimenti, sempre, facendo uso dei tempi verbali giusti. Se il tempo di narrazione è il presente, gli avvenimenti precedenti devono essere raccontati al passato. Se il tempo di narrazione è il passato, bisogna utilizzare l’imperfetto e il passato remoto per gli eventi più recenti e il trapassato per quelli più vecchi. Fate attenzione.

 

16) Esagerare con i deus ex machina.

Generalmente (fanno eccezione alcuni testi weird o comici) una storia deve sempre apparire realistica al lettore, in modo che possa immedesimarsi. Se il protagonista casualmente esce di casa e piove a dirotto, casualmente passa di là una signora con l’ombrello che gli dà un passaggio, casualmente la tizia in questione è un’impresaria discografica, casualmente lui parla del disco che vuole incidere, casualmente la donna è alla ricerca di una voce nuova per la radio, casualmente le audizioni sono proprio quel giorno… Allo stesso modo, se il vostro protagonista sta per morire, non ha via d’uscita, sta per essere mangiato dal drago e casualmente a quel drago va di traverso la saliva mentre passa di lì (sempre casualmente) una squadra di soccorso… Allora qualcosa non quadra. La vostra storia apparirà inverosimile, forzata, finta. Il trucco non è scrivere sempre di cose reali, ma rendere realistiche le cose che scrivete, non palesare troppo al lettore che un dato avvenimento accade giusto giusto perché voi volete trarre dagli impicci il vostro eroe e non sapete come altro fare. Questo vale anche se il vostro protagonista è vittima di mega sfighe una dopo l’altra, è ovvio.

 

17) Mescolare discorso diretto e indiretto in un dialogo.

Esempio:

“Che fai stasera?”

Risposi che dovevo andare a cena da mia madre perché era il suo compleanno.

“Bene, allora ci vediamo domani”.

Se si è nel bel mezzo di un dialogo, bisogna rendere tutte le battute sotto forma di dialogo. Non ha senso utilizzare per una o un paio di esse il discorso indiretto. Il dialogo serve a dare ritmo alla narrazione, a ricreare lo show don’t tell. Spezzarlo con una battuta di dialogo in forma indiretta è deleterio, rallenta il ritmo e fa perdere di dinamicità. Meglio una battuta pungente, qualcosa che possa caratterizzare il personaggio, dare un po’ di brio.

Esempio:

“Che fai stasera?”

“Uff… È il compleanno di mamma, mi tocca andare a cena da lei”.

“Bene, allora ci vediamo domani”.

Notate la differenza?

 

18) Punti di vista ballerini.

Altro errore molto comune fra gli scrittori esordienti: il narratore non è onnisciente, eppure di tanto in tanto vengono palesati pensieri/argomenti che il protagonista (se è una prima persona o una terza persona focalizzata) e/o il narratore stesso non possono conoscere.

Questo è un errore grave. Sballottare il lettore da una mente all’altra, anticipargli argomenti che ancora non può sapere, palesargli intenzioni altrui di cui il protagonista non può essere a conoscenza… contribuiscono a rendere poco verosimile la vostra storia e a confondere chi la legge.

 

19) Esagerare con le citazioni per sembrare più acculturati e darsi un tono e inserire troppe “frasi fatte”.

Come abbiamo detto già più volte, esagerare è sbagliato. Una citazione di tanto in tanto (e dipende dal contesto della storia, da chi la fa e così via) ci può stare. Una frase fatta anche. Usarne troppe perché non si trovano parole proprie per esprimere un concetto, però, è sbagliato. Il lettore se ne accorge e si annoia.

 

20) Anticipare avvenimenti futuri.

Una delle cose che i lettori odiano maggiormente sono gli spoiler. Raccontare che il protagonista sta per morire, o che la coppia innamorata si lascerà, rovina solo la lettura. Questo vale sia per i titoli dei capitoli (che non devono mai anticipare troppo di quello che accadrà), sia per la narrazione vera e propria. Mantenere un certo mistero contribuisce a invogliare il lettore a proseguire, crea aspettativa. Del resto, nessuno di voi ama che gli si racconti la fine di un film, no? Per la scrittura funziona allo stesso modo.

 

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Questo articolo è opera di Luna

 

16 thoughts on “Scrittori e cattive abitudini – Le 20 cose da NON fare

  1. Beh, per esempio,leggendo il punto 7 ma non solo, mi è venuto da pensare ad alcuni degli ultimi libri che ho letto, in particolare in primi 2 di “After” (poi non ce l’ho fatta a proseguire) e “Mess”: nel 1° si dicono appunto un sacco di cose ma non succede niente, nel 2° avviene tutto velocemente, la storia potrebbe essere condensata, e si anticipa un po’ il finale. Eppure su Wattpad hanno avuto un successo bestiale e sono pure stati pubblicati…Che dire?

    1. After se non sbaglio in inglese era un unico volume. Poi in Italia hanno deciso di dividerlo per ricavarci più soldi. In ogni caso, queste regole potrebbero anche essere infrante, ma il punto è farlo con criterio.

  2. Ho mandato una mail un po’ piu’ pepata alla redazione sull’argomento.
    A parte che giudico molti di questi punti un po’ troppo elementari anche se non privi di saggezza, mi dolgo grandemente del punto 14. Non solo perche’ questa modalita’ fa parte del linguaggio parlato, ma anche perche’ fa parte del modo che hanno di esprimersi diversi autori della lingua italiana, Manzoni in testa.

    «La domanda è ragionevole senza dubbio, e la
    questione, molto interessante»
    (Manzoni, Promessi Sposi, cap. 22)

    «Ma l’eroe di questo racconto di Kafka, non
    sembra dotato di poteri sciamanici né
    stregoneschi»
    (Calvino, Lezioni americane, 1988)

    «È ben altra cosa, la tolleranza laica: è il
    principio superiore della convivenza umana»
    (Giovanni Ferrara, Apologia dell’uomo laico)

    «Si ritirò, chiuse la finestra, e si mise a
    camminare innanzi e indietro per la stanza»
    (Manzoni, cap. 20)

    «Tu vedi quale sia la base, e per dir così il
    fondamento dell’oratore: un’elocuzione corretta,
    e un buon latino»
    (Emanuele Narducci, Cicerone, Brutus, 258)

    Frattanto Enea con le navi teneva deciso la rotta,
    e tagliava i flutti, torbidi per il vento d’aquilone.
    (Eneide V, vv. 1-2)

    Cassola: «Lui, non raccontava mai nulla»

    Pasolini: «Il prete, non poteva dirle nulla»

    Dacia Maraini, Corriere della Sera 2001: «proprio New York in cui
    hai scelto di vivere, è la città più multietnica che esista al mondo».

    «Le costituzioni, gli istituti, le magistrature che si vengono
    formando, sono espressione della nuova vita associata, della
    pòlis che è ormai padrona dei suoi destini».
    Raffaele Cantarella, La letteratura greca classica, Sansoni,
    Firenze, 1967, pp. 98 e 205

    Le citazioni non mi appartengono, vengono da Massimo Bellina della ASLI.

  3. Le abbiamo risposto alla mail, ma a quanto pare ha deciso di ignorare le fonti autorevoli che le abbiamo citato (non certo un pdf qualunque, ma la Crusca e Serianni). Alcuni degli esempi da lei elencati si riferiscono a focalizzazioni (per approfondire: http://www.treccani.it/enciclopedia/focalizzazioni_(Enciclopedia-dell'Italiano)/) o meglio ancora dislocazioni (per approfondire: http://www.treccani.it/enciclopedia/dislocazioni_(Enciclopedia-dell'Italiano)/). Altri sono esempi di testi epici (quindi più simili come struttura alla poesia), altri ancora sono incisi. In alcuni casi in effetti la virgola fra soggetto e verbo è stata messa… nel 1840 da Manzoni (la lingua si è evoluta molto da allora) o da Calvino (che non è l’esordiente qualunque e può permettersi tutte le licenze poetiche che vuole, in ogni caso). Del resto, non fa nulla se a dare queste regole grammaticali è l’Accademia della Crusca (massimo esponente della grammatica italiana) (link: http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/punteggiatura) o Serianni (citazione letterale in fondo alla risposta), ci sarà sempre chi cercherà di giustificare la propria ignoranza citando persone ben più importanti e istruite come Calvino (che, diciamolo, possono permettersi di infrangere tutte le regole che vogliono).

    Serianni afferma:
    La virgola non va usata «all’interno di un blocco unitario; in particolare tra soggetto e predicato, tra predicato e complemento oggetto, tra un elemento reggente e il complemento di specificazione, tra aggettivo e sostantivo»; 2) «La mancanza di virgola tra soggetto e predicato vale anche in presenza di un soggetto espanso, cioè arricchito di altri elementi (attributi, avverbi, complementi indiretti) che ne dipendono»; 3) «Nell’italiano contemporaneo la virgola non va mai adoperata in due casi: tra reggente e completiva (oggettiva: “credo di aver capito”; soggettiva: “mi sembra di aver capito”) e prima di una relativa limitativa». Serianni, Italiani scritti , pp. 45 e 49

    Sugli altri punti dell’elenco, invece, basterebbe aprire un qualsiasi manuale di scrittura creativa.

    1. Come lei ha detto, “ci sarà sempre chi cercherà di giustificare la propria ignoranza citando persone ben più importanti e istruite come Calvino (che, diciamolo, possono permettersi di infrangere tutte le regole che vogliono).”

      Ebbene le risponderò che, allora, ci saranno sempre persone pacchiane e mediocri, anche con un bel pezzo di carta in tasca, che non solo se ne fregheranno bellamente dell’ignorante (che magari ha pure letto Calvino), ma anche della gente più colta che l’ignorante cita.

      Oltre a ma a Massimo Bellina, credo per un periodo presidente della Associazione per la Storia della Lingua Italiana (che ha sede presso l’accademia della crusca), sempre da ignorante, le cito anche Bice Mortara Garavelli che, nel suo Prontuario di punteggiatura, dice che di eccezioni alla regola ne esistono almeno 3 (ovviamente, sono escluse la disattenzione l’incoerenza e la sbadataggine).

      1) Distanze siderali
      Il primo dei tre motivi per cui è accettabile l’inserimento di una virgola a separare un soggetto dal verbo (o quest’ultimo dall’oggetto) è la distanza che separa i due elementi in una frase piena di complementi, tanti da confondere il lettore nell’attribuzione di essi all’uno o all’altro elemento della frase.
      Es: «La necessità di evitare che queste azioni meccaniche (nel tempo che intercorre fra lo stabilirsi del corto circuito e l’apertura dell’interruttore) possano deformare gli avvolgimenti danneggiandone l’isolamento, impone particolari cure nella progettazione della struttura»

      2) Valori intonativi
      Il secondo motivo riguarda una «sovraestensione dei valori intonativi» attribuiti ai segni. Benché i segni interpuntivi non servano a indicare una intonazione specifica, nella narrativa ciò è meno vero e può accadere d’avvertire la necessità di sottolineare al lettore una determinata pausa che, nella mente dello scrittore, corrisponde a una specifica intonazione.

      3)Isolare il tema
      Prendiamo la frase (frase che, lei, segnerebbe in rosso <–questa eccezione è segnalata nell'articoletto della Treccani – si lo so fonte non autoritativa a suo giudizio- se la vada a vedere)
      «Di conseguenza la frase, è l’elemento minimo sintattico portatore di senso»; di fatto la virgola separa il soggetto («frase») dal predicato («è»). Il motivo per cui può essere inserita tale virgola, riguarda l’esigenza che alcune volte si avverte di isolare il tema per sottolinearlo all’attenzione del lettore.

      Questa, come diceva lei, può essere intesa come una focalizzazione ma, guarda caso, abbiamo già una violazione da lei ammessa di una regola che non si deve violare MAI e poi MAI e poi MAI.

      In buona sostanza: avra’ pure ragione il suo Serianni, ma la lingua viva, la lingua della narrativa coi suoi personaggi che soffrono e sopravvivono e lottano e sanguinano, ha anche altre regole. Nella speranza di averLe almeno insinuato il dubbio, cordialmente, da ignorante, la saluto.

      1. Oh, ma pensi: la Gravelli nella sua mail di risposta me la citava pure lei.
        Guardi, le faccio un altro paio di esempi di linguisti, visto che sono un’ignorante:

        Ornella Castellani Pollidori, da In riva al fiume della lingua. Studi di linguistica e filologia, Salerno Editrice, 2004

        Prima che altri mi dia del padre Zappata o mi ammonisca col classico “medice, cura te
        ipsum!”, mi affretto a fare una confessione che, devo ammetterlo, mi brucia un po’.
        Nel ripercorrere ultimamente miei scritti del passato (in vista appunto dell’allestimento
        del materiale per questa raccolta) mi è accaduto di rinvenirvi un paio di esempi della
        virgola incongrua tra zona espansa del soggetto e zona verbale da me “processata”
        nell’articolo che qui precede. A questo punto, ho quasi la certezza che ad estendere
        l’esame a tutto il complesso dei miei scritti il numero degli esempi imbarazzanti
        aumenterebbe.”

        Non basta? Ancora troppo ignorante. Va bene:
        Marcello Sensini (Il sistema della lingua, 1996), p. 417:

        «Prendere appunti da un testo scritto significa riprodurre in
        uno schema la struttura logica del testo»
        Ma due righe dopo:
        «Saper rielaborare i contenuti del testo che si è letto,
        significa aver capito veramente il testo»

        eppure, a p. 95: «non si deve mai mettere la virgola fra
        soggetto e verbo»

        Cito sempre dalla dispensa del Bellina che e’ uno bravissimo. E sempre da ignorante spero di averLe fatto venire il dubbio.

  4. Quello che continua a sfuggirle è che la regola esiste. Che poi ci sia anche chi si può permettere di fare eccezioni non significa che la regola smetta di esistere. Però per infrangere una regola bisogna prima conoscerla. E questi erano consigli per esordienti. Se si vuole studiare un testo di teorie linguistiche (Bellina di cui lei parla la regola la cita e la usa come base, infatti), può farlo per approfondire. Non cambia il fatto che, come nel testo da lei citato, la prima impressione è proprio quella di leggere “degli esempi imbarazzanti”. Lo dice la stessa autrice, linguista, che lei cita. Ci si può anche filosofeggiare su, ma la regola universalmente accettata resta quella.

  5. Voi fate servizi editoriali, in fondo. La regola esiste, ma attenzione: educhiamo chi scrive in un contesto grammaticale e sintattico differente. Dove l’epico e l’onirico si espandono di pari passo alle sfumature di linguaggio che li accompagnano.

    Credo che lei abbia fatto un po’ di confusione nella sua risposta, ma a me bastava insinuarle il dubbio. Se non ci fossi riuscita, beh, lei, ci pensi. <–

  6. Educhiamo prima a rispettare la grammatica.
    Prima le regole si imparano e poi eventualmente si infrangono, ma solo con la consapevolezza di farlo e non perché mancano le basi della grammatica italiana. E questo lo diciamo proprio grazie alla nostra esperienza con i servizi editoriali. Prima di consigliare a un esordiente di usare la virgola tra soggetto e verbo seguendo le regole dettate dai personaggi che soffrono ecc. ecc. ci pensi un attimo anche lei. Si soffermi a riflettere su quanti libri vengono pubblicati con errori a dir poco imbarazzanti, con la scusa che “il contenuto è quello che conta”.

      1. E lei sarebbe in grado di capire quello che le abbiamo risposto? E con questo chiudo la discussione, perché va bene discutere e va bene non essere d’accordo, non va bene impuntarsi dopo che le abbiamo spiegato le cose e non va bene usare certi toni e insinuare cose per il gusto di offendere. Le avevamo già perdonato le offese infondate che ci ha rivolto nella sua prima mail. Ora basta. Vada a mettere le virgole fra soggetto e verbo nei suoi libri, perché ormai si è capito che lei qui è solo in cerca di attenzione. E gliene abbiamo data fin troppa.

  7. Certo, lo abbiamo fatto in passato e ancora ci capita, ma questo era un articolo per gli esordienti, pensato proprio per chi è all’inizio della propria carriera di scrittore. E, in ogni caso, non ci siamo mai trovati a editare testi al livello di Calvino, tanto da prendere in considerazione l’idea di violare le regole base della grammatica per una sperimentazione linguistica. Ma non si sa mai nella vita.

  8. 20: a meno che non sia lo spoiler il cardine della storia. “Ne resterà soltanto uno” è il leit-motif di Highlander, quel bel videoclippone di 2 ore dei Queen dove veniamo informati del finale fin dal sottotitolo.
    In Moulin Rouge si sa chi è che muore a partire dalla prima scena.
    Nei telefilm di Colombo tutti gli spettatori sanno subito chi è l’assassino… insomma lo spoiler è un potente strumento narrativo e come tutti gli strumenti molto potenti, se non lo si sa utilizzare fa solo tanti danni.

    1. Sì, hai ragione, Andrea. Tutte le regole possono essere infrante, se ciò è fatto con consapevolezza. Io mi riferivo più che altro a quegli esordienti che inseriscono uno spoiler nel titolo del capitolo (esempio: “La morte di Luke”) prima che ciò avvenga, o che anticipano informazioni che dovrebbero rimanere celate perché utili al conflitto e alla sua risoluzione.

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