Ligabue – Angelo della nebbia – Racconto vincitore del Lab. di luglio 2016

LIGABUE – ANGELO DELLA NEBBIA

Ada montò in sella e prese a pedalare a tutta velocità. Non perché avesse fretta, era solo per sentire sferzare il vento sul viso. Chiudeva gli occhi e si ritrovava in un altro mondo, dove la sua presenza era importante per la sopravvivenza dell’universo. Un mondo dove aveva amici e nemici, un mondo dove combatteva. Dove vinceva.
Raggiunse il vialetto di casa con un senso di inquietudine crescente. Il luogo dove viveva la opprimeva. Avrebbe voluto che il tempo si fermasse in quell’istante, irrigidirsi fino a trasformarsi in pietra, lì sulla strada, con lo sguardo verso il cielo e la sensazione di spossatezza nei polpacci. Niente più incombenze, niente più spreco del suo prezioso tempo estivo facendo cose che odiava.
Eppure giunse alla stalla e sistemò la bicicletta, poi si affrettò a cercare il padre porgendo i bigattini comprati all’emporio. Trattenne il fiato.
L’uomo aggrottò la fronte, li prese con le sue dita callose e rigirò il cilindro su tutti i lati. Alla fine sembrò soddisfatto, perché le disse: “Prendi le canne”.
Ada riprese a respirare; solo un filo. Si volse al muro che raccoglieva ragnatele centenarie e cercò di individuare ciò che il padre intendeva con “le canne”. Ve n’erano di lunghe, di sottili, di storte. Alcune erano chiuse come telescopi a riposo, altre raffazzonate e prive di occhielli in cui il filo potesse scorrere. Parevano ricavate da canne di bambù, ma era più verosimile fossero le canne che crescevano nel fossato sotto al ciliegio. Prese le due più belle e si voltò a cercare conferma.
“Mo ‘ste imbambida”, fu il commento.
Si prese dell’incapace e attese che il borbottio tagliente le svelasse cosa voleva. A quel punto, neppure la chiara indicazione la rese sicura di ciò che stava facendo. Quell’uomo dalla pelle cotta dal sole e dai baffi ancora neri, a differenza della chioma già imbianchita, riusciva a farla sentire priva di cervello, del tutto sbagliata.

Si arrampicarono sull’argine del fiume, il padre a grandi falcate sicure, col suo fisico asciutto e agile, Ada oscillando in modo pericoloso ad ogni passo, cercando piccole incavature in cui infilare il piede perché non scivolasse. Le braccia le dolevano per il peso dell’attrezzatura e degli sgabelli in legno pieno, che probabilmente il nonno del bisnonno di suo padre aveva intagliato da un noce centenario.
Le faceva male tutto tra il busto, le spalle, le braccia e le dita, ma non osò appoggiare nulla finché il padre non scelse il punto esatto dove posizionarsi. Erano a ridosso di una piccola diga, un restringimento che obbligava i pesci a soffermarsi giusto il tempo di abboccare.
Da lì sentiva puzza di acqua stantia, di schiuma marcia. Era rivoltante.
Il sole picchiava sulle spalle scoperte e sul cappello di paglia con il logo del consorzio agrario locale. Ada avrebbe indossato perfino il cappellaccio a tesa larga tramandato dalla nonna, pieno di ragnatele e buchi, pur di evitare la pezza strappata e macchiata di vernice che suo padre si ostinava a portare nonostante fosse ormai un cencio.
Si preparò ad annoiarsi per le prossime ore, e si impose di non pensare a cosa avrebbe potuto leggere, chiusa nella sua camera, in tutto quel tempo.

Quel giorno il padre volle insegnarle a preparare l’esca. A nulla valse la sua supplica. Ada odiava il pesce, odiava pescare, odiava le canne, gli ami e soprattutto i lombrichi.
Il padre aprì la scatoletta, infilò le dita nel terriccio e le ritrasse tenendo un vermicello. Cercò di pretendere il suo entusiasmo mostrandoglielo sotto al naso e obbligandola a tenerlo a sua volta.
“Tòl. Te s’re mia cajouna. Dai!”
No, non era cogliona. Solo, non voleva farlo. No, nessuno l’avrebbe costretta, a nessun costo. Stavolta si sarebbe opposta e avrebbe fatto valere la sua decisione. Ma lui stava volgendo l’entusiasmo in rabbia e se c’era una cosa che mandava in panico Ada era uno scatto d’ira.
Suo padre avrebbe alzato la voce, avrebbe sbattuto tutto a terra e se ne sarebbe andato via, lasciandola in balia del senso di colpa, e con l’onere di decidere che farsene di tutta quella roba già disposta sull’argine.
Quindi allungò il dito e trattenne un conato.
Fu come toccare un budello di maiale, quello nel quale si infilava il pesto di salame per farlo stagionare. Un budello vivo, però, che si contorceva sotto le sue dita. Aveva ancora briciole di terriccio scuro attaccate agli anelli, che si estendevano e contraevano convulsi. Cercava di arrampicarlesi sul dito, e lei lo premette di più, per impedirlo. Avrebbe urlato se fosse successo, e suo padre le avrebbe dato della stupida. Di nuovo.
Quando l’uomo giudicò di averla domata a sufficienza, le prese il lombrico e armò le canne, quindi con un paio di tiri eleganti, gettò gli ami in un punto preciso del fiume, chiaro solo alla sua mente. Ada rimaneva sempre affascinata dal volteggio di quei fili e da come cadevano nell’acqua senza sollevare neppure uno spruzzo. Forse un giorno suo padre le avrebbe insegnato anche quello. O forse, pensava, glielo negava proprio perché sospettava il suo interesse.


Il racconto che avete letto è opera di Aina ed è risultato il vincitore del Lab. di luglio 2016.

La traccia del Laboratorio di scrittura era stata scelta da Terra (vincitrice dello scorso Lab) ed era la seguente: scrivere un racconto che contenga obbligatoriamente la descrizione completa di due personaggi, di un animale e di un paesaggio.

Il massimo dei caratteri consentito era di 5000, spazi inclusi, con 200 di tolleranza.

Tutti i racconti di È scrivere – Community per scrittori vengono editati prima di essere inseriti sul blog.

 

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