Recensione: “Guru”, di Giulio Della Rocca

Titolo: “Guru”
Autore: Giulio Della Rocca
Editore: Edizioni La Gru
Formato: cartaceo
Pagine: 110
Prezzo: 11,50 euro

Trama (dal sito dell’editore):
Un mondo iperaggressivo, una società in cui tutto è slogan, manifesto pubblicitario, neon; una civiltà dei consumi che fagocita idee, culture ed esperienze, che tutto appiattisce e che tutto fa assomigliare a un villaggio vacanze. Guru vuole vivere in maniera anticonformista in un mondo de-evoluto in cui l’immobilità della società, che tutto sa e tutto crede di sapere, distrugge nella produttività e nell’omologazione il concetto stesso di vita. Guru insegue la fantasia, l’anarchia mentale, il caos del potenziale; perché non può esserci crescita senza la libertà che è propria di tutto ciò che invece è ancora in divenire. Un racconto Pop/Postmoderno, un’esperienza immaginifica e caotica; un viaggio allucinato per certi versi non dissimile da quello di Alice. Pollock ha detto una frase importante: Non si può esprimere la nostra epoca, gli aerei, la radio, la bomba atomica con le forme del rinascimento… Crediamo che lo stesso valga per la letteratura.

Recensione:

È affascinante e inquietante il modo in cui Guru racconta la propria storia senza quasi mai parlare direttamente di sé, bensì usando quasi esclusivamente la voce, i pensieri, gli ideali e le azioni degli altri personaggi che gli gravitano attorno e riferimenti a film, musica, opere letterarie e citazioni in generale.

Il tutto è realizzato con uno stile di narrazione che segue il “flusso di coscienza”: il racconto infatti è costituito da un intersecarsi continuo di pensieri, che spesso divagano, o punteggiano l’argomento trattato in quel momento di pareri personali e feroci critiche.

È un modo di strutturare il libro molto interessante, ma le innumerevoli citazioni interrompono continuamente e in modo brusco il filo della narrazione, e in linea di massima distolgono in modo fastidioso da quanto si sta leggendo, perché il lettore si trova costretto a pensare: “Dov’è che ho già letto questa frase?”, “Un momento, che film era questo?”, “Che cosa significa?”, “Perché l’autore mi sta dicendo ciò?”, “A cosa si riferirà?”, e finisce per disinteressarsi al discorso principale o fatica terribilmente a riprenderlo. E non solo il lettore, ma anche l’autore stesso finisce per smarrirsi; a pag. 29, infatti, leggiamo una frase che termina con una virgola prima di una parentesi “conclusiva”: C’era piuttosto un Dio incazzoso e vendicativo più fastidioso del morbillo, (un Dio che tra l’altro sembrava tenere ad un solo popolo… una specie di razzismo ante litteram il suo.)”

Troviamo addirittura matrioske di citazioni, una dentro l’altra, come nella parte in cui si parla del personaggio di nome Alice che sogna di scrivere favole per bambini, alla stregua di Mamma Oca; e la favola che Alice narra a Guru racconta proprio di papere. Uno di questi animaletti esorta Alice stessa, che è parte del racconto, perché è tardi: innegabile riferimento al Bianconiglio di “Alice nel paese delle meraviglie”. E infine nello stesso periodo, più avanti, viene rammentata l’Isola che non c’è, palese richiamo a Peter Pan.

Analogamente avviene con il copioso utilizzo delle parentesi: se ne contano addirittura 10 in una stessa pagina (ad esempio, a pag. 9 e a pag.16).

È vero che quando riflettiamo nella nostra mente vanno a formarsi miriadi di pensieri collaterali, e questo libro pare voler essere una lettura che avviene direttamente nella testa di Guru, ma i richiami sono assillanti e le parentesi sono eccessive e troppo lunghe. Tant’è che, quando ne viene chiusa una, è necessario andare a rivedere di cosa si stava parlando all’inizio perché ci si è già persi e non si sa più quale sia il tema centrale di quel passaggio.

Inoltre, e certo avviene anche quando ci facciamo le nostre elucubrazioni mentali, ci sono molte ripetizioni e banali giochi di parole: questo è un altro espediente geniale ma abusato, perché se varie volte funziona e calza a pennello in certi punti, alla lunga stanca e rende il testo pesante e noioso. Per non parlare di quelle citazioni che restano invece senza fonte, come ad esempio quella di pag. 23, all’interno dell’ennesima parentesi: Qualcuno ha giustamente definito l’attacco di panico l’esperienza più vicina alla morte. Dice bene quel tale.” A chi si fa riferimento? Come mai l’autore si prodiga nel riportare in tutta l’opera nomi e cognomi di chi ha detto o fatto questo o quello, e poi invece in vari punti tralascia il dettaglio o dà per scontato che il lettore “sappia”? D’accordo che dentro le nostri menti non abbiamo bisogno di specificare a noi stessi da quale preciso anfratto peschiamo le informazioni, ma un libro è pubblicato per i lettori, altrimenti si tratterebbe di un diario personale chiuso con un lucchetto.

A tale proposito, perché omettere particolari che avrebbero potuto essere interessantissimi, arricchendo significativamente la delineazione di uno dei personaggi o della storia in generale? Due esempi su tutti: a pag. 47, dove Guru saluta il padre (unico personaggio, tra l’altro, che resta senza nome in mezzo a miriadi di nomi): tutto questo ed altro (che non vi riguarda) mi disse in un istante”, e a pag. 53, dove Guru sussurra ad Egonja cose che riguardano soltanto noi due”. In un vero flusso di coscienza ci sono censure? Non quadra… e anche troncare in modo secco il racconto non crea uno stimolante alone di mistero (a maggior ragione perché questi punti lasciati oscuri non vengono approfonditi o ripresi più avanti), quanto piuttosto un senso di “indisposizione” verso l’autore.

Altri elementi che rispecchiano fedelmente l’idea di star inseguendo il flusso di coscienza di Guru, ma che rendono il testo ridondante, pedante e irritante sono: l’inserimento smodato di punti esclamativi e di infiniti elenchi, l’uso esagerato e incoerente di lettere maiuscole, l’onnipresente esclamazione porca biscia”, l’insistente specificare la differenza tra la sua esistenza e la vita vissuta degli altri, la scomparsa di certi personaggi che avviene tanto improvvisamente che pare non siano mai esistiti e non viene mai raccontato come, perché, dove… Sintomo, quest’ultimo, di anaffettività di Guru, ma anche cruccio per il lettore che vorrebbe saperne di più e invece viene lasciato insoddisfatto.

Il personaggio “fulcro” delle vicende di Guru è indubbiamente sua madre, che tutto influenza e tutto cerca di manovrare; sua madre, nonché moglie di suo padre, concetto che l’autore ripete sempre quando si riferisce a lei mentre parla del padre: divertente le prime due volte, ma alla ventesima finisce per appesantire un po’ la lettura.

Guru invece non è esattamente il protagonista: in modo astuto e abbastanza meticoloso, ma senza tentare di impietosire, si dichiara malato di apatia, ma solo e semplicemente per far passare inosservati il suo egoismo, il suo menefreghismo e la sua pigrizia. Perché, alla fin fine, per le cose che gli interessano “si muove” (durante il programma televisivo cui partecipa, ad esempio, si impone eccome!), mentre un vero apatico non si smuove; e usiamo nella stessa frase “muove” e “smuove” per richiamare lo stile dell’autore, perché è questo il genere di giochi di parole che fa parte del suo modo di esprimersi. È vero che Guru per la maggior parte delle volte si fa trascinare, infatti tutte le vicende più importanti avvengono perché qualcuno lo coinvolge in qualcosa, ma è anche vero che non subisce tutto ciò contro la sua volontà: si lascia tirare in ballo, si lascia affascinare, conquistare, riconosce la “passione” negli altri. E conseguentemente prende delle decisioni, persino ribellandosi a delle imposizioni (rifiuta di cimentarsi in certi mestieri suggeritigli dalla madre, ad esempio, optando per la prima alternativa che gli si propone; e, rammentando ciò, abbiamo qualche dubbio sulla proposta di diventare banchieresupponiamo che l’autore intendesse “bancario”). Non è quindi insensibile a quanto lo circonda: giudica, e gli interessa giudicare, come gli interessa anche far conoscere al lettore il suo giudizio ma non il motivo che lo porta a esprimerlo.

Non è di questo avviso la sua psichiatra, manovrata in maniera coercitiva dalla madre, che cura questa “apatia” di Guru con la quantità e la qualità di medicinali che si prescriverebbero a uno schizofrenico sociopatico e autolesionista. In questo particolare punto della storia ci si sente negli Stati Uniti degli anni ʻ50 (mentre Guru era bambino alla fine degli anni ʻ80), quando anche un raffreddore veniva curato con gli psicofarmaci… E di nuovo si rimane un po’ sospesi nel nulla, perché non sappiamo se Guru effettivamente segue tale cura e per quanto tempo, se sperimenta effetti collaterali, se con la “Strizzacervelli” con cui lui non parla ma solo “sputa” parole fa anche una terapia cognitivo-comportamentale. Semplicemente, anche la psichiatra appare e scompare nel nulla.

Guru dichiara anche di non avere preferenze politiche, ma invece gli è ben chiaro il concetto di destra e sinistra, e si schiera nettamente da una delle due parti, poiché prende spesso l’altra come esempio negativo. Mente, volutamente, in più occasioni, per piegare la realtà secondo suo comodo: per far apparire la propria vita piena di sorprese e tragicomica come quella di Alberto e Raimondo di Andrea De Carlo (ne “I veri nomi”), per apparire ein Suchende (un “cercatore”) come Siddharta…

Apparire, ecco, forse è l’“apparire” il vero protagonista dell’opera. E quella di Guru non è un’apatia patologica, quanto piuttosto una semplice mancanza di motivazione che può capitare a tutti di provare, un normale momento di sconforto da periodo adolescenziale. Più spesso in lui si tratta di una mancanza di volontà, e di una maggior comodità nel lasciarsi galleggiare e portare dalla corrente, per non faticare. A volte sconfina anche in depressione, momenti in cui insorge il desiderio di morire, e poi gli capitano attacchi di panico… e chiaramente tutto questo non ha niente a che vedere con la “vera” apatia: si tratta invece di alti e bassi in cui Guru attende nuove idee con cui poter vivere attraverso le vite (e le citazioni!) degli altri, senza “consumare” la propria esistenza.

Curioso è il modo di descrivere i personaggi e i luoghi… o, per meglio dire, il modo di non-descriverli. Non che sia necessario perdersi in ogni minuzia dell’aspetto fisico e psicologico di qualcuno o in ogni sfumatura di cielo, colore del terreno o forma di un edificio, ma l’autore non spende quasi mai una parola per caratterizzare qualcuno o qualcosa. Non descrive praticamente niente, non sappiamo come sono fatti i personaggi e nemmeno come è fatto Guru (a parte il terzo capezzolo! Che potrebbe essere di nuovo una citazione: da Chandler di “Friends” a Krusty il clown de “I Simpson”, che peraltro è un cartone più volte menzionato nel testo). Non sappiamo dove ci troviamo, come è fatta la casa di lui e come sono strutturati tutti gli altri luoghi. È davvero possibile che a Guru non sia mai rimasto impresso un unico aggettivo che identifichi una persona o un posto, a parte lo sguardo, e il modo di guardare di qualche personaggio? È come se Guru visualizzasse solo gli occhi di alcuni con cui interagisce e nient’altro; e in quei casi gli basta scambiare con loro una sola occhiata per scoprire il fantastico mondo interiore racchiuso dentro quella persona, e plasmare se stesso in modo da far parte di quel mondo… ma non troppo (e una tale attenzione fa pensare a tutto tranne che all’apatia!).

E alla fin fine la TV, il mostro onnipresente in tutto il libro non è nemmeno il vero nemico o lo spauracchio che si vuol far credere leggendo le premesse dell’opera: sì, la televisione inizia a “minare” la vita di Guru, lo porta dalle stelle alle stalle, ma è la mente di Guru, che con finta indifferenza orchestra tutto, a essere antagonista dell’opera e di Guru stesso.

Conclusioni:

Questo libro è un esperimento assolutamente interessante, ma il 60% delle parentesi in meno, qualche descrizione in più e sicuramente il 90% di citazioni in meno l’avrebbero reso più godibile e avrebbero fatto emergere veramente la genialità dell’autore, rendendo così giustizia al suo stile e al suo talento.

Ci sarebbe tanto piaciuto leggere di più, sapere più cose di Azzurra, di G, di questo padre senza nome, della Strizzacervelli e molto altro ancora, come ad esempio perché Guru si chiama “Guru”; e avremmo amato entrare in empatia con lui e con gli altri personaggi… ma si è consumato tutto troppo presto, perché al di là dei fatti nudi e crudi è ben poco ciò che l’autore ci ha concesso.

Per noi il libro sarebbe dovuto terminare a metà di pag. 87, dove il cerchio si chiude… Baricco insegna!

Voto: 3Stellina-nuova2

timbro1

La recensione che avete letto è opera di

Yali & Irene Emme.


3 thoughts on “Recensione: “Guru”, di Giulio Della Rocca

  1. Grazie per la recensione. Non è facile dare un giudizio critico sul lavoro di un autore di cui non si conoscono le opere, il pensiero, lo stile.
    Invito i lettori a leggere le recensioni web sul mio libro; ritengo possano dare una lettura altra di “Guru”…

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