L’oro del re – Racconto vincitore a pari merito del Lab. di ottobre 2015

[Racconto scritto evitando parole contenenti la lettera i]

Mara era al gate da due ore e del suo aereo neanche l’ombra. Controllò ancora una volta la tabella delle partenze: sarebbe dovuta decollare da un pezzo.

Se lo avesse saputo, avrebbe fatto le cose con calma, senza battere record su record sull’autostrada con la Punto scassata e concedendo al volto stanco almeno la clemenza del fard.
Per fortuna non dovette attendere ancora molto: le hostess fecero accomodare la gente su un autobus sgangherato che arrancò goffo verso l’aereo. Mentre scendeva, uno la urtò e un altro per poco non la travolse col suo trolley. Come se non stessero andando sullo stesso aereo, fermo là accanto, che certamente non sarebbe decollato con metà delle persone ancora appese alla scaletta.
«Salve, benvenuta e buon volo!» la salutò la hostess una volta a bordo.
Sperò che quel volo fosse davvero buono. E soprattutto che le donne che avevano fatto conoscenza durante la lunga attesa al gate tornassero perfette estranee. Ma a quanto pareva due ore rendono un rapporto tanto forte da durare anche ad alta quota.
Mara accese l’mp3, ben sapendo che solo John Lennon la poteva salvare.
“Tomorrow Never Knows” suonò folle come sempre e le sembrò che l’umore potesse tornare, se non buono, almeno decente.
Una mano la scosse, facendole perdere l’attacco di John. E solo per questo era una mano da mozzare.
Apparteneva a una donna con un profumo che avrebbe azzerato l’olfatto a un pastore tedesco.
«Posso passare, per favore?» domandò facendo un gesto verso la seduta accanto all’oblò.
Mara aveva sperato che nessuno le sedesse accanto, ma non aveva creduto davvero che potesse accadere. Fece passare la donna, e per poco non svenne per la zaffata che le passò sotto al naso. Lo sguardo le cadde sul posto centrale tra loro due: sarebbe stato perfetto se fosse stato vuoto. Stava per augurarselo quando sbucò un pargoletto col volto da peste e una voce che surclassò Lennon con un solo acuto.
«Marco! La mamma sta mettendo a posto la borsa! Ora vengo!» urlò a sua volta la donna.
Sarebbe morta là, Mara ne era certa. Sarebbe esplosa come una bomba abbandonata da un pazzo e l’aereo l’avrebbe sepolta sotto urla dal profumo stomachevole. Vagamente pensò alle persone che avrebbe perso morendo: sua madre, suo padre, soprattutto Alessandro, che l’aspettava dall’altra parte del mare.
Era tutta colpa sua se ora era su quell’aereo, se quel mostro le stava urlando nel cervello e la madre la stava appestando col suo tanfo! Era colpa sua e del suo lavoro del cavolo! L’avrebbe preso a sberle una volta a terra. Oh, certo che l’avrebbe fatto, non vedeva l’ora!
Alzò su “Help!”.
«Per favore, John!» pregò, sperando nella voce del cantante.
«Perché quella ragazza parla da sola, mamma?»
Marco dondolava le gambe che non toccavano neanche terra e la guardava come fosse un pupazzo della tv.
«Perché è un po’ strana, amore.»
«E perché?»
E perché questo essere orrendo non ha un tablet col quale fare polpette del suo cervello?
Scoccò uno sguardo torvo all’uno e all’altra, mentre dall’altro lato la gente se ne andava a spasso lungo l’aereo neanche fosse sabato sera al Corso.
Doveva amare molto Alessandro se sopportava tutto questo per vederlo. Lo amava e lo detestava. Eccome se lo detestava!
Provò a recuperare parte del sonno perduto, sapendo nel profondo che non aveva nessuna speranza di addormentar… John Lennon stava cantando una canzone che Mara non conosceva. E questo era un fatto molto strano. Ma la cosa assurda era che lo stava facendo seduto là accanto, con una voce tanto acuta e molesta che le stava per far spegnere l’mp3. Naturalmente quella voce non poteva appartenere a Lennon, se ne rese conto non appena tornò dal baratro del sonno. Marco stava urlando, tanto per fare una cosa nuova, ma la madre ronfava beatamente.
Mara spense l’mp3: Marco 1 – Beatles 0.
Stava per perdere le staffe, e forse allora l’aereo sarebbe davvero esploso, quando lo sguardo le cadde sul panorama oltre l’oblò.
Qualcosa nel suo volto fece smettere la lagna della peste, che se ne stette a osservarla per qualche secondo. «Che c’è?» le domandò.
«Guarda là e muto.»
La luce perforava le nuvole con la prepotenza della natura, pennellando d’oro la campagna sottostante.
«Che cos’è?» Marco guardava a bocca aperta una lastra dorata che sfolgorava nel verde.
Mara stavolta non lo esortò a tacere.
«A te cosa sembra?»
Per poco Marco non travolse la madre per vedere bene dall’oblò.
«Sembra un lago tutto d’oro!»
Mara fece un cenno d’assenso. «Lo è!»
«Davvero?» Ora quel mostro snervante sembrava un angelo che aspettava la favola della buonanotte.
«Certo! Una volta c’era un grande re che governava tutte le terre qua sotto. Fu educato da un potente mago che lo proteggeva e lo accompagnava sempre e fu tanto valoroso nelle sue gesta da ottenere una spada benedetta, donata dalla dama del lago.»
«Quel lago? Quello d’oro?»
«No, un lago fatato.»
«Bello!»
«Questo re ha dovuto superare tante prove, ma è entrato nella leggenda. Le sue terre prosperavano, la sua gente lo acclamava.»
«E quel lago d’oro che c’entra?»
«Re Artù aveva un grande tesoro che nessuno ha ancora trovato. E non l’hanno trovato perché non è stato nascosto, è stato regalato alla terra che lo ha reso grande. A questa terra.»
Ne assaporò ancora la bellezza guardando dall’oblò: un vasto appezzamento splendeva alla luce del sole, sembrando davvero una pozza d’oro.
«Eccolo là, un tesoro da re. Guarda quanto ce n’è!»
Marco attaccò naso e fronte al vetro montando sulle gambe della madre.
«Marco! Che succede?»
«Guarda, mamma, guarda! Qua sotto c’è l’oro del re! Re Artù!»
«Re come?»
«Artù! Era un grande re! Fu educato da un potente mago…»
Mara stese le gambe, abbassò le palpebre e tornò ad accendere l’mp3: dopotutto quel volo non era tanto male.

Il racconto che avete letto è opera di Ariendil.


 

Il racconto che avete letto è opera di Ariendil ed è risultato il vincitore a pari merito del Lab di ottobre 2015.

La traccia del Lab era stata scelta da Elisa (vincitrice dello scorso Lab) ed era la seguente:
Per il lab di ottobre, mi sono ispirata a La Disparition di Georges Perec. Le opere di questo autore francese sono caratterizzate da restrizioni formali o stilistiche.
Quello che vi propongo è il lipogramma, ovvero un componimento letterario in cui lo scrittore decide di escludere tutte le parole contenenti una particolare lettera. 

Il lipogramma vi costringerà ad uno slalom linguistico, per questo richiede l’uso di parafrasi, metafore, sinonimi, perifrasi e di tutte le figure retoriche che conoscete.
In caso di sconforto, pensate a Perec che è riuscito a scrivere un romanzo di più di 300 pagine, in cui è totalmente assente la lettera E (che peraltro è la lettera più frequente nel vocabolario francese).
Il genere è a vostra discrezione. L’importante è che rispettiate il limite massimo di 7000 caratteri (con i soliti 200 di margine), titolo incluso, che dovrà a sua volta essere “lipogrammato”.
Dimenticavo! Per rendere più stimolante la scrittura, la lettera da omettere dovrà essere obbligatoriamente una vocale, che indicherete all’inizio del vostro post.

Pensi di riuscire a fare meglio?

Allora iscriviti e partecipa al prossimo Laboratorio di scrittura!

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Editing

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