Il cavalier buffone, di Fabrizio Colonna – Recensione

Titolo: Il cavalier buffone
Autore: Fabrizio Colonna
Editore: Lettere Animate
Pagine: 613
Prezzo: € 2,99
Formato: Ebook

Trama: In un mondo fantastico chiamato Finisterre arriva il Viandante, un vagabondo che non ha memoria di sé, del suo nome e del proprio passato. Nel suo peregrinare senza meta incontra due giramondo, Jimmy e Jamie Swift, che lo scortano alla Taverna del Grifone Lussurioso, un crocevia di pellegrini e avventurieri.
Tra sonate in compagnia, sbronze colossali, bizzarre lezioni di musica, racconti d’improbabili avventurieri e triangoli amorosi, il Viandante conoscerà la storia del Cavalier Buffone, un leggendario musico avvolto nel mistero. Il destino ha tuttavia in serbo una terribile minaccia: la Morte in persona si risveglia dopo secoli di attesa, scatenando un cataclisma senza precedenti che metterà a repentaglio tutta la vita in ogni parte del mondo.
In questa storia di bardi svampiti, romantici e matti come cavalli, eroi valorosi e dissennati, divinità impazzite e sogni che si avverano a comando, il Viandante scoprirà di sé più di quanto avesse sperato o temuto.
E né lui né Finisterre saranno più gli stessi.

Recensione: Se dovessi attribuire un genere al questo romanzo direi “fantasy”, ma non perché l’ambientazione, la trama o i personaggi lo siano, più che altro perché segue i canoni classici (e clichèttosi) che ci si aspetta da quel genere di storie.
Innanzitutto i personaggi: un nano, un paladino, un ranger, un chierico, una manciata di bardi… più che un libro sembra una partita di D&D, gioco che ha tanti pregi ma non quello di fornire classi illimitate o di esortare a inventarne di nuove ogni volta.
Non sono una strenua opponente del “già visto”, ma preferisco quando lo devo rivedere per un motivo preciso. Qui il motivo preciso si ha solo nel caso dei bardi, che cantano le loro ballate e così facendo raccontano la storia di Finisterre; per quanto riguarda il resto della compagnia (ovviamente c’è una Compagnia che parte all’avventura… è un fantasy!) non farebbe alcuna differenza se avessero altre classi o altri appellativi: il paladino e il guerriero fanno la stessa cosa, il chierico potrebbe essere stregone, il ranger potrebbe essere una qualsiasi ecosostenitrice che si porta dietro un arco, il nano potrebbe essere alto e questo non modificherebbe di una virgola il suo carattere. Perché è nano? Che ha di diverso dagli altri? Perché non è umano anche lui? E soprattutto, perché non parla mai del suo gruppo di nani o del perché si accompagna volentieri agli umani invece di schifarli?
La sensazione è quella del “è un nano perché il nano è fantasy”, così come “il paladino è un paladino perché ce l’avevo scritto nella scheda”. Gli si dia magari una spada che al momento cruciale della battaglia si illumina della santa luce della divinità, così il cliché ci sarà lo stesso, ma almeno avrà un perché!
Un secondo punto dolente del fatto che questo romanzo sia negativamente fantasy sta nella lunghezza: settecento pagine non sono esattamente una passeggiata. E chi scrive questa recensione ha nel carnet degli scrittori preferiti gente logorroica del calibro di Hugo, Dumas, King, persone che ti sbattono là ottocento-mille pagine come se fosse una cosa da ridere. Però costoro in quelle mille pagine ci mettono azione, ci mettono scene, ci mettono “cose”.
In questo romanzo le prime 350 pagine o giù di lì sono tutte ambientate in una locanda, hanno come trama l’innamoramento del protagonista e la presentazione (blanda) dei personaggi che formeranno la Compagnia. E basta. Non succede niente.
La scena più movimentata mostra la cameriera che annoda un filo in modo tattico su per la scala, ci arriccia un panno bagnato attorno e lava tutti i gradini in soli cinque minuti. Il resto sono pagine e pagine di ballate, sonate, canti e leggende con cui la barda, l’apprendista bardo, il maestro bardo e il superbardo raccontano la storia di Finisterre, delle divinità che l’hanno creata e abitata, delle due città più importanti, della vita di questo Cavalier Buffone di cui parla il titolo e del suo amico che ne rese famose le opere.
E dal continuo inframmezzare la narrazione principale di leggende deriva il terzo elemento fantastycamente negativo del romanzo, ovvero la pignoleria e l’amore per il dettaglio inutile. Perché si sa, l’autore fantasy passa metà della sua vita, a volte anche di più, a pensare, immaginare, strutturare, disegnare, ambientare, organizzare, vedere con gli occhi della mente il mondo in cui posizionerà i suoi personaggi… è ovvio che un lavoro di queste proporzioni lo vuole sfruttare. Vai a fargli capire che il lettore sopravvive benissimo senza sapere chi edificò il tempio della città Ics o chi tradusse la profezia Ipsilon, e che se questi dettagli venissero falciati senza pietà il romanzo ne guadagnerebbe in scorrevolezza.
Ma questi aspetti negativi, volendo, possono diventare positivi se a leggere il libro è una persona con gusti diversi dai miei. Quanto detto finora è negativo per me, che considero un gruppetto di gente di classi o razze diverse in viaggio verso il nemicone cattivone una trama abusata, o che voglio scene mostrate e non storielle raccontate dal sapor di infodump. Non è detto che sia negativo per tutti, anzi per alcuni potrebbe essere un bellissimo romanzo fantasy, che rispetta il genere ma è scritto in modo diverso dal solito, e che ha nel tema metanarrativo (per me detestabile, così come è detestabile usarlo per parlare di roba moderna in un mondo simil-medievale) il suo punto di maggior forza.

C’è però una cosa su cui non ha potere il gusto personale, ed è la sintassi. In questo romanzo si ha in apparenza una scrittura pulita, ben curata e appropriata. Però solo in apparenza. L’autore ha senza dubbio padronanza della forma narrativa, è senza dubbio una persona che sa scegliere le parole e il modo più efficace per metterle insieme; questa sua abilità dà una fortissima impressione di leggere un testo ineccepibile, al livello dei grandi scrittori e non dei semplici esordienti.
Eppure in alcuni punti ci sono degli scivoloni grammaticali quasi incomprensibili, visto il livello medio-alto della scrittura nel suo complesso, che sono sintomo di gravi lacune. Ci sono pronomi non concordati, verbi coniugati male, refusi grossolani, ripetizioni evidenti e frasi fatte scritte sbagliate che fanno interrompere bruscamente la lettura per dire “ma cos’ho appena visto?”.
È probabile che un qualsiasi lettore nemmeno se ne accorga, proprio perché queste atrocità sintattiche appaiono solo ogni tanto e il libro è bello lungo. A me invece fa l’effetto contrario: se leggo quaranta pagine senza nemmeno un refuso e poi mi trovo davanti un “intrattenette” o un “fosse” al posto di un “sarebbe” storco doppiamente il naso.
Senza dubbio un controllo da parte della CE avrebbe potuto eliminare tutti gli errori, non occorre una laurea in Lettere Moderne per vedere due parole uguali ripetute nella stessa riga o una consecutio temporum ad mintula canis. Però, come spesso accade, è evidente che questo controllo non è stato fatto, o è stato fatto con poca accuratezza. Ormai temo che ci si debba fare l’abitudine.
Non mi metto nemmeno a questionare sul fatto che un editing davvero curato avrebbe introdotto una buona dose di punti e virgola e due punti in un testo fatto di molte subordinate legate solo da virgole ed “e”. Si entrerebbe nel campo del paranormale.

Tornando al testo in sé, penso sia doveroso spendere una parola sui suoi punti forti, visto che finora mi sono soffermata solo su quelli deboli.
Ha un ottimo, ben bilanciato, quasi mai inopportuno senso dell’umorismo (quasi: in un paio di punti l’ho trovato assolutamente fuori luogo, ma solo in un paio). Probabilmente è il motivo per cui le 400 pagine in cui non accade nulla si leggono comunque volentieri, tutte d’un fiato e senza annoiarsi.
Come già accennato, ha un’impronta metanarrativa che lo rende un romanzo “fuori dal comune”. A me non è piaciuta come svolta, ma per puro gusto personale; il tema del personaggio a confronto con il suo creatore non è mai privo di emozioni, anche quando non lo si apprezza.
La struttura regge bene, nonostante la lunghezza del libro e le continue intromissioni delle ballate, che alla lunga fanno dimenticare molti dettagli del mondo in cui si muovono i personaggi. Nel momento in cui inizia l’azione, in cui la trama evolve, si ha un quadro molto nitido del background che si staglia dietro i protagonisti, cosicché le loro azioni risultano sempre realistiche.
Infine costa poco. Non voglio buttarla sul veniale, ma è diverso comprare un libro caruccio, potenzialmente migliorabile, il tipico “non sarà un capolavoro ma almeno non mi ha fatto troppo schifo” a 3 euro o a 13. Quello da 13 fa arrabbiare.

Voto: 3Stellina-nuova2

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La recensione che avete letto è opera di Bee.


 

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