Intervista a Paolo Di Orazio, autore di romanzi e fumetti horror

11944814_699896506810988_1902574165_nQualche giorno fa Roberto ha intervistato per noi Paolo Di Orazio (questo il link al suo sito internet), autore poliedrico di cui abbiamo recentemente recensito il romanzo “Debbi [la strana] e le avventure bipolari del coniglietto RiBES” (qui il link alla recensione).

Ecco a voi le domande poste da Roberto e le risposte di Paolo (che sono molto interessanti):

1) Partiamo subito con una domanda scontata (prima costava di più): chi è Paolo Di Orazio?

In tempo di crisi (praticamente infinito), ben vengano le domande scontate. Io risponderò a… “tutto a 1 euro”.
Paolo Di Orazio chi è. È un precario perenne, un auto-esodato. Praticamente, da 30 anni a oggi mi emargino da solo da qualunque contesto mainstream pur di preservare la mia identità e la mia personale esplorazione del racconto del terrore: non mi va di scendere a compromessi, non mi va di bussare alle porte fino a tritare i testicoli dei datori di lavoro “importanti”, non mi va di leccare il culo all’agente “che piace alla gente che piace”, non mi va di fare cento tentativi umilianti per scrivere sul mensile a fumetti di grido, non mi va di appartenere a “gruppetti” (lo facevo da bambino per l’identificazione di borgata negli anni Settanta), non mi va di seguire alcun trend autoriale per scrivere ciò che la gente vuole (teorema completamente folle e infondato), non mi va di inventarmi un personaggio-maschera per autopropagandarmi. Lo so, detta così sembra che io non abbia voglia di fare nulla, ma è la strada maestra in cui i lettori che mi seguono dal 1989, anno del mio debutto (come scrittore) e anno del successo della mia raccolta Primi delitti, riconoscono una linea retta, di coerenza e crescita ed è questo il premio. Io non abbandono loro, loro non abbandonano me. Non sento nemmeno il bisogno di stare ovunque, di dimostrare a tutti i costi che esisto editorialmente buttando fuori gli avanzi nel cassetto o robe scritte col culo pur di pubblicare, tantomeno di deformare la realtà per oscurare i miei difetti ed esaltare i pregi che mi mancano, perché chi mi conosce se ne accorgerebbe. Il mio pubblico è colto, è sensibile, e ha letto più horror di me. Non ho bisogno di offendere altri autori per sentirmi figo e crearmi un’arena di Amici da Colosseo. L’affetto (o anche la delusione) dei miei lettori è la luce reale, assieme all’onestà di quel che io riesco a pubblicare con gli editori che me lo consentono e che credono in me.
Quindi, ecco chi sono. Uno che pensa a lavorare per il proprio piacere e per il divertimento sano di chi vorrà seguirmi, dovesse restarne anche solo uno.
L’horror, il racconto sovrannaturale. Lotta durissima, che non ti dà da vivere. Ma è una religione e questo mi sono prefissato di onorare sin da bambino, quando vidi in tv i film di Gianni e Pinotto (quelli horror) nei primi Settanta, e mentre subivo l’influenza grafica dei giganteschi poster di Non aprite quella porta, Il gatto a nove code, L’esorcista, Ballata Macabra, Arancia Meccanica, Horror Express sparsi per Roma e divorando tutta una serie di fumetti con in testa «Kriminal» e «Satanik», «Horror» e altri chilogrammi di storie del terrore.

2) Sei la mente di Splatter, fumetto horror-pulp degli anni ’80-’90, messo a tacere all’epoca in seguito a un’inchiesta parlamentare con l’accusa di istigazione a delinquere. Parlaci di quel che è stato e della sua recente rinascita.

La prima cosa che mi preme in partenza è spiegare che la prima collana di «Splatter» (1989-91) non è stata chiusa per colpa dell’interrogazione parlamentare (che però ha portato Primi delitti a 12.000 copie di venduto – anche il libro fu accusato di istigazione a delinquere), ma per una serie di circostanze interne alla casa editrice che non è delicato narrare. Quello fu il periodo Acme, la più importante esperienza editoriale a cui potessi aspirare. Da ragazzino ho divorato pacchi di fumetti, tutti quelli che uscivano in edicola. Tutti, anche «Jacula», «Oltretomba», e «Draculino», o gli insospettabili «Frugolino», «Picchiarello», «Pantera rosa», «Tarzan», «Misterix» «Atomix», «Tiramolla», «Cucciolo», «Billy Bis». Quando scoprii «Totem», «Il Male» e «Cannibale», iniziavo a scoprire il fascino di fare un giornale, pari a quello di fare una band musicale. Coi miei amici fumetto-nerdz ne mettemmo in piedi uno, ma non ne uscì fuori un gran che. «Splatter» (ovvero la Acme) mi diede questa opportunità. Lavorare con i 100 migliori artisti d’Italia, emergenti e affermati, oggi tutti nell’Olimpo del fumetto italiano, capire come esce fuori un giornale stando seduti insieme agli altri a una scrivania, l’armonia creativa che abbraccia una squadra di amici davvero speciale, ognuno con storie folli alle proprie spalle. Da allora ad oggi, realizzare il nuovo «Splatter» guidato da me e Paolo Altibrandi (creatore del noto logo) è stata un’avventura eccezionale perché abbiamo ricreato quell’oasi fortunata di talenti, emergenti e affermati insieme per onorare la vecchia formula, per una rivista che oso dire bellissima anche se poco fortunata. Chiaramente, lavorare come piccoli editori con una media tiratura… siamo al limite dell’impossibile. E forse sono troppo vecchio per prendere a testate l’ottusità dei negozianti. Anche in questo caso, l’affetto dei lettori è stato cruciale per questa brevissima rinascita. Ci siamo fatti in quattro, tutti, per dare il meglio al fumetto più atteso da 24 anni in qua.

3) Ora due chiacchiere sul tuo recente lavoro, “Debbi [la strana] e le avventure bipolari del coniglietto Ribes”. Dal concepimento al parto, passando per la rottura delle acque.

Ho concepito Debbi nel 2012 semplicemente prendendo in braccio un coniglio, in una sera di primavera. Lo so, farà sorridere molti, soprattutto alcuni degli editor più cazzuti del pianeta (e di Kepler-452b) e anche dell’antimateria, ma è così. Assaporando la fragilità, la dolcezza e la mansuetudine del piccolo mammifero, ho avuto immediatamente l’intuizione di un personaggio femminile che vivesse emozioni umane a contatto del suo coniglio e divenisse un assassino spietato ogni volta che se ne fosse separata. Quell’idea volli usarla per realizzare un romanzo noir psicologico, una versione carrolliana di Jekyll e Hyde con importanti passaggi di violenza e psichedelia. Debbi si sposta in un mondo metapsicofisico durante i rapporti sessuali con i clienti, e questo mi ha suggerito l’idea acrobatica di un’odissea su piani paralleli: lei è priva di anima (ma comunque in piena) nella realtà, ed è (sempre più) piena di anima nel mondo spirituale. Scrissi alcuni capitoli ma mi stancai subito, anche perché stressante era già solo il pensiero di ordire un tracciato storico del genere su banda larga, ovvero su romanzo medio lungo ma pulito dai miei eccessi sovrannaturali e cercare un strada nel mainstream.
Stefano Fantelli, due anni dopo, vuole Debbi per inaugurare la sua collana Incubazioni per la casa editrice Cut Up, affidandomi anche la cura del progetto grafico. Ma naturalmente, come nelle migliori occasioni, sarebbe stato opportuno lanciare il libro per Lucca Comics, ovvero di lì a pochi mesi. Non ho voluto perdere la sfida e l’appuntamento e così ho ripreso in mano la storia, l’ho aggiornata e quindi sviluppata a tempo record. Stefano voleva una storia forte, con la musica nel cuore, sesso, violenza e horror. E così è stato. Debbi ne aveva le premesse, le ho sfruttate tutte, tornando agli specialismi body-horror deliranti a me cari sin da Madre Mostro. La necessità di trasformare Debbi progressivamente da un capo all’altro del libro, in positivo nell’ancestrale e distruggendola fisicamente nel reale, ha evocato la partecipazione spontanea di altri personaggi che l’hanno aiutata nel processo. Un lavoro arduo da affrontare in poco tempo senza incappare nelle incongruenze. Alla fine, ero davvero stremato. A conti fatti, se ripenso allo sforzo dopo la rottura delle acque, ho la certezza, grazie al parere entusiastico dei lettori, nel partorire questo romanzo hardcore/splatterpunk di formazione, di non aver lasciato nulla di inespresso, col sapore di una performance cine-teatrale mozzafiato. Si inizia e non ci si ferma per tutta la durata dello show.

4) Com’è stato accolto dal pubblico?11992186_751864751626548_1809428865_n

Benissimo. Nonostante le sequenze pedopornografiche e di sadismo in cui ho voluto dipingere con accuratezza espressioni pirotecniche di crudeltà umana, i lettori vecchi e nuovi (anche profani dell’horror) hanno amato Debbi e si sono lasciati assorbire dalle sue gesta disperate e nella metafora sull’amore e sul mondo ideale. Pertanto, deduco che sia ad oggi la mia opera somma, nel senso che la sua efficacia non ha lasciato esclusi, e tutti i lettori hanno affrontato con passione (la stessa che ho provato io nell’orchestrare e vomitare la storia) il cambio ripetuto di scenari, le sincopi narrative, il racconto in prima persona, le correlazioni tra reale, psiche e manifestazione pura del sovrannaturale in una sorta di improvvisazione compositiva. L’ordine dei capitoli non è stato concepito così come si legge nel libro, ma fino all’ultimo ho giocato a scacchi con le sequenze, modificando e perfezionando continuamente le connessioni da cima a fondo. In un solo mese e mezzo, è un lavoro da pazzi. Non lo dico per vanità, anche perché non ero affatto sicuro di quel che avevo fatto e pensavo addirittura che il grosso fosse noioso.
Il magnifico risultato che raccolgo dai lettori è: urgenza di leggere il seguito, anche grazie ai punti lasciati in sospeso, nella migliore tradizione horror.

5) Ci fai una panoramica degli altri tuoi scritti?

Prigioniero del buio e Il dipinto ucciso uscirono per Granata Press (1992, 1993) sono due romanzi di piccola e media stazza che seguirono a ruota Madre Mostro (Acme, 1991), il mio secondo titolo di racconti, riconosciuto unanimemente il primo horror italiano. In questi tre titoli, protagonista assoluta è la metamorfosi, la trasformazione della carne, in onore del body horror di Cronenberg e Barker (miei pilastri assoluti, accanto ai tecnopapi Poe, HPL, Maupassant. Bierce l’ho scoperto anni dopo). Prigioniero racconta di un uomo nero che assale un’isola per divorare bambini dopo che un antropologo si reca in Africa e profana un rito sanguinario. Un po’ come accade nel film Relic (di cui non ho letto il romanzo), ma non ci posso fare nulla se il film aderisce al mio libro [dopo che un amico lo aveva fatto leggere a un produttore americano (che non lo volle perché il finale non era hollywoodiano) – questo, per chiarire con uno dei più grandi influencer- autor della storia della stampa italiana che mi ha pubblicamente preso per il culo sul fatto. Ma chi se ne fotte, chiusa parentesi]. Il dipinto parla di un pittore visionario che produce quadri viventi di inquietanti ritratti. Che hanno da strillare i maiali? (Ded’A, 2009) è una raccolta di racconti che immagino come il controcanto di Primi delitti, con storie di abusi sessuali sui minori tratte dalla cronaca nera italiana. Vloody Mary (Coniglio editore, 2011) è il romanzo di una vampira deejay, un’invasione di zombi e licantropi a Roma. Chiruphènia (Universitalia, 2013) è un romanzo scritto nel 1997 su un chirurgo spirituale che entra nei corpi delle sue vittime. Nel mezzo, una genìa di racconti e sceneggiature per fumetti sparsi per Urania, Addictions, Castelvecchi, Coniglio Editore, Rizzoli, Radio Rai, Bietti, «Cattivik» e «Heavy Metal», Clair de Lune, Aurea, Beccogiallo, 001, NPE. Ho pubblicato racconti in inglese su Dark Gates (Kipple, 2014, in tandem con Alessandro Manzetti), e My Early Crimes (Primi delitti, Raven’s Head Press) uscito recentemente come debutto cartaceo negli Stati Uniti. Praticamente il mio fulcro narrativo è sempre lo stesso: legami di sangue, trasformazione corporea. Da Vloody Mary in qua, riesco a inserire più ironia e calare i personaggi, umani e non, nella realtà metropolitana in cui tutti possiamo identificarci con maggior semplicità.

6) Sei anche il batterista degli LSD – Latte e i Suoi Derivati, gruppo rock demenziale (passami il termine). Ora, sorvolando sul fatto che qualche millennio fa io e i miei amici sgommavamo su una Uno rossa per la periferia romana con “Otto il Passerotto” a tutto volume nello stereo, ci parli di questa tua esperienza?

Con LSD abbiamo vissuto un periodo intensissimo di attività concertistica, televisiva e radiofonica. Quando la leggenda del rock ti entra nella vita. Ho iniziato a suonare la batteria nel 1976, a dieci anni, furiosamente innamorato dei Deep Purple, dei Genesis e dei Led Zeppelin – inutile dire perché. Gli LSD nascono praticamente nel covo della Acme, e la forza di autori di fumetti viene spostata nella musica e nel palco. Le canzoni sono tutte farina del fulmicotonico duo Lillo & Greg, ovvero i frontmen, io mi occupavo di coordinare la band e il mondo esterno (produttore, gestori locali ed eventi) e trascrivere in una sorta di diario (ancora inedito) tutto quel che succedeva di giorno in giorno, comprese le improvvisazioni, le idee, le variazioni geniali che volavano da una sera all’altra dalla fucina mentale dei nostri due cantanti-autori-attori-disegnatori motivo per cui il pubblico tornava ogni sera per non perdersi ogni minima variazioni delle loro gag cantate, gestuali e recitate. Altrove, ho parlato della mia figura come leader, oltreché batterista, ma solo per semplificare il concetto di coordinamento gestionale della band, ma va detto che non c’è mai stato un leader, ma solo un lavoro di squadra che dava un suono al repertorio concepito dai due frontmen e songwriter Greg & Lillo. Il nome della band è stato concepito da Greg (al secolo Claudio Gregori), ma per tutti noi è stata un’idea geniale e vincente sin da subito. Abbiamo suonato 1700 concerti e partecipato alle più importanti trasmissioni radio tv d’Italia. Dimentico sempre di dirlo, la BBC fece un sunto della musica demenziale italiana, nel 1996, accorpandoci agli Skiantos e Elio & Le storie tese. La BBC. Siamo una band di musica comica, ironica, surreale, che non ha mai corteggiato il trash, la volgarità grazie all’amore di Greg e Lillo per il cartoon, per la comicità italiana e americana anni Sessanta, nonché la commedia ebraica. A livello di testi e musica non ho mai composto nulla, ma solo dato il mio senso punk a livello di batterismo e presenza scenica (dove serviva), e dato qualche input folle per dare a un paio di canzoni quel senso di scheggia impazzita zappiana (assolo di batteria nella canzone melodica Me so’ ‘ngrifato). A stringere, con gli LSD ho fatto tutto quel che desideravo con la musica: suonare coi miei amici, condividere esperienze indimenticabili e calcare i luoghi-culto (perlomeno per me) della musica (Sanremo, Primomaggio, Costanzo Show e tanto altro) tra il 1991 e il 1998, per arrivare ad oggi con un numero di date di cui ormai ho perso il conto. Che dire? Il successo con la musica è una magia potentissima che non può essere eguagliata ad altre esperienze artistiche. Tirando le somme, io l’ho vissuta in pieno sotto tutti gli aspetti.

7) Sembra quasi tu abbia due personalità: una comica e l’altra decisamente horror. Questo va a demolire (e sarebbe ora) l’opinione di massa che chiunque scriva, legga o guardi film dell’orrore sia un potenziale assassino (o quantomeno un depresso asociale). Ti è mai capitato di imbatterti in opinioni del genere?

La mia verve comica o dissacrante non proviene, come molti pensano, dalla mia es  perienza con LSD, ma da tutto quel fumetto adulto che ho letto in infanzia e adolescenza. «Alan Ford», «Totem», «Il Male», «Cannibale» «Frigidaire», «Metal Hurlant» senza dimenticare Mortadelo e Filemone di Francisco Ibañez, Cattivik, Nick Carter. Cocco Bill, Jak Mandolino, Pippo, Pertica e Palla, Zorry Kid, Zagar di Jacovitti e anche i suoi Diario Vitt che allietavano le mie insofferenze scolastiche. Mi piace giocare con le parole, mi piace sparare cattiverie trash hardcore, o cazzate non sense, mi piace far ridere, adoro i calembour e gli eccessi concettuali con cui intrattengo la platea di Facebook. Per quanto riguarda il mio lato oscuro, nella vita, detesto ogni minima forma di violenza psicofisica, aborro il notiziario televisivo sulla cronaca nera, odio lo spamming delle immagini e filmati cruenti per “sensibilizzare” e, sì, solo pochissimi accettano il fatto che scrivere storie porno o horror possa essere la dote naturale di una persona gentile e moderata come me, che sono per il pacifismo, che reputo le guerre come massima espressione dell’inettitudine umana, che ho repulsione per ogni apologia della sopraffazione, piccola, grande, fisica e mentale. Molto spesso, lo confermo, ho riscontrato nelle persone il sospetto (dichiarato) che io sia pazzo perché “immagino certe cose”. Perché immaginarle, significa “averle dentro la testa”. E se le hai dentro la testa, non sei “normale”. È una vecchia storia, ma ho imparato a non farci caso. Certo è che, se volessi davvero sfondare, ovvero farmi accettare come autore horror, mi dovrei comportare horror: vivere in solitaria, farmi vedere on line con stormi di pallide donne insanguinate ai piedi del mio trono satanico, organizzare eventi druidici nei recessi della magica via Appia Antica, sgozzare galline nere di mercoledì, scrivere tra candele, teschi, ragnatele e topi, succhiare assorbenti mestruati nelle notti di plenilunio e tutte ‘ste minchiate-cliché che identificano l’autore horror “altrimenti non non si spiega la pacatezza ordinaria”. Penso che per scrivere un horror che funzioni, sia necessario saper gestire lo humour (ed essere appassionati di psicologia, medicina, antropologia). L’imprescindibile scuola americana dei ’60, tra «Creepy» e dintorni, ha gettato le basi. Proprio per questo, credo di aver assimilato – e non smetterò mai di esplorarlo da lettore – l’umorismo. Da Paperino a Mafalda, da Mordillo a Mattioli (Joe Galaxy, Pinky), ma anche la black comedy di Torpedo, senza dimenticare l’insuperabile Snoopy o il Braccio di Ferro di Bud Sagendorf. Nel mio tempio personale, anche se non ho visto tutte le sue pellicole, di cui nomino soltanto Harry a pezzi, domina il genio di Woody Allen, la mia montagna incantata. Altra cosa che lascia sgomenti invece gli appassionati più radicali, ma anche i colleghi che stimo, è il fatto che io non legga quasi in assoluto romanzi horror. Me ne sono cibato fino a che ho iniziato a pubblicare. Non ne sento il desiderio, e l’unica cosa che mi fa paura dei libri horror è il cliché. Mi bastano i film. Pertanto, prediligo i saggi sul cinema, sul rock, medicina, psicologia criminale. Amo i libri di Oliver Sacks e, per la narrativa, Maxence Fermine, Buzzati.

8) In che stato versa secondo te la narrativa horror in Italia?

A livello di mainstream, siamo allo zero puro. Se per horror intendiamo sovrannaturale. L’ultimo libro di creature e cose nere che ho letto è Cari Mostri di Stefano Benni (Feltrinelli), e so che l’autore sta cercando di esplorare il fantastico a modo suo attraverso, il grande marchio editoriale. Tutto il resto, è orientato al noir o estremo o erotico, quindi l’horror latita sulla grande distribuzione. Per ora, l’unica scintilla vitale è rappresentata da Cut Up e la nuovissima Independent Legions di Alessandro Manzetti. Tra autori italiani e stranieri, il meglio dell’horror, dello splatterpunk mondiale torna sulla nostra tavola dopo anni di disinteresse editoriale. Per il resto, l’horror avrebbe moltissimi lettori e ha anche tanti autori in gamba. Manca solo un canale istituzionale che porti ovunque la novella che i libri horror esistono e sono per tutti, appassionati e non. Nel mio piccolo, Debbi ha conquistato anche lettori che hanno sempre tenuto lontano l’horror. Basta solo parlarne e invitarli a provare.

9) Progetti per il futuro?

Una volta tanto, posso parlare di progetti futuri e già programmati. A ottobre 2015 pubblico Black & Why? (Cut Up), il mio artbook che raccoglie 30 anni di fumetti scritti e disegnati da me (praticamente mai visti), illustrazioni, sketch. Poi, sarò presente con miei racconti su ben 3 antologie di autori vari, in ebook e cartaceo, assieme a firme di alto calibro come Peter Straub, Richard Laymon e Poppy Z Brite, Battiago, Fantelli, Lombardi, tra novembre e dicembre 2015 per Cut Up, Kipple e Independent Legions. A febbraio pubblico per NPE la raccolta su carta Nero Metafisico, un greatest hits dei miei racconti usciti tra il 1989 e il 1991. In primavera esco con un’antologia destinata agli Stati Uniti, The Monster, The Bad, The Ugly, edizione cartacea Kipple, una mega antologia di racconti horror miei e di Alessandro Manzetti, dal Far West al contemporaneo, che presenteremo in anteprima allo StokerCon di Las Vegas a maggio, nel cuore dell’horror biz mondiale, insieme a un Cd di musiche. Più o meno simultaneamente, pubblicherò in fumetteria il mio primo Graphic Novel, scritto e disegnato per Cut Up. Ancora, per lo stesso editore e probabilmente dopo l’estate, finalmente Debbi torna, col secondo volume della trilogia.

10) E un saluto alla Community È Scrivere?

Ringrazio con tutto il mio cuore sanguinante e ossequio la community. Spero perdonerete l’uso ironico delle virgolette nonché di avere altre occasioni con voi per una sana chiacchierata. Nel bene e nel male, ovvio! Lovyu. PDO.

E noi ringraziamo di cuore Paolo Di Orazio per aver risposto così approfonditamente a tutte le nostre domande!

L’intervista che avete letto è opera di Roberto.

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