Il bacio più bello – Racconto vincitore a pari merito del Lab. di luglio 2015

«Ti stai consumando gli occhi a furia di guardarla! Faccio il conto a quei tedeschi e poi te ne dico una.»
John mi lascia da solo al tavolino e mi rendo conto che sì, forse sto fissando la ragazza con troppa insistenza. Sposto un po’ la sedia per ripararmi dal sole dell’una e rivolgo il mio sguardo a quello che è rimasto dello spiedino di pesce nel piatto. Un totano e un gamberetto si abbracciano, impanati, infilzati e arancioni.
Che cazzo di nome è “John” per un barista di Ravenna pallido e con due lenti che sembrano bicchierini da amaro appiccicati sulle pupille?
Stacco il gambero dal suo abbraccio all’olio d’oliva e lo mangio in un boccone. Torno a guardare la ragazza.
Ha capelli neri e ancora umidi dall’ultimo bagno in mare che le scendono disordinati sulle spalle dopo aver litigato con un fermaglio di legno. La pelle è abbronzata, ma non troppo; non abbastanza da far pensare a cicli infiniti di lampade, quanto piuttosto a una sana esposizione. Un vestitino bianco si adagia con grazia al suo corpo, appoggiandosi solo su fianchi e seno. C’è qualche fiore che corre tutto intorno.
Provo a immaginare il suo odore e mi viene in mente tutto quello che un uomo può desiderare, ora. Penso a un tramonto al porto, abbracciati, e le onde e il vento come sola compagnia. Penso alla salsedine sulle sue labbra, alle spalline del suo costume, a quando lo strizzerà nel lavandino, in un stanza dell’albergo. Penso a come deve essere bello sentirla ridere, o vederla camminare sul bagnasciuga così com’è ora, scalza.
La cameriera, Alessia (almeno lei non ha un nome da cowboy), si ferma davanti a me e copre la visuale.
«Vuoi ancora un po’ di Trebbiano?»
«Oh, ma che gentile che sei, Ale. Vuota, vuota!» il bicchiere torna a farsi giallo paglierino, e il mio stomaco ringrazia.
John arriva tutto sudato. «Allora, bello! Ho capito che sei uno strano. I tuoi amici vanno in spiaggia e tu rimani qui a bere aperitivi e fumarti una paglia dietro l’altra. Loro vanno in discoteca e tu fai il giro di tutti i bar del lungomare, da solo, ah! Comunque, la ragazza mora…»
«John, io in vacanza voglio stare tranquillo. Sto bene così, sai, ma dimmi…»
«Io per queste cose ho fiuto. Sono tre anni che viene qui in albergo. Il primo anno è venuta con una sua amica ed erano tutte pudiche, ooohhh, come erano schizzinose. Volevo anche chiederle se veniva con me in barca, ti ho mai detto che ho tutte le licenze, io? Beh, alla fine non s’è fatto niente. L’anno scorso è venuta con un macho, uno di quei palloni gonfiati che non riescono neanche a chiudere un ombrellone da soli.»
«Allora è impegnata?» Addento il totano e mi godo la sua gommosità fra denti e palato.
«Fermati! Lui un macho, lei appena appena smaliziata. Ha iniziato a truccarsi qui, lo giuro. Posso?» John versa metà del mio bicchiere nel suo.
«Ma, e qui viene il bello, quest’anno è sola, e ha quella luce negli occhi…» mi guarda come se avessi capito, ma nel cervello mi sembra di avere un acquario.
«La vedi? È la luce che hanno le donne quando vogliono scopare! Sapessi quante ne ho ripassate io, con quella luce. Si è schiusa, la moretta! Ah, c’ha messo un po’, ma ora ha capito come si gestiscono i rapporti fra uomo e donna. Va beh, ha messo su qualche chilo, ma in fondo a noi non interessa, vero?» mi fa l’occhiolino. Alessia sta sparecchiando il tavolo a fianco e guarda John scuotendo la testa.
Mi accendo una sigaretta.
«Ecco, vedi? Passi il tempo a fumare e non mi ascolti. Quelle ti uccideranno! Io ho smesso da più di dieci anni e fidati, ne guadagna anche l’uccello, oltre alla salute.»
Lo chiamano alla cassa, scola il bicchiere e si alza battendomi sulla spalla. «Stanza 104, primo piano, se la vuoi andare a trovare…» dice, avviandosi affannato verso il bancone.
Soffio il fumo e guardo un po’ la moretta e un po’ il bazar del filippino dall’altra parte della strada. Ha un banchetto pieno di elicotteri e pistole giocattolo; appese ci sono borse e borsette e, nel resto del negozio, ogni genere di ammennicolo che si possa desiderare sotto i quindici euro.
Lei guarda l’orologio. Se voglio andare a dirle qualcosa, qualsiasi cosa, devo farlo in fretta. Cosa ho da perdere? Al massimo vado ad accrescere di una unità la sfilza di “no” che ho collezionato. Non pretendo che abbia la luce negli occhi, ma almeno so che non è impegnata.
Ha accavallato le gambe e dondola un piede. La cavigliera sottile, con piccoli brillanti verdi e azzurri, mi ipnotizza.
Spengo la sigaretta, finisco il vino e mi alzo. Inizio a ripassare tutto il repertorio di frasi stupide per approcciare, faccio un passo nella sua direzione e il cuore inizia a salire in gola. Cerco John ma non lo vedo, vorrei uno sguardo di incoraggiamento, almeno. Forse ha ragione, se la ragazza è veramente in cerca di avventura, potrebbe essere una di quelle occasioni che, ai ragazzi come me, capita una volta in due vite. Mi sistemo la camicia e mi incammino deciso. Quando sono a meno di tre metri, la ragazza sfodera un sorriso bianchissimo, ma non nella mia direzione. Alla mia destra spunta un uomo muscoloso che spinge una carrozzina tutta lenzuola azzurre. Rimango immobile. Lei si alza, fa tre passettini di corsa e salta al collo del macho. Si danno il bacio più bello e appassionato che io abbia mai visto, sono perfetti. Dopo si chinano sul contenuto della carrozzina.
Mi gira la testa. Per dissimulare cerco il bagno, e mi infilo nel corridoio dietro al bancone. Passo nel piccolo cortile interno e vedo John, all’angolo opposto dei gabinetti. Sta tirando da una sigaretta come un forsennato. Anche lui ha la faccia soddisfatta del macho, pure se le sue labbra stanno baciando un filtro puzzolente.
Non mi faccio vedere ed esco. Attraverso la strada e mi ficco nel bazar del filippino. In tasca devo avere più di quindici euro. Magari una custodia per il telefono, o una pistola.

Il racconto che avete letto è opera di Jonfen ed è risultato il vincitore a pari merito del Lab di luglio 2015.

La traccia del Lab era stata scelta da Bee (vincitrice dello scorso Lab) ed era la seguente:
Era necessario utilizzare per il testo un narratore inaffidabile.
Bisognava, quindi, far parlare qualcuno che non riportasse i fatti esattamente come erano/avvenivano, ma che li riportasse filtrati e/o distorti.

I racconti dovevano essere lunghi al massimo 8000 caratteri spazi inclusi (con un margine di tolleranza di 200).

Pensi di riuscire a fare meglio?

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Tutti i racconti di È scrivere – Community per scrittori vengono editati prima di essere inseriti sul blog.
Link all’editing:
Editing

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