Essere un editor, il mio punto di vista

Libri, carta e penne

Dopo quasi un anno che svolgo “ufficialmente” questo lavoro, ho sentito il bisogno di scrivere questo piccolo articolo per tirare le somme.
Se dovessi limitarmi al lato economico e al tempo impiegato per ogni editing/valutazione, direi di certo che il gioco non vale la candela, che è un lavoro sottopagato, che spesso è anche un lavoro infame, da fare “con le pinze” per non minare la suscettibilità degli autori (almeno, stando alle mie personali esperienze).
Ma io non voglio fare un bilancio economico perché, parliamoci chiaro, non è per i soldi che lo faccio. Lo faccio perché amo le storie, tutte le storie. Quando si svolge questo mestiere ti passano fra le mani centinaia, migliaia di libri. Ogni giorno ne arrivano di nuovi e tu devi leggerli, smistarli, valutare quali siano quelli pubblicabili, quali potrebbero risultare interessanti. Ed è così che nella testa di un editor le trame si accavallano, si mischiano, si amalgamano. E capita di ricordare a memoria una frase di King, così come di rammentare quella di un autore sconosciuto che magari non verrà mai pubblicato. Si diventa dei custodi di storie e anche un po’ di desideri. Leggendo le varie lettere di presentazione degli autori, si crea un filo invisibile con loro di cui solo tu sei a conoscenza, e finisci per emozionarti, per condividerne le paure, le ansie, i progetti.
È un mondo fatto di avventure, reali, immaginarie, pubblicate, nel cassetto. È come vivere dei sogni della gente. Alcuni di questi sogni li prendi per mano, li accompagni lungo il viaggio che porta alla pubblicazione, vedi crescere personaggi inventati da altri un po’ come se fossero anche i tuoi. Adotti quei personaggi, in un certo senso. Altri sogni, invece, li chiudi in un cassetto, non li accompagni verso il traguardo, ma restano lì e a volte si riaffacciano alla memoria e non puoi che salutarli come vecchi amici.
Ed è vero, non leggi solo libri belli. Anzi, la maggior parte dei manoscritti che giungono in redazione sono mediocri, o scritti male. Leggi tanti libri brutti e qualcuno stupendo, ma le storie hanno tutte un loro fascino. Persino nel libro più noioso e peggio scritto può capitare quella frase che è un piccolo colpo di genio e che resta ancorata nella memoria, ed entra così a far parte del tuo bagaglio, insieme a quelle di Fitzgerald o di Arthur Conan Doyle.
Quindi, tirando le somme, dico a chi come me vuole svolgere questo mestiere un domani che sì, è un mestiere infame; che sì, quando si edita bisogna leggere decine di volte lo stesso testo, quasi impararlo a memoria e intervenire finché c’è anche solo una parola o una virgola da migliorare; che sì, a volte finirete a notte tarda o inizierete la mattina presto; che sì, vi ritroverete con un gran mal di testa a fine giornata… Ma che, se si amano le storie, si tratta del mestiere più gratificante al mondo. Vivere immersi in un continuo flusso di vite che scorrono davanti ai tuoi occhi, accompagnare per mano i personaggi, vederli poi spiccare il volo, vederli recensiti, amati, apprezzati magari grazie ai consigli che avete dato voi agli autori… È come vivere perennemente in un sogno.

L’articolo che avete letto è opera di Luna.

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