Urban Fantasy Heroes Stagione 2: Eroe in prova, di Valeria Barbera – Anteprima

Siamo lieti di presentarvi una ghiotta novità editoriale dalla penna della nostra Creep-giurata (unica donna fra gli uomini) Valeria Barbera. Noi l’avevamo già intervistata QUI. In passato l’abbiamo conosciuta e amata per i suoi racconti, ma ora Valeria ci sorprende con un romanzo tutto suo. Noi non vediamo l’ora di leggerlo e recensirlo per voi. Nell’attesa, vi lasciamo all’anteprima.

 

Cover Urban Fantasy Heroes 2 - 1 BASSA

Urban Fantasy Heroes Stagione 2: Eroe in prova

 

Come puoi salvare la donna che ami, se pensi di essere un fallito?

Torna la serie Urban Fantasy Heroes, con una seconda stagione che approfondirà i temi della prima e rilancerà la sua mitologia.

Al conflitto tra le due fazioni della Pandora si aggiungeranno nuovi contendenti, nuovi eroi e criminali. Torneranno anche personaggi amati e meno amati, per un arco narrativo che si preannuncia ancora più scoppiettante.

A cimentarsi con la saga ideata da Emanuele Manco stavolta è Valeria Barbera, con il romanzo Eroe in prova, ambientato a Napoli.

La città partenopea entra nella serie con le sue leggende e la sede locale della Pandora, divenendo presto sfondo di un’avventura mozzafiato. Alcune domande aperte nella prima stagione troveranno risposta, mentre chi non conosce Urban Fantasy Heroes apprenderà insieme al protagonista ciò che serve per familiarizzare con la saga.

 

Titolo: Eroe in prova: Urban Fantasy Heroes, stagione 2, episodio 1

Autore: Valeria Barbera

Editore: Delos Digital

Genere: fantasy contemporaneo /science fantasy

Pagine: 127 (stima)

Prezzo: 3.99€ (ebook)

Trama (dal sito dell’editore):

Napoli: Gianluca, giovane informatico sfiancato dalla vita, fallisce il colloquio con la Pandora. Mesi dopo ha ancora il morale a terra e la sua ragazza decide di piantarlo. La sorte cambia quando una bella straniera, vestita solo di un serpente, gli propone l’assunzione presso una nuova azienda.

La mattina seguente, Gianluca si accorge di avere sviluppato un potere strabiliante, una facoltà latente di cui era ignaro. Ma esercitare la magia senza la guida di un mentore si rivela una strada irta di pericoli, per sé e per chi gli sta accanto. Quando gli eventi precipitano, si ritrova imprigionato in un luogo orribile, in preda alla disperazione. Come in un sadico videogioco, lo attendono prove a difficoltà crescente, mentre un infernale conto alla rovescia preannuncia la fine. Quali terrificanti segreti custodisce la Pandora? E quale ruolo occupa lui stesso in quel magico universo?

 

Continuate a leggere per una piccola anteprima direttamente dal romanzo:

 

Prologo

Era a un passo da me. Stese un braccio sfiorando con le dita un brandello di camicia.

– Vattene! – urlai.

Gli sparai un calcio sul torace, ma lui mi abbrancò la caviglia e la tirò a sé. Sentii il terreno scivolare sotto la schiena strappando altri pezzi di stoffa misti a pelle, mentre un ghigno deforme faceva capolino nell’inquadratura.

Il colosso alzò il pugno mostrando il coltellaccio, e nella grossa lama rettangolare vidi allungarsi il riflesso spettrale della finestra magica.

Avvinghiai le mani al terreno, le dita sbucciate e sanguinanti alla ricerca di un’arma. Afferrai una pietra massiccia intrufolatasi sotto il palmo, e con un colpo di spalla la abbattei sul coltello.

La lama saltò via. Atterrò metri lontano, troppo lontano perché il bestione potesse raccoglierla.

Nel pugno gli rimase solo il manico di legno.

– Pagherai anche questo! – tuonò scagliandomelo in faccia.

Schivai il colpo per un pelo. Sferrai al bufalo altri calci con la gamba libera, ma lui li evitava eseguendo scarti laterali.

Riuscì a bloccarmi il piede, si accovacciò sul mio addome e mi serrò il polso. Lo torse con una tale violenza da gettarmi in un abisso di dolore. Sentii l’osso scrocchiare come un pacchetto di patatine e la mia mano aprirsi ad artiglio.

La pietra con cui avevo spaccato il coltello del terminator cadde a terra con un tonfo sordo.

1. Una catena di fallimenti

Trentasei ore prima

Quello stronzo di Garibaldi mi lanciava uno sguardo insolito: non la tipica occhiataccia da statua che ti squadra dall’alto in basso, no; sembrava implorarmi di sradicarlo dal piedistallo e portarlo in macchina con me, lontano dal chiasso dell’ingorgo che incasinava la piazza.

– In bocca a ssoreta – sibilai fra i denti, mentre spegnevo la cicca e tiravo fuori il cellulare.

Solo adesso capisco quanto la scultura stesse soffrendo, e comunque non avrei potuto farci un tubo: le vetture addossate le une alle altre intasavano ogni buco del culo, in uno strombazzare insistente che rompeva i timpani e pure il cazzo. Pareva di essere nella pancia di un enorme serpente di metallo aggrovigliato su se stesso e intento a urlare per il peso di barche e bagagli appollaiati sul dorso, un puzzle di tettucci verdi, bianchi e rossi che ai miei occhi seccati dal caldo parevano basilico, mozzarella e pomodoro, e con i quali il mio catorcio blu c’entrava quanto un puffo con una Margherita.

Napoli era una sauna a cielo aperto. Il sole di luglio rovesciava secchi di sudore addosso alla gente, spingendola a fuggire dalla città.

Io invece ero incatenato a quella merda di posto, come Garibaldi, gli anziani e i pezzenti. Tenevo i finestrini chiusi e il condizionatore a palla, però fumavo di rabbia mentre per l’ennesima volta scorrevo col pollice l’email sullo smartphone: quella che avevo ricevuto mesi prima e che da allora rileggevo in ogni momento di pausa.

Oggetto: Selezione per nostra filiale di Napoli

Gentile Signor Fiorillo,

sono spiacente di comunicarLe che il colloquio da Lei sostenuto presso i nostri uffici in data 29 aprile u. s. ha avuto esito negativo.

Nel ringraziarLa dell’interesse dimostrato nei confronti della nostra Società, Le auguriamo migliore fortuna altrove.

Cordiali saluti.

Angelo Luce

Human Resources Department

Pandora Software Solutions

Via G. Porzio, 4

Centro Direzionale Napoli – Isola D1

>80143 – Napoli”

“Migliore fortuna altrove”. Grazie, ma dove? Se prima della crisi le probabilità di rimediare uno stipendio decente si contavano sulle dita di una mano, adesso erano crollate a zero.

Le aziende a cui avevo spedito il curriculum non mi avevano mai calcolato.

Già. A nessuno interessava un ventitreenne con la maturità presa per opera e virtù dello Spirito Santo.

Tranne che a quelli della Pandora. O almeno così era sembrato.

Mi avevano contattato dopo essersi imbattuti nel mio profilo su Linkedin: una bio essenziale, l’elenco dei lavori svolti e la mia faccia da procione zombie, con la barba di tre giorni, due occhiaie nere come le notti passate a sbattere la testa sul PC e un paio di lenti modello Clark Kent abbarbicate su un naso troppo schiacciato.

Una roba pietosa, però a sentire loro ero il candidato ideale per un importante progetto.

Fottutissimi stronzi.

Urla sguaiate mi strapparono dai ricordi. Frenai di colpo e lo schienale mi spinse in avanti.

Addò tien’a capa, guagliò! – raspò una voce oltre il parabrezza.

Il traffico si era sbrogliato e soprappensiero avevo quasi investito un vecchio, pallido e raggrinzito come una camicia stropicciata sotto i piedi.

– Figlio di una cagna – gli lessi sulle labbra mentre si levava dalle palle camminando a passettini.

Mi si stampò in volto una smorfia amara. Per quanto ne sapevo, aveva indovinato. Quella puttana di mia madre era scappata con un amico di papà quando ero alle elementari, punto, e se non fosse stato per dei “Ti voglio bene” sussurrati in rare telefonate partite da chissà dove, avrei scordato la sua voce da un pezzo.

Cazzo, ero troppo piccolo per digerire le stronzate degli adulti. A ventitré anni avevo stralciato dal mio vocabolario le parole “mamma” e “famiglia”, anche se di tanto in tanto fantasticavo su come sarebbe andata la mia vita se avessi avuto entrambe: forse non sarei diventato un fallito.

E forse non avrei mai spammato su Internet annunci ridicoli come questo:

“Vuoi un sito web professionale a prezzi VANTAGGIOSI? Chiama Gianluca Fiorillo al 333…” eccetera eccetera.

WordPress, Blogger, Drupal, Joomla: non c’era piattaforma che non avesse segreti per me. Tutto imparato da autodidatta. Peccato che i clienti fossero una manica di schizzati.

Voglio un blog; no, voglio un sito portfolio; no, facciamo un portale per l’e-commerce; no, aspetti, non mi serve più: mio figlio mi ha aperto il sito su Fessbuc, guardi quant’è bello.”

Confondere una pagina Facebook con un sito web ottimizzato per Google. Perfino il ciuccio del Napoli avrebbe capito la differenza. Ma in quanto a spilorceria non li batteva nessuno.

La Pandora, invece, puzzava di soldi, a cominciare dal vestito a giacca dell’esaminatore, un tizio dagli occhi bovini e un ciuffo di peli sul mento, ramati come le due parentesi di ciocche ondulate che racchiudevano la fronte.

Benché fossi arrivato in ritardo all’appuntamento, mi aveva accolto con una pacca sulla spalla e una energica stretta di mano, neanche avesse incontrato un parente.

Io somigliavo a uno straccio bagnato, gocciolavo litri di sudore. Avevo vagato parecchio prima di individuare l’isola D1, un edificio basso e scuro acquattato fra la banca e la trattoria. Spiccava come il carbone nella spazzatura, la piantina del Centro Direzionale non lo menzionava e nessuno dei passanti era stato capace di indicarmelo.

Ma la parte visibile era solo la punta dell’iceberg: il grosso affondava nel sottosuolo, come una torre capovolta. L’ascensore non ci arrivava, così ero dovuto scendere al parcheggio sotterraneo e proseguire lungo una scaletta che sembrava tuffarsi in un buco nero.

Il labirinto di corridoi apriva su stanze separate, ognuna riservata a un progetto. Niente porte né finestre, solo led giallognoli e facce da nerd con le cuffie nelle orecchie che smanettavano come scimmiette in maniche di camicia battendo i piedi a ritmo.

– Ascoltano musica? – avevo domandato all’esaminatore mentre passavamo davanti.

Lui si era voltato con un sorriso sotto i baffi.

– La assemblano. Un progetto multimediale. Un po’ ripetitivo. Anche lento, purtroppo. Ma magari ne riparleremo. Se ci confermerà le aspettative, diventerà il loro supervisore.

– Fico – mi ero detto con l’acquolina in bocca.

Chi se ne fregava se quel posto aveva l’aspetto di un bunker e sapeva di uova marce. Mi sarei venduto l’anima al diavolo, pur di entrare nella squadra.

Il colloquio tecnico era filato liscio, banali domande su Javascript e PHP, finché l’uomo non mi aveva interrotto.

– Facciamo così: mi convinca ad assumerla a parole sue. Di più: mi seduca.

– Io? Sedurre lei?

– Su, avanti. Ci provi.

Preso in contropiede, e col dubbio serpeggiante che il tizio fosse un pochino gay, avevo imbastito un discorso ruffiano su quanto ambissi a lavorare per un’azienda leader del settore – lo erano sempre tutte – per giunta nota da tempo immemorabile – chi la conosceva? – alla quale di rimando offrivo le mie competenze con la devozione di un lecchino, ma, mentre parlavo, l’esaminatore si era sporto verso di me, gomiti sulla scrivania, e le sue pupille si erano messe a navigare nei miei occhi in lungo e in largo, come a cercare un fossile sepolto nella sabbia. Anzi, come a togliermi i vestiti di dosso.

Mi ero sentito a disagio, così avevo distolto lo sguardo impigliandolo nel diagramma di flusso appeso sulla parete a lato: sconnesso e pieno di simboli inusuali, quasi geroglifici. Cosa cazzo c’entravano un gruppo di mouse intorno a una V capovolta, il gheriglio di una noce con sopra un martello, una pompa stilizzata e una bottiglia di spumante, tutti disposti in un ciclo che sfociava in un fungo, per esempio?

– Riconosce questo linguaggio? – mi aveva gelato l’esaminatore indicandomelo con un dito.

– Mmh… UML?

Alla mia risposta data a culo, si era accigliato, poi aveva tentennato il capo come ad annuire.

– Bene, è tutto.

Si era alzato abbottonandosi la giacca e mi aveva accompagnato all’uscita con un allarmante “Le faremo sapere”.

– Fanculo! – ringhiai sbattendo il palmo sul volante come facevo ormai da settimane.

Avevo buttato nel cesso l’occasione della vita e, invece di guarire la ferita, il tempo ci versava sopra alcol a novanta gradi.

Rimisi il cellulare nella tasca dei bermuda e riportai lo sguardo sulla strada finalmente sgombra.

***

Purtroppo la serata andò pure peggio. Titti mi fece aspettare all’Angolo del Paradiso per tre quarti d’ora, prima di raggiungermi al tavolo con un top striminzito e un broncio grosso quanto la pizzeria. Niente baci, solo un laconico “Ciao”. Immaginai che avesse le sue cose.

Dopo un po’ che i suoi sbuffi mi appannavano le lenti, sbottai un: – Ma insomma! Cos’hai stasera?

– Oh, finalmente sua maestà ha terminato di stilare l’elenco dei suoi problemi – replicò acida. – Niente, volevo presentarti il mio nuovo amico.

E srotolò la lingua a mo’ di boccaccia.

– Ti sei fatta il piercing? Ma ti ho detto che non mi piace.

– Embè? Tanto non ci avevi manco fatto caso. Mi sono slogata la mandibola a furia di aprire la bocca, ma tu avevi sempre il muso ficcato nel piatto, e questo la dice lunga su quanto tieni a me. Comunque ti ricordo che non sono una tua proprietà. Difatti, già che c’ero, mi sono fatta applicare un lucchetto qui – specificò sibillina puntando il dito sul suo grembo.

– Lì? Sull’ombelico?

– Più giù – canticchiò.

– No, non sulla farfallina.

– Invece sì. D’ora in poi, se vorrai entrare dovrai chiedermi il permesso.

– Senti, ho avuto una giornata pesante. Non mi va di discutere di queste stronzate. Domani ti accompagno dove te l’hanno messo e te lo fai togliere.

– Non se ne parla, Gianlu. Domani sarò occupata a tingermi i capelli.

– Perché? Biondi sono così belli.

– Vuoi mettere col fucsia?

– Che? E io cosa dovrei fare? Subire?

– Ah, sei bravo a fare la vittima. Guardiamoci in faccia: a te interessano esclusivamente i cazzi tuoi. Per la precisione, il tuo cazzo. Ti ricordi di me solo quando ti prudono le palle, ma per il resto mi consideri meno di un sex toy: vuoi decidere tu quante volte, quando devo godere, e vuoi scegliere le posizioni, i posti dove farlo, la mia lingerie… Be’ sai che ti dico? Comprati una bambola gonfiabile. Per il modo in cui tratti le ragazze, questo ti meriti.

– Ma dai, ti amo, quante volte devo ripeterlo?

– È questo il problema. Tu non mi ami. Mi comandi. Stasera, per esempio: ti costava tanto portarmi al concerto della Pausini?

– Urla troppo per le mie orecchie.

– Io però mi sono sorbita i grugniti di Vasco per anni, anche se le sue canzoni mi fanno vomitare.

– Va bene, magari la prossima volta.

– La prossima volta, la prossima volta. Dici sempre così. Sai che c’è? Niente prossime volte.

– Cosa stai cercando di dirmi, Titti?

– Che ti mollo.

– No, aspetta, fammi parlare.

– Hai parlato abbastanza, adesso è il mio turno: in due anni di fidanzamento non c’è stata una sola sera in cui non mi sia ritrovata ad ascoltare i tuoi mugugni. Se poco poco cercavo di spostare l’attenzione su di me, sbottavi, come hai fatto poco fa. La vita ti sfugge di mano e allora ti rifai sulla tua ragazza, questa è la verità. All’inizio ti ho assecondato perché ti amavo, mi dicevo che prima o poi ti saresti accorto che ho un cervello e un cuore anch’io, ma non è successo. Non mi hai mai chiesto com’era andata la giornata o quali fossero i miei sogni. Amare significa ascoltare l’altro. Io l’ho fatto. Invece tu sai solo lamentarti: delle aziende che ti scartano, dei clienti che non ti pagano, dei debiti che si accumulano, del conto sempre in rosso, dei… – Scosse la testa, poi mi fissò severa. – Non è colpa mia se fai un lavoro del cazzo, Gianlu.

– No, infatti, è solo colpa di mia madre – borbottai abbassando gli occhi, ma lei mi rubò la palla e se la portò per tutto il campo.

Eccerto, perché se quella zoccola non se ne fosse andata di casa, tuo padre non sarebbe diventato un morto in piedi, la banca non l’avrebbe licenziato e voi due non sareste finiti a vivere in un buco ai Quartieri Spagnoli, tu non saresti rimasto un tappo e i bulli di scuola non ti avrebbero mai spaccato la faccia, pensa. Magari avresti pure continuato gli studi e ora starei mandando a fanculo un premio Nobel per la fisica, come no. Lo vedi? Conosco la tiritera a memoria, ormai. Mi spiace, Gianlu, non sarò più la pattumiera dei tuoi casini esistenziali. Ho tante ferite anch’io, e le ho sempre dovute ricucire senza il tuo sostegno.

Un bip del suo cellulare interruppe lo sfogo.

– Mio fratello è qui fuori con la macchina – disse alzandosi. – Non ti scomodare a telefonarmi. È finita.

– Te ne vai così, senza darmi una possibilità?

– Posso darti solo questo – chiosò mesta.

Si sfilò dal collo la catenina che le avevo regalato a Natale, quella comprata sulla bancarella a Port’Alba, e me la buttò nel piatto, fra i resti della Quattro Stagioni.

– Ti auguro migliore fortuna con la prossima schiava – mormorò prima di voltare le spalle.

Migliore fortuna.

I miei occhi scattarono su di lei, ma la bocca non emise alcun suono, mentre i suoi lunghi riccioli biondi che si aprivano in due sul sedere svolazzavano oltre la porta del locale.

Raccolsi la catenina dal sugo e la strinsi nel pugno con rabbia, le nocche pallide come cera.

Quando mi portarono il conto, ero ancora freezato in quella posizione.

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