Credevo fossi forte – Racconto vincitore del Contest sull’elemento Acqua

Immagine di Marina Shemesh

“Su quelle ginuocchia! Unu, due. E unu, due. Dai!”
La fa facile lei, che i piedi li tiene appoggiati per terra. Son capace anch’io di tirare su le ginocchia se spingo sul pavimento. Un ginocchio, almeno.
“Unu, due. E unu, due. Su con le gambe! Unu, due.”
Sì, uno-due minuti ancora tollero di stare a sguazzare in questo brodo, poi esco e ti uccido. Sadica bastarda!
“Alza quella gamba o te ne facciuo fare altre venti, mi hai sentito?”
Sì che ti ho sentito, maledetta. Ma non ce la faccio, mi fa male, non lo capisci?
Mi aggrappo più forte al tubo di gomma che mi fa da sellino, pedalo anche se i muscoli sono di lava e chiodi, tento disperatamente di stare in equilibrio, di non rovinare sul fianco.
Inutile. Ogni volta la stessa scena. La gamba sana pompa a velocità normale, quella disastrata impiega il doppio, a ogni pedalata mi sbilancio un po’ verso destra e dopo tre o quattro frano di lato. Il tubo non mi segue, galleggia come previsto, sono io che gli ruoto attorno come un gigantesco spiedino: mezza gamba fuori e tutto il resto sotto.
Acqua nelle orecchie, nel naso e nella bocca, aperta per colpa del fiatone. Acqua che brucia, gratta in gola e fa lacrimare gli occhi.
Riemergo e tossisco forte, più per sputare la rabbia che per liberare le vie respiratorie. Infilo il tubo galleggiante sotto le ascelle e lo uso come un salvagente. Sbraccio scomposta finché non arrivo al bordo e urlo contro Natasha tutta la frustrazione che ho addosso.
“Dovete scrostarci le mattonelle con tutto ‘sto cloro? Voi russi figli di puttana avvelenate l’acqua perché tanto bevete solo vodka?”
Natasha mi raggiunge, si accuccia, mi punta gli occhi negli occhi. Sta sorridendo sarcastica, come sempre quando faccio queste scenate.
“Valyushka, quante vuolte devo dirti di fare il giro cuompleto con la gamba? Se ti agiti come un gatto è uovvio che finisci sotto.”
“Mi fa male fare il giro! Sei così scema che non lo capisci?”
“E tu sei cuosì scema che non capisci di essere qui pruoprio per riuscirci?”
Allunga un braccio, mi pianta la mano in mezzo alla fronte e mi spinge indietro.
“Ne hai fatte quattro. Ne mancano sei. Vai!”
Maledetta. La odio, la odio, la odio.
“Valentina, stupida immigrata. No Valiusca. Valentina!” le borbotto contro mentre annaspo fino al centro della corsia e mi rimetto il tubo tra le gambe, per usarlo come una bicicletta.
Piano, cercando di stare dritta e di non morire di dolore a ogni pedalata, ricomincio l’esercizio.
“Unu, due. E unu, due. Brava! Ancora! E unu, due.”

Oggi mi ha fatto fare trenta sforbiciate e venti estensioni in avanti tenendomi al bordo, più le dieci pedalate a centro corsia. Quando mi isso fuori dall’acqua e mi siedo sulle mattonelle sento la pelle delle gamba destra bruciare, come se fosse ustionata. Ma il fuoco è dentro, e non si spegne anche se friziono, massaggio o gratto come una disperata. Vorrei piangere, ma non voglio dare a Natasha la soddisfazione di vedermi debole.
Lascio che mi prenda sotto le ascelle e mi metta in piedi. Come sempre mi ritrovo con la nuca poggiata sui suoi enormi seni e come sempre mi chiedo che taglia porti, se debba farsi cucire i reggiseni su misura. Più che una donna è una ruspa: enorme, rumorosa e così forte da tirarmi su di peso e spostarmi a piacimento.
Pare che il suo record di sollevamento, prima di abbandonare la carriera e dedicarsi alla fisioterapia, fosse di 176 chili. In pratica potrebbe alzare sopra la testa me, mio marito e quel cavallo di labrador che chiamiamo cane, tutti insieme, e senza nemmeno sudare. Ogni tanto ci immagino arrotolati in un lenzuolo fritto, come se fossimo un gigantesco involtino primavera, mentre Natasha la gigantessa ci tira su con due dita e ci porta alla bocca. Penso direbbe “ahm” prima di mangiarci.
Resto in silenzio mentre mi fa da sostegno fino alle docce e rimane in attesa finché mi lavo e mi vesto. Silenzio anche quando mi accompagna fuori dallo spogliatoio, mi mette in mano le stampelle e mi consegna a Paolo.
“Ci vediamo domani, Valyushka. Sii puntuale.”
Socchiudo la bocca e sparo fuori l’aria, un suono più da cavallo che da essere umano. La odio.

La sera stessa, a cena, Paolo mi chiede perché la odio tanto. Alzo le spalle, una risposta non ce l’ho. Perché mi fa sentire dei dolori atroci alla gamba, suppongo, anche se so perfettamente che è un motivo infantile, visto che la pago perché faccia quello che fa. E la pago anche bene.
Forse è per come mi guarda, con quel cavolo di sorrisino ironico, come se stesse dicendo: dai, principessina, vediamo quanto sei moscia.
Certo, lei faceva sollevamento pesi, una roba da veri duri, mica uno sport da fighette come il pattinaggio artistico. Chissà quanto mi considera debole.
Di sicuro lei non si è mai frantumata una gamba cadendo, non è mica stupida come me.

“Stendi in avanti! Non cuosì! Stai dritta con il sedere e puorta le gambe in avanti!”
Cosa sbraiti, maledetta? Vienici tu ad agitarti in questo brodo, tenuta su soltanto da un tubo di gomma in mezzo alle chiappe. Vieni tu a fare avanti e indietro con le gambe, vediamo quanto dritta stai.
Non capisco a cosa accidenti debba servire questo esercizio se non a farmi bere litri di acqua clorosa, più urticante della salsa messicana. Seduta sul tubo, stendo la gamba in avanti “fino a che vedo tue dita” come dice la montagna umana, poi la riporto sotto il sedere, ginocchio piegato, stilettate di dolore dall’anca alla rotula. Teoria vorrebbe che rimanessi dritta con la schiena, assolutamente a mio agio, perfettamente in equilibrio. Ma sono in bilico sul niente, è ovvio che mi inclino.
Mi chiudo a C, come i gamberetti, aggrappata al tubo malefico che fa galleggiare la metà sbagliata del corpo. Faccia in acqua e culo all’aria.
Bevo, riemergo, sputo, mi incazzo.
“Ancuora! Riprova!”
Gamba avanti, gamba indietro, gamberetto. Cloro nel naso. Riemergo, tossisco.
“Di nuovo! Schiena dritta!”
In equilibrio, schiena dritta. Gamba avanti, gamba indietro, gamberetto. Cloro in gola. Riemergo, bestemmio.
“Smettila di fare la stupida! Di nuovo!”
Ci devo riuscire. Le devo togliere quel sorrisino stronzo dalla faccia. Adesso vedi, valchiria.
Schiena dritta. Gamba avanti, gamba indietro… gamberetto, cloro negli occhi.
Basta. Ci rinuncio.
Non riemergo.
L’acqua mi entra nelle orecchie, però sento che Natasha sta gridando. Più per abitudine che per averla sentita davvero, sono sicura stia dicendo “ancora”. Anzi, “ancuora”, visto che non è capace di pronunciare le vocali come Dio comanda.
Me ne frego, lei e i suoi “ancuora”. Spalanco le mani, divarico le gambe, il tubo obbedisce alla legge della fisica che lo spinge verso l’alto, mi scivola lungo la pancia e guizza fuori dall’acqua come una scoreggia giallo fluorescente. Ciao ciao, tubo.
Ho la testa completamente immersa, le ginocchia piegate e il sedere in aria. Sento il freddo sulla pelle, il costume bagnato che si appiccica.
Mi abbraccio le gambe anche se l’anca destra implora pietà, chiudo gli occhi. Sono una pietra, sono una pietra, sono pesante come una pietra.
Funziona. Non sento più l’aria fredda, anche il sedere ora è sott’acqua.
Vado a fondo.
Non è una brutta sensazione. L’acqua è calda, morbida. Non ci sono spigoli, non ci sono superfici dure su cui sbattere. Sono avvolta da un bozzolo fluido, non posso cadere, non posso farmi male. Ruoto su un fianco, solo per sentire la carezza dolce dell’acqua che mi si sposta intorno. Meraviglioso. Non è possibile frantumarsi le ossa, finché si è qui dentro.
Voglio stare per sempre in questo limbo. Basta gravità, basta pesantezza. Basta calcolare ogni istante la posizione del baricentro, per mantenere l’equilibrio. A che serve?
Muovo leggermente le dita del piede sinistro, ed ecco che ruoto. Facile, semplice, armonioso. Chi se ne frega di dov’è il baricentro. Non c’è sopra o sotto, non c’è un lato. Sono una pallina uniforme che ruota senza attrito. Spingo la fronte verso le ginocchia, verso quello che sulla terraferma sarebbe il “giù”, ma non so in che direzione mi muovo. So solo che mi muovo senza fatica, e questo mi basta. Forse, se aprissi gli occhi, vedrei le bandierine sopra la corsia, perché il “giù” è in realtà “su”. Non voglio saperlo, voglio stare qui a sentirmi in pace con l’universo.
Ignoro i polmoni che spingono contro le costole, la gola che risale nel naso, la bocca stretta nello sforzo di non aprirsi, tutti i muscoli che reclamano ossigeno. Voglio svenire. Voglio addormentarmi leggera e non svegliarmi mai più pesante.
Una botta al fianco mi costringe a buttare fuori quel poco d’aria che mi è rimasto, un boa constrictor mi si avvinghia sotto il seno e mi sento trainare tanto velocemente da non avere nemmeno il tempo di soffocare. Nel giro di pochi secondi l’acqua che mi avvolgeva dolcemente mi sfreccia accanto, mi abbandona, torna a essere soltanto una grossa pozza di brodo in cui galleggio. A tenermi su non il tubiciattolo di spugna giallo fosforescente, ma il tubo enorme e anche abbastanza peloso del braccio di Natasha, che mi stringe il torace.
Tossisco fino a raschiarmi via la pelle della gola, aggrappata al suo braccio un po’ per stare a galla un po’ per cercare di liberarmi. Quando finalmente smetto di tossire Natasha mi lascia andare e mi ruota nella sua direzione, così può guardarmi in viso.
Ha un’espressione incazzatissima, le sopracciglia così incurvate da plissettarle la fronte.
Beh, in un modo o nell’altro quel sorrisino gliel’ho fatto andare via. Al solo pensiero mi sento allegra, soddisfatta e fiera di me. Il labbro mi si incurva in un ghigno da stronza.
Un nanosecondo dopo ho il collo talmente ruotato verso sinistra da potermi guardare la scapola, i molari piantati nell’interno della guancia destra e le orecchie che fischiano. Ci metto un po’ a capire cos’è successo: una badilata a cinque dita mi si è abbattuta sulla faccia.
Guardo Natasha inorridita, tenendomi la guancia con tutte e due le mani. I primi tre tentativi di dire qualcosa si limitano a sbuffi di aria dalla gola, impossibili da articolare. Il quarto tentativo produce uno squittio perlomeno comprensibile.
“Cosa?”
Natasha non risponde, forse perché non ha capito la domanda, o forse perché è ancora imbestialita.
Ci riprovo.
“Cosa… ti salta… in testa?”
“Cuosa salta in testa a te, stupida ragazzina! Vuoi farmi finire in galera?”
“Ma che galera e galera!” ribatto ferita.
Ragazzina? Come, ragazzina? E poi non le frega niente se mi ammazzo, le interessa solo che non le revochino il permesso di soggiorno?
“Cuosa avevi intenzione di fare, sentiamo” mi pungola la carogna. I suoi occhi sono laser.
“Ma niente! Non vedi che tocco?”
Guardo in basso per accertarmi che la scusa regga, sono talmente frastornata da non avere la certezza di star poggiando i piedi sul fondo.
Quando rialzo la testa Natasha sta raggiungendo il bordo, mostrandomi la schiena. La sua t-shirt è fradicia. Non più bianca, ma rosa chiaro come le spalle enormi su cui è spiaccicata. C’è qualcosa di profondamente sbagliato nel fatto che la sua maglietta sia bagnata.
Torno a guardarmi i piedi, non voglio vederle il seno. Spero che vada subito in spogliatoio a mettersi una maglia asciutta e che nel tragitto non incontri nessuno. Non voglio che sia costretta a mostrare il seno per colpa della mia stupidità.
Prima di issarsi fuori dall’acqua si ferma.
“Credevo fossi forte” mi dice.
Tengo la testa bassa, non rispondo.
Ho sempre pensato mi credesse debole. E che avesse ragione.
Aspetto che se ne sia andata prima di uscire a mia volta. Nel trambusto il tubo è finito lontano, mi tocca fare tre o quattro passi per raggiungere il bordo. Sono sei mesi che non cammino davvero.
Se sono qui galleggio, se sono all’asciutto saltello o uso le stampelle.
Visto che sono completamente sola, senza terapista urlante, senza marito premuroso, allenatore convinto, madre disperata, amiche sorridenti, rivali felici o cane ansante, provo a muovere un passo. Se fallisco lo vedrò solo io, soffrirò solo io e mi arrabbierò solo io.
Piego il ginocchio, stendo in avanti, poggio il tallone e di nuovo piede a terra. Tutto il peso sulla gamba. L’anca fa male, sì. Il ginocchio fa male, certo che sì. I muscoli delle cosce tirano e urlano e fanno male, cazzo, sì.
Ma posso sopportarlo.
La guancia brucia molto di più.

 

Il racconto che avete letto è opera di Bee ed è risultato il migliore del Contest sull’elemento Acqua. Il tema da seguire era stato scelto da Willy (vincitrice del Contest sull’elemento Terra).
La traccia scelta, e poi rielaborata dallo staff, era: Acqua.

Bisognava rispettare le seguenti boe:

1- A un certo punto della storia il protagonista o uno dei personaggi doveva immergersi completamente.
2- Si dovevano descrivere le sensazioni provate dal personaggio che si immergeva.

Il limite massimo di caratteri era di 15.000, spazi inclusi, con 200 di tolleranza.

 

Pensi di riuscire a fare meglio?

Allora iscriviti e partecipa al prossimo contest!

Tutti i racconti di È scrivere – Community per scrittori vengono editati prima di essere inseriti sul blog.
Link all’editing:
Editing

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