Rogo 1937 -Racconto vincitore del Lab di aprile 2015

Racconto ispirato all’opera “Il Maestro e Margherita” di Michail Bulgakov

Quando Ivan Nicolaevič varcò la soglia della pagina, Margherita era di spalle, accovacciata davanti alla cassettiera aperta. Al rumore dei passi, trasalì e si voltò, spingendo il cassetto con un gomito. Poi, lentamente, si sollevò.
«Che fai qui?»
«È l’unico posto dove ero sicuro di trovarti da sola, senza quel gattaccio nei paraggi.»
«Non saresti dovuto venire. Se Michail si accorgesse…»
«Michail è in pericolo!» Ivan le si avvicinò. Lei attendeva costernata, i suoi occhi carichi di domande lo fissavano sotto le ciglia folte e nere.
«Noi siamo in pericolo. Ho paura che ci restino pochi momenti da passare insieme, prima che questo manoscritto finisca tra le fiamme e le nostre esistenze diventino cenere vuota.»
«I manoscritti non bruciano!»
«Bruciano, Margot! Hai già dimenticato il rogo di pochi anni fa? Lo scricchiolio delle pagine nere che collassavano, accartocciandosi su di noi? L’odore soffocante della stufa e il tuo bell’abito straziato dall’attizzatoio?»
«Smettila! Certo che non l’ho dimenticato. Ma come vedi, siamo di nuovo qui. Michail non ha mai smesso di pensare a noi.»
«Prima era tutto diverso. Che ne sai tu? Sei sempre rimasta chiusa qui, tra i tuoi incantesimi in queste pagine ingiallite. Io non ho avuto balocchi, solo miserie. E allora mi sono affacciato, volevo vedere quanto la mia vita fosse simile a quella di Michail.
«Elena era fuori dalla porta e singhiozzava. Io mi sono appiattito su un angolino del foglio, credo stesse scrivendo della chiacchierata che ti sei fatta con Azazello al funerale di Berlioz.»
Margherita avvampò, le sue labbra cominciarono a tremare. Ivan Nicolaevič, pentito, si affrettò a giustificarsi:
«Non ho letto niente! Stavo osservando Michail. Teneva la penna come un coltello, per poco non infilzava anche il mio foglio, già gualcito per il sudore delle sue mani. Tracciava righe secche sulle parole che aveva scritto, e il suo respiro era come un grugnito. Dietro le lenti appannate, ho visto spuntargli le lacrime. Ha gettato la penna sul tavolo e ha spinto indietro la sedia. I solchi che aveva inciso sulle pagine erano così profondi che, quando ha tolto le mani, i fogli si sono sollevati in una curva e ho dovuto stringermi forte al margine per non scivolare nella rilegatura del quaderno.
«Allora ho avuto una vista più ampia sullo scrittoio e ho visto la lettera dal Comitato Centrale di Piazza Staraja. Hanno proibito le sue rappresentazioni al teatro Vachtangov.»
Ivan si interruppe, aspettandosi una qualche reazione in Margherita, che non arrivò: l’espressione amara sul volto di lei non si scompose.
«Ma te l’ho detto, stavolta è tutto diverso. Quando si è alzato, è andato ad aprire la porta a Elena Sergevna, povera donna, ma si è sottratto al suo abbraccio, allontanandosi verso la finestra. Stavolta non avrà nessun conforto. Il partito lo ha abbandonato e temo lo tengano sotto controllo. Si malediceva urlando verso Elena, per essersi illuso che Stalin gli desse un’ulteriore opportunità: avrebbe dovuto insistere per avere il permesso di espatrio. E invece, come se non bastasse, adesso gli hanno ritirato il passaporto.»
«Come, il passaporto?» intervenne Margherita.
«Ecco, Elena, forse per consolarlo, gli ha suggerito di aspettare che la situazione si calmi, di fare come Boris, e di contare sul supporto della sua famiglia. A quel punto, Michail è esploso, “Quale famiglia, Elena?” le ha urlato “I miei fratelli dove sono? In Ucraina è la mia famiglia. Com’è possibile che mi abbiano vietato pure di abbracciare i miei fratelli. E Boris, poi, come ti salta in mente? Boris come credi che se la passi per ora, costretto a lavorare solo su traduzioni e sciocchezze, senza poter scrivere nulla di suo?” E ha continuato così, a mortificare sua moglie e maledire il proprio destino. Fino a che non ha indicato il tavolo, sì Margot, proprio questo scrittoio, vaticinando che, se non gli darà fuoco lui stesso, presto ci penserà il governo.»

A questo punto, Ivan Nicolaevič si sentì mancare, le ginocchia cedettero e con un sonoro singhiozzo sprofondò nello sconforto. Margherita gli si fece più vicina e, prendendogli la testa tra le mani, la carezzava con le dita fredde.
«Ivan, non capisci? Noi siamo dentro di lui. Il governo non potrà eliminarci. Che ci diano alle fiamme, ci nascondano nella buca più profonda. Che vuoi che siano quattro fogli di carta su cui Michail ha impresso le nostre vite. Siamo solo le copie di coloro che ha nel cuore.»
«Se gettasse la spugna?»
«Non la getterà. Che gli rimane? Siamo rimasti soltanto noi, ed Elena. Lui non ci abbandonerà adesso. Non avere paura. E sii paziente.»
La voce di Margherita era dolce adesso, i suoi seni morbidi come sempre. Ivan Nicolaevič vi appoggiò la guancia per un silenzioso minuto, prima di tornare al suo capitolo.

Il racconto che avete letto è opera di lailmil ed è risultato uno dei migliori del Lab di aprile 2015.

La traccia del Lab era stata scelta da Jonfen (vincitore dello scorso Lab) ed era la seguente:
Scrivere un racconto incentrato su uno scrittore. L’unica boa era costituita dal fatto che il narratore non doveva essere lo scrittore.

I racconti dovevano essere lunghi al massimo 6000 caratteri spazi inclusi (con un margine di tolleranza di 200).

Pensi di riuscire a fare meglio?

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Tutti i racconti di È scrivere – Community per scrittori vengono editati prima di essere inseriti sul blog.
Link all’editing:
Editing

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