I giurati di Creep Advisor: Valeria Barbera

I giurati di Creep Advisor

 

Il concorso Creep Advisor vi è già stato presentato (QUI trovate il bando completo), ma quello che non sapevate è che a selezionare i testi sarà una giuria d’eccezione. Abbiamo scelto per voi sette autori di storie dell’orrore, uno più interessante dell’altro!

Ve ne presenteremo uno alla volta.

Dopo Danilo Arona, Diego Di Dio, Alain Voudì, Sergio Oricci e Yuri Abietti, proseguiamo con:

 

VALERIA BARBERA

 

ValeriaBarberaFoto3Valeria Barbera ha seguito corsi di scrittura con Franco Forte e di editing con Laura Platamone.

Ha collaborato con Nero Press Edizioni per la revisione e l’editing di libri ed ebook. Ha fatto parte della giuria del Premio Polidori – sezione romanzi editi – e della giuria di Linea d’Ombra, Festival Culture Giovani, sezione cinema. Finora è stata segnalata e finalista al Premio Robot per la fantascienza, due volte finalista al Premio F.M. Crawford per l’horror, finalista al Concorso Sole a Mezzanotte per il fantasy e due volte segnalata al Premio Algernon Blackwood per l’horror.

Alcuni suoi racconti li trovate sulle riviste Delos Books (Robot, Writers Magazine Italia) e in antologie Delos Books, E.F. Edizioni, Alcheringa Edizioni e dbooks.it.

Abbiamo conosciuto Valeria grazie all’antologia Ore nere, edita da dbooks.it in collaborazione con Altrisogni (che abbiamo recensito qui).

Il suo racconto (Squali) ci ha colpito per lo stile duro, le metafore molto pertinenti con l’ambientazione e il linguaggio colorito che ben si adattavano al contesto sociale camorristico del racconto.

Un modo particolare di fare horror, dunque, che potrebbe dare un punto di vista differente al suo ruolo come giurato di Creep Advisor. Unica donna in mezzo a tanti uomini, crediamo che Valeria possa giudicare i testi da un punto di vista femminile, ma non per questo meno ferrato sul genere.

 

 

 I suoi ultimi lavori:

 

Cover ORE NERE 800x566Squali, racconto edito nell’antologia Ore nere (dbooks.it in collaborazione con Altrisogni).

Titolo: Ore Nere

Editore: dbooks.it

A cura di Christian Antonini e Vito Di Domenico, rivista Altrisogni

Formato: ebook e cartaceo

Prezzo: €2.90 l’ebook, €9.90 il cartaceo

Presentazione dell’antologia (dal sito dello store online):

Molte cose possono accadere durante le ore nere: i morti camminano, i demoni percorrono la Terra, le peggiori minacce si tingono di sangue e l’impossibile irrompe nel quotidiano. In Altrisogni presenta: Ore nere troverete otto frammenti di buio, otto rintocchi inquietanti, uno per ciascuna delle ore più oscure della notte, dal tramonto del sole fino al sorgere di un nuovo giorno. Ecco cosa vi aspetta tra queste pagine: frammenti di materia di cui sono fatti gli incubi, selezionati e curati per voi dalla redazione di Altrisogni – Rivista digitale di horror, sci-fi e weird. Tra le opere presentate spicca il racconto vincitore del Premio Speciale Altrisogni e finalista del Premio Letterario “F. M. Crawford”: Il quadro, di Yuri Abietti. Eterogenee per temi, contenuti e stili di scrittura, le otto opere selezionate sono l’efficace risultato di un attento lavoro di scrittura e revisione, e sono firmate da alcune delle penne più interessanti della nuova narrativa di genere italiana.

"Altrisogni presenta: Ore nere contiene i racconti:
- Il quadro, di Yuri Abietti
- Squali, di Valeria Barbera
- Christmas killer, di Sandy Ecker
- Guerra segreta, di Daniele A. Galliano
- La lingua di Satana, di Matteo Pisaneschi
- In trance, di L. Filippo Santaniello
- Registrazione n.122, di Davide Schito
- L’occhio dell’abisso, di Lia Tomasich"

robot– Il labirinto delle realtà

Salvatore è un giovane carabiniere di Torre Annunziata, a un passo dalle nozze con Imma, e ha salvato molte vite dalla Camorra ma non quella di Mariano.

È stata una fatalità, se lo ripete da vent’anni, fino al giorno in cui una visita al mercato delle “pezze” di Resina, Ercolano, gli farà cambiare idea. Perché saltare nel tempo è facile quanto fumare una sigaretta.

Una labirintica odissea fra realtà e sogno, lungo la quale il novello Ulisse scoprirà davvero cos’è la Camorra e chi sono i camorristi.

contrasti– Contrasti

Pubblicato nell’antologia “Schegge per un Natale horror 2014” – Letteratura Horror

Trama: Una bimba dalla pelle scura, additata come figlia del demonio; una sorellina bionda dall’aria angelica e l’anima maligna. A Natale regna la magia: quella nera.

drittoalcuore– Anya

Selezionato per “Dritto al Cuore”: Antologia del mistero, del grottesco e della follia, Galaad Edizioni. – Il ricavato viene devoluto al progetto “Mettici il Cuore” dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma.

Trama: Si dice che lo scrittore si innamori dei suoi personaggi. Perché no, se sono come Anya? Affascinante, seducente… e molto attratta dal suo creatore.

 

Intervista

Vi lascio, dunque, all’intervista che abbiamo fatto a Valeria e alle sue interessanti risposte:

1) Iniziamo con una domanda che abbiamo posto a tutti i nostri giurati. Recentemente sul nostro forum ci siamo chiesti: da dove nascono le idee?

Neil Gaiman, in questo articolo parla di confluenza e sogni a occhi aperti.

Ora questa domanda la giriamo a te: da dove pensi nascano le idee? E, soprattutto, da dove nascono le tue?

Prima di dare la risposta, vorrei ringraziarvi per avermi scelto come giurata e per l’ospitalità sui vostri canali.

Veniamo alla domanda: secondo me, le idee nascono dalla interazione e dalla riflessione, in una tempesta interiore nella quale ogni tanto sfreccia un lampo, l’idea. Ogni persona incontrata potrebbe suggerire un nuovo personaggio, e ogni evento strano potrebbe diventare un racconto. Tutto sta a cogliere l’attimo e poi a scremare l’ispirazione, individuando gli spunti con una buona consistenza.

Una volta le mie idee nascevano davanti al PC. Adesso la scintilla può scattare ovunque: mentre guardo la pubblicità alla TV, durante la lettura di un articolo, chiacchierando con qualcuno per strada. Le mie idee si alimentano della mia vita passata, presente e futura, ma soprattutto delle emozioni. Nascono dalla rabbia e dalla gioia, dal rimpianto e dalla speranza, dalla tenerezza che provo per il genere umano e perfino dai torti ricevuti, dagli angeli che guidano i miei passi e dai diavoli che cercano di tagliarmi le gambe. Nascono tutte dal desiderio di esplorare il sentiero del “What if?” e dal coraggio di penetrare la nebbia del “Let’s see”.

2) I tuoi racconti spaziano molto nel genere fantastico e non si fossilizzano soltanto sull’horror. C’è un genere fra questi (fantasy, horror, weird, fantascienza) che preferisci scrivere?

Ognuno dei generi menzionati soddisfa una mia esigenza espressiva, ma solo uno può soddisfarle tutte contemporaneamente: la fantascienza. Si tratta di un genere molto duttile e vasto, che si sposa bene con gli altri senza mai perdere la propria identità. La fantascienza può innescare nel lettore il sense of wonder, la reverenza per la sconvolgente bellezza del cosmo, ma anche il terrore dell’ignoto, del mostro nascosto nello spazio profondo che spesso coincide con noi stessi. Ci piace considerarci una specie intelligente, illuminata, invece siamo ancora scimmie, scimmie che maneggiano – e male – tablet e cellulari. Se non ci siamo ancora estinti è un miracolo, ma perfino quest’ultimo può trovare posto nella fantascienza: “miracolo”, infatti, significa “meraviglia”. E a me piace esplorarla, questa meraviglia, nel bene e nel male. La fantascienza mi consente di mangiare la fetta di torta… con tutta la torta.

3) Quali sono gli autori che negli anni hai maggiormente apprezzato? E c’è qualcuno di questi che ha ispirato le tue storie?

Appartengo alla generazione che ha visto lo sbarco sulla Luna, di conseguenza sono cresciuta con Verne e Wells, ma anche con Oscar Wilde, Pirandello, Burroughs, Agatha Christie, Edgar Allan Poe, Asimov, Bradbury, Kafka, per citarne alcuni. Nel corso degli anni si sono aggiunti altri scrittori, come Dan Simmons, Oriana Fallaci, Stephen King, Greg Egan, Borges, Chuck Palahniuk. Quando progetto la mia storia, però, li dimentico tutti, il mondo esterno cede il passo a quello interno. Mentre scrivo vado in trance ed esploro le pieghe della trama, l’anima dei personaggi, le possibilità; al termine della stesura rileggo e, a volte, incastonati fra le righe, noto echi relativi ai miti, alla storia antica, alla filosofia, alle religioni, alle fiabe, ai capisaldi della letteratura; accenni che approfondisco nella fase di editing. Nel racconto “Il labirinto delle realtà”, per esempio, il mio protagonista, sballottato dall’onda del Tempo e smarritosi tra le realtà alternative, paragona se stesso a Ulisse e la Camorra a una sirena; nell’horror “Squali”, galleggia un chiaro riferimento a Dante; il racconto noir Socialpatico, invece, premiato in un concorso nazionale di narrativa, tratta in chiave moderna un tipo di invisibilità sociale che si aggancia alle usanze dell’antico Egitto; un altro noir, “Rock ‘n’ Roll”, partito dai canti religiosi, tira in ballo Giobbe e Sant’Agostino. Insomma, durante il processo creativo, il mio inconscio torna alle origini della cultura, la stessa cultura che in misure diverse condividono anche i miei autori preferiti. Forse è proprio questo che me li fa amare.

4) Hai qualche progetto in lavorazione, un romanzo che uscirà prossimamente o una raccolta di racconti?

Raccolta di racconti non ancora e non so se ce ne sarà mai una. C’è un progettino nell’aria, ma è ancora nella fase del pio desiderio. Riguardo ai romanzi, finora ne ho scritto uno breve, una novella che spero veda presto la luce. Altri due romanzi, più lunghi, sono in corso d’opera: uno è nello stadio avanzato, l’altro procede con calma. Molta calma. Avendo un passato lavorativo nelle vendite, credo che il cliente, cioè il lettore, vada sempre rispettato, perciò preferisco investire il tempo necessario per fare del mio meglio, piuttosto che liquidare tutto in una manciata di giorni, rischiando di dovermene pentire. Come recitano alcuni detti: “La fretta è amica del diavolo”, mentre “La calma è l’abilità nell’azione”.

5) Abbiamo notato che a volte usi il dialetto napoletano nelle tue storie. Lo fai per donare veridicità ai racconti o per dare uno stile ben definito alla voce narrante?

Quando alcuni dei miei personaggi si esprimono in dialetto, lo fanno per gli stessi motivi per cui alcuni loro fratelli squartano delle povere vittime: hanno voglia di farlo. Nel tempo della sua fruizione, la storia deve diventare la realtà del lettore e questo è possibile solo concedendo ai personaggi la loro spontaneità, perfino se sono agli antipodi rispetto a me. A casa mia, per esempio, non parliamo in napoletano, perché è una lingua nobile e la conserviamo per la musica, la poesia, la scrittura. Nel momento in cui compongo una storia, però, metto da parte le abitudini e le convinzioni personali. Ascolto le esigenze dei personaggi, mediandole, senza mai violentarli. Ritengo che per donare veridicità alle vicende sia necessario rispettare la loro natura, altrimenti il racconto si ridurrebbe a una mera finzione, un copione, un artefatto destinato ad annoiare in primis me stessa. Si tratta inoltre di una lingua molto musicale, più dell’italiano e di qualsiasi altro dialetto. Non a caso la canzone napoletana è nota in tutto il mondo. I napoletani usano molto l’orecchio e la creatività. Difatti, non tutti parlano sempre in dialetto, e non tutti fanno uso delle medesime espressioni idiomatiche. A volte non parlano neppure in dialetto, ma si aggirano in una terra di mezzo, dove le parole e le frasi adottano ortografie e strutture grammaticali atipiche, simili a melodie parlate. Prima ancora del dialetto, comunque, Napoli è un modo di ragionare e di sentire, e questo non può essere improvvisato, né assorbito durante una breve visita, altrimenti si è condannati a scadere nello stereotipo. Ma credo che questo valga per ogni dialetto. Fino a oggi ho usato il napoletano, il romanesco (incluso il “coattese”) e, avendo dal lato del nonno paterno ascendenze siciliane, anche una spruzzatina del dialetto di quei luoghi; sempre e soltanto quando i personaggi lo reclamavano, mai per calcolo.

6) Valeria, nella tua produzione ci sono parecchie storie con temi duri, e spesso con protagonisti e punti di vista maschili. Come mai questa scelta? È un’imposizione che ti dai o segui semplicemente l’ispirazione, l’istinto?

È l’istinto a decidere. Il tema, il punto di vista e il sesso dei protagonisti si palesano a me impacchettati con l’idea. Mi ritengo fortunata, perché non potrei mai violentare la natura deie miei personaggi. So di uomini che scrivono di donne, e viceversa, solo per seguire il mercato, o perché sostengono di dover dimostrare qualcosa. Io no. I ruoli di genere, le antitesi maschio-femmina, gli assolutismi “Gli uomini sono predisposti a scrivere action, le donne il romance” mi hanno sempre fatto sorridere, talvolta arrabbiare. Gli stereotipi cambiano nei secoli, come le mode, ma hanno il potere di influenzare la massa a livello profondo. Basta dare uno sguardo alla storia dell’umanità: un tempo il Sole simboleggiava la femmina, non il maschio; nei miti e nella letteratura era il sesso forte a struggersi d’amore; nel Settecento gli uomini vestivano di rosa, di pizzi e merletti, si truccavano perfino. Tuttavia alcune menti vedono negli stereotipi delle verità imprescindibili. Per questo motivo sono sempre stata annoverata fra le donne “atipiche”. I miei studi e la professione hanno abbracciato la fisica e l’informatica, settori “notoriamente” femminili, ma ho anche lavorato nel turismo e nella pubblicità, dove la presenza delle donne è palpabile. Non l’ho fatto apposta, ho seguito le mie passioni. Molte mie storie sono maschili perché soddisfo un bisogno interiore. Chiamando in aiuto il mio racconto “Anima & Animus” (contenuto nell’antologia “#microxmas”): la mia “Anima” è in entanglement con quello che Jung chiamava Animus, la cosiddetta controparte maschile che sonnecchia in ogni persona di sesso femminile. La particolarità è che il mio Animus è sveglio e baldanzoso. Quando si sgranchisce le dita, il risultato è una storia maschile; Anima invece provvede a quelle femminili. Queste ultime sono in minoranza, perché finora quell’egocentrico di Animus ha ticchettato parecchio sulla mia tastiera, riuscendo a farsi apprezzare anche dagli uomini; inaspettatamente, dovrei dire, tuttavia è un risultato insolito solo per chi vede il mondo ancora in bianco e nero. Purtroppo, perfino nel ventunesimo secolo, il sesso del nome dell’autore ha il potere di creare delle aspettative e, nel caso di una autrice-autore, queste aspettative talvolta si piazzano sul cammino creando un muro di pregiudizi. In passato qualcuno ha criticato la mia esigenza di narrare dal punto di vista maschile, come se vanificassi anni di lotte per l’emancipazione femminile o, addirittura, volessi sfidare gli uomini. Mi piacerebbe dire di essere l’unica ad avere incontrato opposizioni simili, ma proprio lo scorso anno una scrittrice ha dovuto ricorrere al self-publishing per una sua antologia di racconti noir. Diverse grandi case editrici avevano giudicato le sue storie troppo “forti” e “sboccate” per una autrice e non è servito neppure cambiare sesso ad alcune sue protagoniste. Cosa mai avrebbero detto quegli editor del mio “Squali”, un horror narrato da un uomo maschilista e violento? Per fortuna loro, e mia, ogni tanto scrivo anche di donne. E finalmente anche le mie “figliuole” iniziano a farsi apprezzare. Proprio di recente, l’inedito “Streghe” è stato finalista nella seconda edizione del Premio F. M. Crawford per la letteratura horror, entrando nella rosa dei selezionati per la pubblicazione nella antologia dedicata al premio. La me donna, Anima, è soddisfatta.

7) Altra domanda che stiamo ponendo ai nostri giurati: quali sono, secondo te, gli accorgimenti da seguire per scrivere una buona storia horror? Dai qualche consiglio agli autori che intendono partecipare al nostro concorso.

Il mio primo consiglio è: lasciate perdere il mantra “Non c’è niente di nuovo” che sento spesso dire. Rompete le righe, osate, tirate fuori quel cigno nero che cullate da anni in religioso silenzio. Il secondo è: metteteci la pancia. Troppe volte incappo in storie sì, scritte in italiano corretto, con le virgole nei punti giusti e decorate con parole forbite, perfino con una gestione corretta del punto di vista, ma che non mi trasmettono nulla. Idee sprecate. Non vi compiacete della vostra retorica e non scimmiottate nessuno. Io voglio la sostanza, voglio il cuore: strappatevelo dal petto e inseritelo nel racconto (in senso figurato, mi raccomando). Non metto paletti, accetto sia l’horror sussurrato che lo splatter; basta che le anime dei personaggi, e della storia, escano libere, genuine e spontanee. Sono un lettore difficile da far inquietare, ma, se il vostro racconto farà paura a voi, ci sono buone probabilità che farà breccia anche con me. Come dice Stephen King nel suo manuale “On writing”, la scrittura è telepatia. Già che ci siete leggetelo, quel libro, rileggetelo se lo conoscete già, e scrivete la vostra storia. Lasciate decantare come il buon vino. Infine spedite il racconto solo quando dentro di voi scatta il verde. E in bocca al lupo. Quello mannaro, ovviamente.

Ringraziamo di cuore Valeria per essersi resa disponibile a collaborare al nostro progetto!

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