1850 – Racconto vincitore del Lab di novembre 2014

Immagine di Junior Libby
Immagine di Junior Libby

Correva l’anno 1850 quando il mio vecchio amico Ferner mi scrisse un’accorata missiva in cui mi pregava di raggiungerlo al più presto nella sua tenuta ai margini del bosco. Egli temeva infatti di essere vittima di una maledizione.
Quando lo vidi, mi accorsi che aveva il volto scavato e gli occhi spiritati. I capelli, ingrigiti prematuramente, circondavano quel viso scarno sfuggendo al nastro che li legava.
I suoi gesti erano affrettati e non potei fare a meno di notare il modo in cui prese a guardarsi attorno, sgranando gli occhi allucinati e voltando il capo prima da un lato e poi dall’altro, come se si aspettasse che una qualche entità maligna si palesasse d’improvviso alle sue spalle.
Mi trasmise così tanta agitazione che pure io finii per guardarmi alle spalle cercando di scorgere nel buio della sera, fra le cime degli alberi che costeggiavano il viale, una qualche forma mostruosa.
E mi parve quasi di vederla, con le fauci protese, venire fuori dall’ombra, tanto fui suggestionato.
Nel momento dei saluti, per un attimo i tratti tirati del viso di Ferner si rilassarono lasciando intravedere il buontempone di sempre. Poi però, uno scricchiolio proveniente dal fitto dei boschi gli fece sbiancare il volto e contrarre la mascella, tanto che si riscosse in fretta e, rigido di paura, insistette per entrare nel castello.
Una volta che avemmo varcata la soglia, si premurò egli stesso, togliendo il ferro dalle mani del maggiordomo, di chiudere e serrare le imposte del massiccio portone di legno. E solo dopo che ebbe chiuso dietro di sé il buio dei giardini ed ebbe frapposto fra lui e il bosco quelle ante di quercia, il suo volto si rilassò nuovamente.
Io per tutto il tempo studiai questi suoi atteggiamenti, incuriosito e solo un poco intimorito.
Dopo cena Ferner si lasciò andare in un sospiro triste e si rivolse a me in tono accorato: “Una maledizione pende sulla mia testa, amico mio! I primogeniti delle famiglie più antiche hanno preso a morire in circostanze assai misteriose. E io credo di essere il prossimo”.
“Suvvia, cosa ti fa pensare che queste morti siano fra loro correlate?”
“Il fatto che…” iniziò, ma poi parve esitare. Si passò una mano a scompigliare i capelli sottili “Non mi crederai, ma tutte le vittime avevano asserito, poco prima di morire, di aver visto lo spirito di una donna piangente”.
“Una Banshee?” domandai, ricordando le leggende secondo cui queste avvisavano i membri delle antiche famiglie della loro morte imminente.
“Sì. Alcuni l’hanno vista giù al fiume. Altri nel bosco”.
“Sono solo sciocchezze” risposi, “Dicerie”.
Ma il mio amico mi guardava in modo strano e, oltre a riconoscere la superstizione dietro le sue pupille, scorsi anche che era sinceramente spaventato.
Così non fui sorpreso quando mi confessò di averla vista anche lui, di persona, una donna senza volto e dai lunghi capelli bianchi come i raggi della luna. In piedi che lo fissava mentre dalla gola le usciva un lamento straziante.
“E quasi mi sembra di sentirmela perennemente alle spalle” mi confessò, prendendomi le mani nelle sue. Erano sudate e ghiacciate come se fossero state toccate dalla Morte in persona.
“Ti sarai fatto suggestionare dalle leggende” gli risposi, ma non potei fare a meno di guardare dietro di lui, alla ricerca della figura spaventosa. Come a voler rimarcare questo pensiero, un tuono proruppe all’esterno e subito dopo la porta della stalla prese a scricchiolare e a sbattere, spinta dalla bufera.
Gli occhi spiritati di Ferner si sgranarono dal terrore e si fissarono nei miei. “È solo il vento” dissi. Ma non ero più molto convinto neanche io, tanto era il disagio che sentivo nelle ossa. Un brivido freddo correva lungo la mia schiena mentre fuori la voce del vento diveniva sempre più simile a un ululato. O al pianto di una donna, pensai.
Gli occhi del mio amico correvano impazziti, senza posarsi mai in un punto preciso della stanza e contribuirono ad accentuare la mia inquietudine.
Poi si posarono sullo specchio alle mie spalle e lo vidi irrigidirsi.
Lentamente mi voltai, con la sensazione di un paio di occhi che mi perforavano le scapole.
Nel riflesso scorsi una figura scura: i capelli bianchi, le orbite vuote.
E poi forte, stridente, un lamento tanto straziante e acuto che lo specchio s’infranse e con lui tutti i vetri da quel lato della casa.
“È stato il vento” dissi, voltandomi verso Ferner, intenzionato a non credere a quello che i miei occhi mi dicevano di aver visto. Ma il mio amico giaceva al suolo con una mano stretta al petto, rattrappita come se qualcosa lo avesse congelato nell’atto di stringersi il cuore. Sul volto il ghigno della morte che gli distorceva i lineamenti.
Fu dichiarato morto d’infarto. Un esaurimento, dissero. Da un po’ di tempo non era più lo stesso.
Ma io, per tutti gli anni che son seguiti, non ho potuto fare a meno di domandarmi se la donna piangente stesse cercando di avvisarlo o fosse piuttosto la causa della sua morte. Cerco sempre di evitare gli specchi: potrei rivedere le orbite vuote e scoprire che quella volta toccherà a me.

Il racconto che avete letto è opera di Luna ed è risultato il migliore del Lab di Novembre 2014. Questo racconto è arrivato a ex equo al primo posto, dopodiché Irene Quintavalle (vincitrice dello scorso Lab) ha votato nuovamente per stabilire il podio.

La traccia da seguire era:
Scrivere una storia di fantasmi (ghost story) seguendo le caratteristiche del genere individuate da M.R. James.
1. Pretesa di verità – la storia che raccontate deve essere raccontata come se fosse una storia vera, realmente accaduta o plausibile. Più riuscite a calare il lettore nella vostra storia più riuscirete a coinvolgerlo, e quindi, spaventarlo
2. Un terrore “piacevole” – Le storie di fantasmi non devono terrorizzare, ma lasciare un senso di inquietudine spaventosa. Devono farti temere quello che c’è sotto il letto senza che tu sia terrorizzato dal letto stesso.
3. Niente sangue o sesso gratuiti – Le storie di fantasmi sono, in un certo senso, eleganti. Non c’è niente di eccessivo o disturbante.
4. Nessuna spiegazione di cosa c’è dietro il sipario – I fantasmi sono per loro natura creature misteriose, e le loro storie devono rispecchiare questa caratteristica. Storie che spiegano troppo, o perché una tale cosa accade in un determinato modo, tolgono molta della magia e della carica emotiva del racconto.
5. Ambientazione ai tempi del lettore – anche questo serve per calare ulteriormente il lettore in una condizione a lui familiare, in cui possa riconoscersi maggiormente e possa più facilmente immedesimarsi nella situazione.
Il punto 5 non era obbligatorio, gli altri sì.

Il limite massimo di caratteri era di 5.000, spazi inclusi, con 200 di tolleranza.

Pensi di riuscire a fare meglio?

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