Lo specchio del tempo, di Silvia Devitofrancesco – Recensione

lo specchio del tempoTitolo: Lo specchio del tempo
Autore: Silvia Devitofrancesco
Editore: Libro Aperto International Publishing
Pagine: 393

Trama: «Avvertivo strane sensazioni. Avevo paura di ciò che sarebbe potuto accadere e avevo paura per me.»
Due donne diverse dai destini intrecciati, l’una lo specchio dell’altra. Un manoscritto le farà incontrare mettendo così a confronto due epoche diverse e due donne simili, vittime di un padre padrone, ancorate a un amore romantico, capaci di lottare per la vita.
Due storie legate dallo specchio del tempo, dove il passato incontra il presente e in cui due donne lontane eppure vicine, lottano per rivendicare il diritto di scegliere il proprio destino e il loro sogno d’amore.

Recensione:

Lo specchio del tempo non è un romanzo del tutto riuscito. Innanzitutto emergono problemi nello stile, che privilegia spesso il raccontare al mostrare, che utilizza troppi infodump, e che risulta ripetitivo e piatto. A livello sintattico e grammaticale, a parte qualche errore sfuggito, la scrittura è corretta. Il problema è che lo stile non “colora” il mondo che descrive. Mancano o sono statiche le descrizioni degli ambienti, tutto è ascoltato attraverso le parole delle due protagoniste, che utilizzano un linguaggio poco personalizzato e si indugia troppo nel “dire” questi sentimenti, senza permettere al lettore di viverli con più empatia.
Le due storie si sviluppano una nel presente a noi contemporaneo e una nel Duecento, nella stessa ambientazione barese.
La parte storica è poco accurata: mancano descrizioni, odori, suoni. Manca sentire il medioevo, in poche parole. Inoltre il linguaggio e la psicologia di Herminia sono forzati e in diversi casi anacronistici. La storia in sé è plausibile, anche se parte da una forzatura che trovo poco logica: prima di una crociata, il conte, padre di Herminia, che l’ha promessa sposa a un uomo per interessi della sua casata, fa nascondere la figlia in un convento di frati al fine di preservare la sua verginità. Un convento di frati. Con la tonaca ma pur sempre uomini. Se lo scopo è preservare la verginità della figlia, la mossa del conte non mi pare delle più astute. Mi sono chiesta perché non in un convento di monache, come logica vorrebbe.
Ed ecco che quello che non doveva accadere, ovviamente accade. Herminia si innamora di un frate. La descrizione dell’amore nascente fra i due è troppo veloce, si vedono, si amano. Va bene, sono ragazzi nel pieno dello sviluppo ormonale, ma non è reso al meglio, privilegiando cliché narrativi a una reale psicologia. Ci sono poche scene, qui sarebbe servito più “mostrato”.
La ragazza è troppo consapevole per essere una quattordicenne del 1200. Traspare più la tesi dell’autrice che la mentalità e i pensieri di una giovane donna dell’epoca. Non dico che sia tutto sbagliato, e anzi la storia ha una portata tragica classica che nasconde un buon potenziale, ma anche se si tratta di un romance, l’ambientazione storica non può essere così all’acqua di rose. E anche per il lato più romance del romanzo queste mancanze psicologiche si fanno sentire. E’ difficile in questo modo veloce e superficiale appassionarsi davvero all’amore fra i due.
Herminia, oltre a innamorarsi del frate, per impiegare il tempo in cui è rinchiusa nel convento diventa una amanuense. Anche in questo caso non sono ben descritti i colori, gli inchiostri, le scene; c’è uno sforzo in più, ad esempio nel mostrare i crampi dopo ore di scrittura a mano, ma è tutto troppo tirato via per uno degli elementi chiave della storia. (Perché mancano scene, interazioni, dove le descrizioni possono trovare uno spazio naturale e non forzato.)

Infatti questo elemento collega la trama del passato a quella del presente, dove Erminia, una ragazza che studia al liceo classico, nutre una passione per gli antichi codici manoscritti. Ha un padre severo e la madre a cui è molto legata muore quando lei frequenta l’università. In corrispondenza dell’Herminia del passato, orfana di madre, morta durante il parto. Anche qui c’è una lieve forzatura: nel tentare di far apparire la famiglia di Erminia appartenente all’élite barese, si inseriscono particolari come il padre, professore in un liceo classico, che va a lavoro ogni mattina accompagnato dall’autista. Un professore di liceo era uno status forse cinquant’anni fa, ai giorni nostri sono caduti ben più in disgrazia nell’immaginario sociale, anche perché gli stipendi di un insegnante hanno poco di elitario. Questo padre vuole per la figlia un marito di buona famiglia. Ecco, il conflitto sociale non mi sembra troppo forte. Quando Erminia cresce, segue la sua passione e può dedicarsi allo studio del manoscritto vergato dalla sua omonima, è una donna indipendente, ha una carriera; la sua scelta di un uomo più umile come estrazione sociale appare un problema solo per il povero padre, che invece di incutere terrore sembra un vecchietto sperso, e induce tenerezza con i suoi tentativi di accasare la figlia.
Può starci, Erminia sente il dovere di accontentare il padre, ma forse il genitore andrebbe costruito mostrando più severità nei giudizi. Non è un antagonista che crea molta tensione, infatti nel finale viene convinto (fuori scena) ad accettare la storia d’amore della figlia senza troppo pathos reale. Il conflitto – non solo imposto, ma vissuto – ci sarebbe se Erminia stessa provasse un vero disagio a stare con una persona che non è colta, che ha interessi diversi, e sarebbe interessante vedere come i due innamorati colmano le loro distanze e si avvicinano; mentre anche qui, come nel passato, il loro amore c’è, è forte e bellissimo, ma senza che vi sia una gran costruzione di scene a mostrarlo. È così perché deve essere. Poco realistico, poco coinvolgente.

In realtà la trama non è male e le idee ci sono: la risoluzione della storia del 1200 regge (ma farla raccontare come svelata da un sogno non è un buon espediente), il manoscritto è un bel collegamento fra le due vicende ed è bello quando Erminia capisce che la differenza di scrittura è frutto di uno sconvolgimento del cuore. Ci fossero più scene di questo tipo, sarebbe più facile appassionarsi alle vicende, perché saremmo in grado di vederle, non solo di sentirle raccontate. Funziona anche l’inserimento di Giulio nelle vicende del presente. Il tutto però soffre di una scrittura ancora immatura, non padrona delle tecniche narrative e di un’impalcatura troppo veloce nei passaggi fondamentali a creare la giusta tensione e ambientazione.

 Voto:2Stellina-nuova1

La recensione che avete letto è opera di Nerina.

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