Un Gaijin in Giappone, di Marco “Frullo” Frullanti – Recensione

copertina-GiP-600x800Titolo: Un Gaijin in Giappone
Autore: Marco “Frullo” Frullanti
Editore: Nativi Digitali Edizioni
Lunghezza: 180000 caratteri

Trama: Da Holly e Benji a Dragon Ball, passando per i Pokemon e Final Fantasy, generazioni di bambini italiani sono cresciuti con un’idea mitizzata del Giappone, filtrata da manga,
animazione e videogiochi.
Frullo era uno di questi bambini. Così, con la scusa di andare a trovare i suoi amici
giapponesi Tonic e Taka, nell’estate del 2013 parte insieme al belga Benjamin (sembra
una barzelletta) per due settimane di viaggio tra Osaka e Kumamoto, con la missione di
scoprire di più su quel bizzarro arcipelago che tanto lo ha affascinato e sui suoi
stravaganti abitanti.
Da questa esperienza nasce “Un Gaijin in Giappone”, a metà strada tra un diario di
viaggio e un racconto ironico, con l’obiettivo di trarre un bilancio da quel viaggio tra
templi buddisti, sale giochi, onsen, karaoke e ramen, e di rispondere alle domande che
assillavano il nostro eroe: che diavolo è il Giappone contemporaneo, alla fine, e chi
diavolo sono i giapponesi di oggi?

Recensione: Il Giappone è un paese che mi interessa soprattutto per un motivo: avendo cercato di ambientarci un romanzo ho approfondito la conoscenza in modo abbastanza fanatico. Prima di questa avventura non avevo una particolare attrazione, ne conoscevo gli aspetti principali e i luoghi comuni, qualche testo classico, dei film, ovviamente i cartoni visti durante l’infanzia. Ma dopo una full immersion nella loro cultura attraverso ogni mezzo da me raggiungibile – ahimè, il viaggio mi manca – posso ritenermi, se non un’esperta, quanto meno una persona informata dei fatti. Quindi non sono, in questo caso, una lettrice facile da accontentare. Ciò nonostante, ormai qualsiasi cosa abbia a che fare con il paese del Sol Levante attira la mia attenzione, e così è stato anche per questo diario di viaggio edito da Nativi Digitali e scritto proprio da uno dei fondatori della casa editrice.
Le pagine scorrono veloci, la lettura è leggera. Il tono usato è molto colloquiale, anche piuttosto colorito – cosa che personalmente non mi infastidisce, ma lo segnalo – come raccontato da un amico che non lesina un po’ di turpiloquio. E in generale la tipologia di narrazione resta quella dell’amico che ha fatto un viaggio e te lo descrive, non ci sono approfondimenti sull’arte, ad esempio, o profonde analisi sociologiche, ma piccoli schizzi della vacanza, aneddoti, cibi gustati, informazioni sulle manie e sui pregiudizi più diffusi riguardo i giapponesi e l’entusiasmo per alcune esperienze, come il poter passare ore in una sala giochi a più piani con un biglietto che vale illimitatamente.
L’autore dà anche alcune informazioni pratiche sull’organizzazione di un viaggio (economico, che non guasta mai), e indaga su alcuni aspetti che lo incuriosiscono particolarmente, andando, ad esempio, alla ricerca di un distributore di slip usati (sostiene per appurare unicamente la loro esistenza, ormai persa nella mitologia delle stranezze nipponiche di cui si vocifera in occidente.)
In generale la lettura è stata piacevole anche se, ricollegandomi alla lunga premessa, niente di quello che ho letto è stato nuovo per me. Non è il primo “viaggio in Giappone” che leggo, siano essi scritti da professionisti che da semplici blogger, arrivavo quindi già preparata. Le peculiarità dei giapponesi, il loro essere chiusi ma gentili, la timidezza nel parlare inglese, le convenzioni sociali e il modo indulgente ma un poco superiore che hanno nel trattare con i rozzi stranieri e ancora l’alienazione delle città che apparivano futuristiche negli anni ’80 ma che oggi sembrano fondamentalmente ammassi di cemento, i treni ad alta velocità, i centri commerciali con interi reparti dedicati ai nerd, la diffusione della pornografia, il modo in cui funzionano i karaoke nella loro vera patria e altro ancora sono argomenti toccati dal racconto. Forse se avessi incontrato prima questo diario l’avrei letto con maggiore sense of wonder.
Ma come dicevo, la lettura scorre bene, si finisce in poche orette e fa fare qualche sorriso, in particolare quando l’autore descrive il suo ospite giapponese e i membri della sua famiglia. E’ uno di quei tocchi personali che rimangono unici, e l’ironia in questi frangenti è ben usata.
Infine, il testo è accompagnato da qualche foto – poche, si vede che l’autore non è giapponese – che mostrano alcuni dei luoghi visitati e i volti dei protagonisti (sono tutto un programma). Su questo farei un appunto: qualcuna in più non avrebbe guastato, anzi avrebbe arricchito l’esperienza di lettura.

 Voto:3Stellina-nuova

La recensione che avete letto è opera di Nerina.

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