Tosse Rossa – racconto vincitore del Contest sul Fuoco

Immagine di Robert Kraft
Immagine di Robert Kraft

La frusta schioccò più rapida della lingua di un ramarro, saetta metallica sulla schiena del malcapitato, dove si aprì uno squarcio largo un dito. Il sangue sgorgò a fiotti dalla carne lacerata.
Il minatore si piegò su un fianco lasciando cadere il piccone, che cozzò sul terreno provocando un rimbombo che ricordò quello della campana della chiesa del villaggio, quando, nella mia vita precedente, la sentivo da lontano battere le ore. Una bizzarra sovrapposizione di silenzi avvolse tutto in modo surreale.
«Raccoglilo! Porco!» sbraitò lo shenghen.
«Non guardare» sussurrò Ronnie mordendosi le labbra, in un sibilo sfuggente che faticai a capire. In quel momento mi accorsi che stavo fissando il fottuto gigante con occhi sbarrati, rischiando di farne tuonare le ire su di me. Ebbi un fremito e chinai la testa, portando lo sguardo alle mani, le tenevo ben arpionate alla maniglia del carrello, presi a spingere con nuova, rabbiosa e trattenuta foga.
Mentre le ruote arrugginite cigolavano sfregando sul metallo della rotaia, sentii dietro lo shenghen colpire ancora, e il poveraccio guaire in un singulto soffocato.
«Non sopravviverà, non con quelle ferite» sentenziò Ronnie, quando fummo lontani.
Avevo ancora le dita serrate sul maniglione e un intenso calore mi si iniettava nei polmoni, come il gas di una bombola fuori controllo, e mi gonfiava il petto, come per farlo esplodere. Se avessi ceduto alla rabbia, se non avessi sopportato anche questa volta, tenendo duro, l’ondata di foga che ne sarebbe scaturita avrebbe cavalcato la laringe trasformandosi in un grido ribelle e avrebbe ghermito l’intera galleria, più irruento del ruggito di un leone ferito, più aggressivo del latrato di un cane rabbioso. E come conseguenza non avrei visto l’alba del giorno dopo. Non tutto d’un pezzo.
Mantenni a fatica la bocca chiusa e deglutii, sforzandomi di pensare ad altro. Avevo la mente vuota: non c’era nulla che potesse portare i miei pensieri fuori da quel letamaio, niente e nessuno. Non avrei più accarezzato la bionda treccia di mia moglie, né ammirato le rosse terre che per generazioni erano appartenute alla mia famiglia, o assaporato il caldo focolare della masseria estiva. Nulla, non c’era nulla a cui i miei ricordi potessero aggrapparsi. Solo odio. L’odio che mi permetteva di alzarmi la mattina, l’odio per quei fottuti maiali, che nel frattempo ci uccidevano uno alla volta, quando non lo faceva la tosse rossa.
L’acre odore dello zolfo prese il posto della puzza di chiuso e la piccola galleria, che ormai avevamo percorso per intero, si affacciò sulla sala della fornace.
«Voi, con quel carico, di là» gridò Manomozza, puntando il moncherino verso il magazzino esterno, prima di mettersi a succhiare avido dall’immancabile cannuccia.
L’addetto al cambio ruotò l’innesto e il binario si appoggiò al raccordo, disegnando il nuovo percorso. Quando lo raggiunse, il vagoncino s’impuntò appena, per poi accelerare di scatto, cosa che mi fece quasi inciampare. «Attento» sussurrò Ronnie stringendomi un fianco. Gli allungai un cenno di gratitudine, che voleva anche significare tutto ok, e riprendemmo a spingere all’unisono, cercando di non dare nell’occhio più di quanto non avessimo già fatto.
Non dare nell’occhio era la regola numero uno, il segreto per sopravvivere. Dare nell’occhio significava essere presi di mira, essere presi di mira significava morire, tra atroci sofferenze. E noi eravamo stati bravi, io ero stato bravo, a rispettare la regola numero uno, ed ero ancora vivo. Ma non ne potevo più, perché io quella regola la odiavo, con tutto me stesso. C’era solo una cosa che odiavo di più, ed erano gli shenghen.
Il magazzino esterno era l’unico posto dove si poteva parlare con relativa tranquillità, di solito non c’erano giganti nei paraggi e i rumori dei grossi meccanismi azionati col vapore generato dalla fornace impedivano a orecchie indiscrete di origliare senza essere viste.
«Li faccio fuori! Li faccio fuori tutti, quei bastardi!» imprecai. Con le mani tremanti ruotavo la puleggia e il carrello si vuotava.
«Non dire cazzate, e stai attento a dove scarichi il carbone» mi rintuzzò Ronnie.
«Non sono cazzate, amico, io… io ho un piano» dissi mentre regolavo lo spostamento laterale.
«Di cosa stai parlando?» Gli occhi blu di Ronnie mi fissarono lucidi, non era paura, era eccitazione. Anche lui aveva una gran voglia di farlo, lo capii all’istante.
«Continua a lavorare, non diamo nell’occhio» dissi, in una delle poche circostanze in cui era stato lui a dimenticarsi della regola numero uno. Annuì in silenzio e mi fissò come se dovessi rivelargli il terzo segreto di Fatima. Mi scappò un mezzo ghigno; non ero più l’unico nel mio folle intento. «La fornace» aggiunsi in un fiato.
I suoi occhi s’incupirono, interrogativi.
«So come manometterla.» Invertii la rotazione del manubrio e il carrello tornò lento in posizione. Gli occhi di Ronnie adesso brillavano di luce nuova, luce di speranza, luce di vendetta. Continuai: «Se riusciamo a spegnerla…»
«Sono fottuti», mi interruppe, «ma… come pensi di riuscirci?»
«Lo vedrai.» Cercai di apparire più sicuro di quanto non fossi; in fondo il mio piano era più barcollante di quanto volevo ammettere. «Sarà per stanotte. Ci stai?»
Lui rise. «Puoi gridarlo forte. Lo farei a costo di morire anch’io, ma solo dopo averli visti schiattare.» Portò la mano alla bocca e tossì, macchiandosi le dita di rosso.
«Non ce ne sarà bisogno, ma questa tua tosse non mi piace.» Ricominciai a spingere il carrello.
Tornammo nella sala della fornace, il bocchettone principale era aperto, le fiamme fuoriuscivano incontrollabili e scaldavano l’aria fino ai corridoi laterali. Il caposquadra ci scrutò, ruotò il collo, infilò la cannuccia in bocca e guardò l’orologio, erano le venti. «Potete andare» disse dopo essersi gustato una bella sorsata di metallo fuso. Il turno era finito, senza intoppi.
Passammo al fianco dei grossi ingranaggi che animavano il gigantesco crogiolo. I filari che rifornivano le decine di piccoli serbatoi, dove i fottuti giganti rabboccavano le tute, formavano una rete che fumava da tutte le giunture. Prendemmo il corridoio centrale. Dopo cinquanta metri mi infilai nella stanzetta sulla destra, il cesso. Ronnie vuotò la vescica, io girai la manopola e ficcai le mani sotto il filo di liquido torbido che iniziò a singhiozzare dal tubo scassato che i fottuti bastardi avevano il fegato di chiamare rubinetto. Scendeva lento come la pisciata d’un vecchio, serrai le labbra e mi sciacquai la faccia.
«Stai attento con quel veleno» disse Ronnie, brusco.
Senza dargli retta, mi asciugai con la solita attenzione, usando la manica. «Non sono uno stupido.»
«Non saresti il primo a restare fregato.» Batté il pollice sugli incisivi, col mignolo alzato. «Ne basta un goccio.» Aveva ragione.
«È che questa maledetta polvere non la sopporto. E poi lo sai che…»
Lui annuì stringendo gli occhi, con un’espressione gelida che mi tappò la bocca. Quella storia non la voleva proprio più sentire. Intanto io ero uno dei pochi che non si era beccato la tosse rossa, chissà perché, anche se non ero riuscito a farmi ascoltare da nessuno quando avevo tentato di spiegare che per non ammalarsi bisognava lavare via dalla faccia quella dannata merda il prima possibile. Ma i più continuavano a non usare l’acqua, quel piscio, con la fottuta convinzione che si sarebbero avvelenati, e non avevano tutti i torti.
Raggiungemmo la Zona del Ricovero, dove il ristagno del sudore era insopportabile e copriva appena la puzza di escremento che arrivava dalle latrine, che imputridivano in condizioni ancora peggiori del cesso della fornace. Si sentivano colpi di tosse arrivare da ogni direzione e l’illuminazione era bassa e poco efficace.
«Ronnie, vengo alla tua branda, tra un’ora» dissi e mi avviai in direzione della cambusa.
«Dammene una alla carota» biascicai quando raggiunsi il bancone delle leccornie.
«Oggi solo al finocchio» ridacchiò Bradley porgendomi la cena.
«Tanto per cambiare» protestai mesto. Disgustato al pensiero, gli strappai la barretta e attraversai il dormitorio finché non raggiunsi le tre tavole mezze marce che mi facevano da cuccia. Mi sdraiai, addentai la schifezza e iniziai a ripassare il piano. In fondo non era granché, e si basava su informazioni per nulla affidabili; ma era tutto ciò che avevo.
Esattamente cinquanta minuti dopo, mi tirai su e passai di fianco alla branda di Ronnie. «È ora» sussurrai senza rallentare.
Lui attese qualche istante, tossì due volte, si alzò e mi seguì, cinque passi indietro. Raggiunsi i cessi e vi entrai, lo fece anche lui, io tornai indietro e mi affacciai, controllai che nessuno avesse fatto caso a noi e richiusi la porta.
«Sei pronto?»
Lui mi fissò con asprezza. «Da che parte prevede che andremo, il tuo ridicolo piano? Qui non ci sono uscite.»
Spalancai la porta dell’ultimo bagno in fondo a sinistra e fissai la turca, era costruita molto alla buona: due tavole di legno fissate a V. «Come sei messo a fiato?» domandai mettendo in mostra i denti.
Lui spalancò gli occhi. «Non vorrai…»
«Puoi sempre tirarti indietro.»
«No, certo che no.»
«Bene, allora si va.»
Non senza sforzo, strappai la tavola di sinistra, cercando di fare meno rumore possibile, e mi calai nello spazio che avevo appena creato, immergendomi nella poltiglia fino al petto. «Vado avanti, tu mi seguirai, non puoi sbagliare, c’è un solo passaggio. Aspetta cinque minuti.» Presi un gran respiro, chiusi gli occhi e piegai le ginocchia, cercando tastoni, in mezzo alla merda liquida, il passaggio laterale.
Primus, uno dei prigionieri più anziani, mi aveva confessato di aver partecipato alla costruzione della Zona del Ricovero e una sera, dopo aver faticato a lungo per recuperare una bottiglia di schiattabudella, lo avevo fatto bere di proposito a più non posso. Quando mi ero sentito sicuro che fosse ubriaco a sufficienza, mi ero fatto spiegare nel dettaglio la topografia delle fogne e avevo avuto la bella sorpresa, quella che mi aveva dato l’illuminazione, che mi aveva permesso di escogitare il piano. Ora si trattava di verificare se non avessi commesso il grosso errore, quella sera, di averlo fatto bere troppo.
Infine trovai il passaggio e, carponi, iniziai a trascinarmi lungo il tunnel. Cercai di non fare entrare la merda dal naso tenendolo pizzicato e compressi le palpebre il più possibile, ma lo sforzo più grosso che feci fu quello di trattenere il rigurgito. Dopo una traversata infinita, la fenditura svoltò e potei rimettermi in piedi.
Adesso avevo la testa fuori dalla merda e potevo respirare, per fortuna la memoria di Primus non lo aveva tradito. Era una spugna ben rodata, il vecchio montone. Mi arrampicai sulle grate laterali e raggiunsi un passaggio di servizio. Mi sfilai lo straccio che avevo indossato come camicia, lo strizzai e, mentre aspettavo Ronnie, tentai inutilmente di darmi una ripulita.
Lui arrivò due minuti dopo.
«Cazzo, ti avevo detto di aspettarne cinque», imprecai picchiando l’indice sul polso, «e se fossi dovuto tornare indietro? Avremmo sbattuto le corna affogando nello schifo.»
«Ero impaziente di nuotare un po’» disse impassibile. Si ripulì alla meglio la faccia, tossì, sputò altro sangue.
«Andiamo», dissi, «vediamo se Primus aveva ragione anche sul resto.» E mi avviai.
Seguimmo il corridoio per venti metri, finché non trovammo una grata chiusa, sulla destra. Recuperai il tondino che avevo legato al polpaccio, lo infilai tra la staffa e il lucchetto e forzai. Le viti erano vecchie e saltarono senza sforzo. Quando aprii la porta di metallo, un rumore diffuso di macchinari mi riempì di gioia, come se fosse stata una delle melodie che si cantavano sulla terra ai bei tempi, nella mia vita precedente. Era l’impianto. Ci addentrammo, con cautela, perché avremmo potuto anche incrociare qualche shengen. Il lungo corridoio si affacciò su una grande sala macchine, dove il rumore si fece assordante.
Sentii uno strattone alla spalla ed ebbi un fremito, mi voltai alzando il braccio armato di tondino: era Ronnie, che mi stava indicando il motore del trasporto del carbone, quello che dovevamo distruggere.
Mi avvicinai all’impianto con circospezione, studiandolo con calma in cerca di un punto debole. Notai alcuni ingranaggi fissati su un albero abbastanza sottile e senza pensarci vi infilai per intero il mio ferro. Le ruote dentate scricchiolarono e si bloccarono di colpo, l’albero si piegò. Il trasporto continuò a macinare metri come se nulla fosse, ma dopo qualche secondo un rumore come di cavi metallici e bulloni tranciati partì da lontano e si ripeté in rapida successione, ingigantendosi, e il trasporto s’inceppò. Un rombo devastante riempì la grossa sala per alcuni secondi, poi non sentii più nulla.
In quel nuovo silenzio ebbi quasi paura di aprir bocca, una sorta di riverenza, dovuta allo stesso impacciato imbarazzo che avrebbe potuto provare un timorato di fronte al proprio Dio.
«Ce l’abbiamo fatta» sussurrò Ronnie, prima di me.
«Sì, credo di sì» annuii tremante.
«Quanto ci metteranno a morire?»
«Non lo so. Si deve spegnere il forno, si deve solidificare la perallumina, allora in quelle loro cannucce di merda non resterà più nulla da succhiare e inizieranno a schiattare.»
«Potranno sempre attaccarsi a questo» fece Ronnie toccandosi la patta.
E la sua faccia sembrò diversa, parve quella di un uomo che aveva ritrovato la gioia. Piegò il collo e tossì, il suo sangue si andò a mescolare con lo strato melmoso che stava ancora asciugandosi sulle maniche della camicia.
Io mi sentivo bene, avevo una gran voglia di ricominciare, dovevo solo attendere che i fottuti giganti crepassero uno a uno e sperare che non fosse troppo tardi; per il mio amico e per tutti gli altri.

Il racconto che avete letto è opera di Kapello ed è risultato il migliore del Contest sull’elemento Fuoco. Il tema da seguire era stato scelto da Immanente (vincitrice del Contest Primaverile).
La traccia scelta da Immanente, e poi rielaborata dallo staff, era: Fuoco.

Il fuoco del racconto doveva essere una di quelle fiamme da mantenere sempre accesa.
Unico paletto da rispettare: mostrare cosa avveniva quando il fuoco si spegneva, dunque non doveva trattarsi di un fuoco metaforico.
Il limite massimo di caratteri era di 15.000, spazi inclusi, con 200 di tolleranza. 

Pensi di riuscire a fare meglio di Kapello?

Allora iscriviti e partecipa al prossimo contest!

Tutti i racconti di È scrivere – Community per scrittori vengono editati prima di essere inseriti sul blog.
Link all’editing:
Editing

2 thoughts on “Tosse Rossa – racconto vincitore del Contest sul Fuoco

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *