Recensione: Il ciclo di Cthulhu (Vol. 1), di Robert E. Howard

Il ciclo di Cthulhu - HowardTitolo: Il Ciclo di Cthulhu – Vol.1
Autore: Robert E. Howard
Editore: Dunwich Edizioni
Pagine: 71
Prezzo: € 0,99 (ebook)

Trama: (dal sito dell’editore) Robert Ervin Howard, scrittore americano e maestro della letteratura di genere, fu il precursore dell’heroic fantasy e del romanzo d’avventura, soprattutto per le opere su Conan il Barbaro che lo resero celebre. L’autore diede vita anche al cosiddetto “Ciclo di Cthulhu” con dei racconti ispirati al lavoro di H.P. Lovecraft, con il quale intraprese un lungo carteggio. In questa antologia ne riproponiamo tre:
– La Pietra Nera
– Il Fuoco di Assurbanipal
– La cosa sul Tetto
«Se fossi facoltoso non farei altro che andarmene in giro per il mondo a curiosare nelle città in rovina… e probabilmente finirei per farmi mordere da un serpente.»
(Da una lettera a H.P. Lovecraft, 1931)

Recensione: Ho letto con molto piacere questa nuova uscita dei classici ritradotti da Dunwich Edizioni. Trovo che la casa editrice stia facendo un ottimo lavoro, non solo per via delle traduzioni, ma anche come programma di “rilancio” di autori del genere weird e horror i cui nomi sono conosciuti dagli appassionati di queste letture, ma forse un po’ meno dagli altri.
A quanto mi risulta, la prossima uscita dovrebbe essere il secondo volume dedicato a William H. Hodgson, che attendo con ansia. Il primo lo avevo recensito QUI. Ma torniamo a Il ciclo di Cthulhu, di Robert E. Howard. È ovvio dal titolo, come anche dalla trama tratta dal sito dell’editore, che Howard si rifà al culto di Cthulhu ideato da H. P. Lovecraft.

Cthulhu
Cthulhu

 

Il primo racconto, La pietra nera, devo ammettere che non mi ha catturata: l’ho letto, apprezzato, ma non mi ha coinvolta, non mi ha tenuta attaccata alle pagine fino alla fine. Mi è sembrato dei tre il racconto più elaborato, quello più studiato, ma lo stile dell’autore si sofferma spesso sul “raccontare” più che sul “mostrare” e a un certo punto mi è mancata un po’ d’azione. Infatti, quando finalmente il protagonista assiste alla scena del rito della Pietra Nera, le mie antenne horror si sono alzate e da lì ho finito di leggere il racconto in breve tempo.

Il secondo, Il fuoco di Assurbanipal, è quello che mi è piaciuto di più. Dire che l’ho divorato non basta. In questo racconto troviamo tutto: la leggenda, l’avventura, lo scontro, l’ignoto, la curiosità che può portare alla pazzia. Troviamo accenni al Necronomicon e alla Città dei Morti, oltre a una descrizione di Cthulhu e l’incontro ravvicinato con questa antica divinità (o demone, come definito da Howard). Protagonisti sono l’americano Steve Clarney e l’afgano Yar Ali, due vagabondi, “soldati di fortuna, uniti dal caso e da una mutua ammirazione”, che hanno viaggiato insieme dall’India fino alla Persia, e che poi, nella città di Shiraz, hanno incontrato un vecchio in fin di vita che ha riferito loro la leggenda del Fuoco di Assurbanipal.
Il ritmo del racconto è serrato, tranne in alcuni punti, in cui ci regala delle descrizioni di luoghi o di mostri molto evocative.

Copertina Fuoco di Assurbanipal
Copertina di Weird Tales dedicata al racconto “Il Fuoco di Assurbanipal”

Il terzo e ultimo racconto, La cosa sul tetto, è nello stile un misto dei primi due. L’avventura, i posti sconosciuti, le antiche leggende ci sono tutti, e vengono in parte rivissuti attraverso i racconti di uno dei due protagonisti. Il ritmo torna a essere quello più lento e ponderato del primo, ma in alcuni tratti, quando ci rapisce nel Tempio del Rospo per esempio, diventa più rapido e scorrevole.

In conclusione consiglio la lettura de Il ciclo di Cthulhu, i tre racconti meritano davvero e a fine libro rimarrete con quella soddisfazione di aver letto qualcosa dal profumo di antico.

Vi lascio con una citazione:

Gli uomini della carovana non avevano avuto il coraggio di spingersi oltre nel deserto per cercare la città. Il motivo, spiegò il mercante, era che essi credevano si trattasse dell’antichissima Città del Male di cui si parla nel Necronomicon dell’arabo pazzo Alhazred, la città dei morti sulla quale era stata scagliata una maledizione. I suoi molti nomi variavano da leggenda a leggenda: gli arabi la chiamavano Beled-el-Djinn, la Città dei Diavoli, i turchi Kara-Shehr, la Città Nera. E la pietra preziosa era un gioiello dannato appartenuto a un antico re che i Greci chiamavano Sardanapalus e i Semiti Assurbanipal.

Per gli amanti del genere dovrebbere essere un must.

 

 Voto:

La recensione che avete letto è opera di Silver.

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