Le bacchette di legno – Racconto 1° classificato Lab di Luglio 2014

Immagine di Fran Hogan
Immagine di Fran Hogan

Era domenica mattina e la messa era finita. Le campane brontolavano rintocchi verso il cielo e la piccola folla sostava nella piazza del paese, raggruppata in capannelli composti. L’aria non aveva ancora assunto il carattere deciso dell’estate e, da ogni finestra aperta, usciva il profumo del ragù.
All’epoca in cui accadde questa storia, ero una ragazzina di sedici anni e me ne andavo per le vie dell’immaginazione in cerca del primo amore. Ricordo che anche quella domenica le mie amiche cominciarono a ridere e a darsi di gomito quando vedemmo Tony uscire dalla chiesa. Appena finiva la messa, il ragazzo era solito aiutare il prete a mettere a posto le panche, a contare le monete delle offerte e a sistemare i paramenti sacri nell’armadio. Poi usciva sulla piazza tirandosi dietro il grande portone di legno massello. Forse perché aiutare il prete lo faceva stare bene o forse perché, per tutti, era lo scemo del paese, appena metteva piede sulle scale della chiesa cominciava ad agitare le sue bacchette di legno, dirigendo un concerto che echeggiava solo nella sua testa. Di cose strane, in verità, ne faceva tante, ma quello di dirigere suonatori immaginari era l’evento che tutti aspettavano per ridere e dileggiarlo, la domenica mattina nella piazza del paese e appena dopo che ciascuno aveva fatto le sue promesse a Dio.
Detestai le mie amiche che, continuando a ridere a crepapelle, se ne tornarono alle proprie case. Anche tutte le altre persone se ne andarono dopo essersi salutate e Tony rimase appoggiato a un albero, in un angolo della piazza, gli occhi chiusi e le bacchette a volteggiare nell’aria. Mi avvicinai a lui con circospezione, per vederlo da vicino e per cercare di intuire la sua musica. Guai a parlare con quel tipo, ci dicevano i nostri genitori, accompagnando le raccomandazioni con episodi strani a cui Tony era solito dare vita. Tutti lo sfottevano e ridevano di lui e, siccome era uno scemo, i coetanei non dovevano frequentarlo.
“Vieni al fiume con me nel pomeriggio?” Mi domandò.
“Perché?”
“Perché voglio mostrarti una cosa.”La domenica non ero mai riuscita a divertirmi. Era il giorno che metteva fine alla festa e introduceva a una nuova settimana, alla scuola, ai compiti, ai lavori domestici. Di solito la domenica era triste e soffocante come un preludio di Chopin, ma quella mattina aveva un profumo diverso.

Ci eravamo dati appuntamento all’ultima casa del paese, dove finiva l’asfalto e incominciava il sentiero che portava giù al fiume. Tony camminava avanti e scendeva sicuro tra i sassi del viottolo, con le bacchette che sporgevano dalla tasca posteriore dei jeans. Io lo seguivo col cuore che mi batteva forte e con il fagotto in mano, nel quale avevo riposto due fette di torta di mele che aveva fatto mia madre. In casa avevo detto che sarei andata ai giardini con le amiche. Stavo facendo una cosa della quale avrei potuto pentirmi, ma sentivo di non aver paura di quel ragazzo.
Appena il terreno diventò pianeggiante, attraversammo un boschetto di alberi di quercia che rendevano angusto il percorso. Ci sedemmo sulla riva del fiume, uno difronte all’altra.
“Cosa volevi farmi vedere?” gli chiesi con la voce che un po’ mi tremava. Tony non mi rispose e, senza guardarmi negli occhi, estrasse le bacchette dalla tasca e cominciò a scavare una piccola buca nella sabbia.
“La senti?” mi domandò.
“Cosa?”
“La musica.” Parlava con una voce impastata, come se stesse mangiando un bignè. “In questa buca ho nascosto quella dei miei genitori. La senti?”
Poi prese a scavarne un’altra, lì vicino. “Qui c’è quella di quando il prete mi regalò le bacchette. Senti che bella!” Si alzò e ne scavò altre e in ciascuna di esse erano nascoste le melodie dei suoi ricordi. Quelle buche proteggevano la sua felicità che, a differenza delle persone normali, Tony sapeva riconoscere. Mi disse che ogni domenica mattina scendeva al fiume e disseppelliva un concerto, che avrebbe diretto con le sue bacchette per tutto il giorno.
“E’ molto bella questa cosa.” gli dissi.
“Lo sai solo tu.” disse guardandomi in faccia per la prima volta. Aveva uno sguardo perso, ma ebbi l’impressione che i suoi occhi fossero sereni.
Ancora oggi non so quale forza si impossessò di me, ma mi avvicinai a lui e lo baciai sulla bocca. Quello fu il mio primo bacio e, dopo molto tempo e quando imparai a baciare davvero, mi accorsi che si trattò solo di un fugace lambirsi di labbra. Scappai da quel posto con tutta la forza che avevo nelle gambe: mi era venuta paura. Quando fui ai piedi del sentiero mi fermai un attimo per rifiatare e vedere se mi stava correndo dietro. Notai che Tony era ancora seduto sulla riva del fiume, paralizzato lì dove lo avevo baciato. Mentre lo osservavo prese a scavare una buca nuova dove, forse, avrebbe nascosto le note dolci del nostro bacio.

Tony morì, una notte di qualche tempo dopo. C’era chi diceva che era stato un infarto, chi sosteneva che l’avessero preso i marziani e chi si divertiva a raccontare altre storie bizzarre. Era di domenica mattina e la sua bara giaceva ai piedi dell’altare, accanto ai genitori che, almeno in quel giorno, avevano vinto la vergogna di uscire di casa. Nella chiesa non c’era molta gente e il prete fece un discorso con la voce spezzata e le lacrime agli occhi. Sulla bara, qualche mazzetto di fiori e le sue bacchette di legno. Gli addetti delle pompe funebri si caricarono il feretro sulle spalle e lo portarono fuori dalla chiesa, verso l’auto lucida che lo stava aspettando con la bocca aperta.
Le mie amiche stavano discutendo della festa del sabato prossimo, mentre qualcuno fra la gente mandava un ultimo saluto a quel ragazzo che non avrebbe fatto più ridere nessuno.
Scesi per il sentiero cercando di non sporcarmi le scarpe nuove. Attraversai il boschetto e raggiunsi il fiume. Raccolsi un bastoncino e scavai una piccola buca. Mi inginocchiai e chiusi gli occhi. Nella sabbia scivolarono una musica delicata e il segreto del nostro bacio. Poi seppellii quel momento e me ne tornai a casa.

Il racconto che avete letto è opera di Fepi ed è risultato uno dei migliori tra quelli che hanno partecipato al Laboratorio di Luglio 2014, vincendo a ex-aequo con un altro racconto. In seguito è stata necessaria un’ulteriore votazione (da parte del vincitore dello scorso Lab questa volta) per decretare a chi spettasse il podio e questo testo si è classificato primo. Il tema da seguire era stato scelto da Jonfen (vincitore del Lab di Giugno 2014).

La traccia scelta da Jonfen era: La trama.

Il limite di lunghezza era di 6000 caratteri (spazi inclusi). Il racconto doveva contenere questi tre elementi:
1. Lo scemo del paese
2. Un buco nella sabbia
3. Un bacio rubato
Ovviamente bisognava sforzarsi per amalgamare un minimo questi tre “indizi”, in modo che non risultassero semplicemente citati, ma che interagissero con la storia.

Pensi di riuscire a fare meglio?
Allora iscriviti e partecipa al prossimo Laboratorio!

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Editing

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