Il processo – Racconto 2° classificato Lab di Luglio 2014

Immagine di Lilla Frerichs
Immagine di Lilla Frerichs

Adelmo, grosso come una montagna, aveva il 48 di scarpe, ma ragionava come un bambino di sette anni. Lo prendevano in giro in paese, per l’aspetto da gigante “locco” e per l’abitudine che aveva di appostarsi nei vicoli e di baciare di soppiatto le ragazze sulla guancia. Non avrebbe mai fatto male a una mosca. Un bacio rubato, quello era tutto. Eppure quel venerdì cupo come il mare d’autunno, quando trovarono Lia sepolta nella buca scavata sulla spiaggia di Cala Turchina, il corteo dei villani inferociti giunse fino in fondo alla strada che dava sul porto, dritto alla casa di Adelmo.
«Sappiamo che sei dentro, esci fuori brutta bestia!- Si sentì il grido soffocato della madre – Mariuccia non ci provare a proteggerlo, tuo figlio è un assassino. Fallo uscire, è meglio per te!»
Baldo, il fattore, rabbioso come un cane inferocito, era deciso a fare a pezzi il gigante bambino. Tutti erano convinti che fosse stato lui, perché nessuno in paese era ritenuto capace di tanto.«Che volete da noi? Baldo, perché ci torturi? Adelmo è un povero scemo, ma non è violento, lo sai anche tu che è come un bambino!»
Mariuccia come una leonessa impazzita avrebbe difeso quel figlio fino alla morte.
«Dovete passare sul mio corpo delinquenti che non siete altro. Se entrate vi faccio fuori con la doppietta di Pietro mio!»
Gli uomini armati di falce e piccone videro le canne della doppietta del povero marito di Mariuccia puntate dritte su di loro. Qualcuno ebbe paura.
«Eh questa fa sul serio, è pazza come il figliolo!»
Batterono in ritirata con minacce di tornare armati fino ai denti.
Il processo di piazza si era svolto a Borgo Vecchio: per la gente Adelmo era colpevole, nessuno lo avrebbe tirato fuori da quella brutta situazione. «È stato lui» – dicevano nel bar e nell’edicola – «solo uno toccato potrebbe arrivare a tanto.»
Il maresciallo, che era ad un passo dalla pensione, imprecò: la vicenda della morte di Lia, una bella ragazza di vent’anni, gli avrebbe creato un sacco di noie. Bisognava ricostruire la vicenda, analizzare le tracce, avrebbe avuto il fiato sul collo del magistrato. Pensò a come non si finisse mai di conoscere a fondo le persone, un assassino si aggirava in quel villaggio dimenticato da Dio e lui non ne aveva mai avuto sentore.
Ansimando per le trenta e passa sigarette quotidiane, arrivò al primo piano della casa di Mariuccia.
«Veniamo al sodo, dov’era ieri sera tuo figlio?»
Chiese in modo secco alla donna gonfia di pianto. Adelmo in un angolo smontava e rimontava un’automobile in miniatura. Era nervoso, ma la mamma gli aveva detto di stare zitto e di non fiatare che ci pensava lei a mandare via “quegli omacci cattivi”.
«Marescià, Adelmo prima del tramonto rientra sempre. Anche ieri sera alle sette in punto era qui. Perché sospettate di lui, che prove avete?»
Il maresciallo scosse la testa, non aveva alcuna prova, purtroppo. Adelmo, però, era stato visto la sera prima nei dintorni di Cala Turchina dopo il tramonto. La mamma aveva mentito. “Brutto segno”, pensò che lo volesse coprire.
Cercò di aggirarla.
«Dici alle sette eh? Sei sicura? Eppure ci sono due testimoni che giurano di averlo visto alle otto vicino al luogo del delitto. Ma se tu dici che alle sette era in casa…» “Glielo spiegherai al giudice” stava per aggiungere, ma si fermò in tempo. Pensò che un’indagine seria avesse i suoi segreti.
Adelmo, che nell’angolo non si era perso neanche una parola, si alzò e si fece avanti. Pur con i limiti di un bambino, aveva compreso la gravità della faccenda.
«Io lo so che è successo a Lia…»
La madre gli si parò davanti: «Zitto non fiatare! Se parli ti si torcerà contro.»
«Lascialo dire Mariuccia, non credi nemmeno tu alla sua innocenza a quanto vedo.»
Adelmo riprese: «Lia era sdraiata sulla sabbia, lui la schiacciava. Poi Lia non si è mossa più. E lui è scappato di corsa, ma io l’ho visto…»
Guardò la mamma, aveva la faccia tra le mani. Doveva fare tutto da solo questa volta.
«Parla allora, dì quello che hai visto!» gridò il maresciallo con gli occhi iniettati di sangue.
«Li ho seguiti giù alla Caletta Turchina, Lia era bella, le davo sempre i baci. Erano mezzi scoperti, ma lei piangeva, urlava e lui le ha stretto la gola. Poi ha fatto una buca e l’ha coperta.»
Adelmo a tratti balbettava, il maresciallo impaziente gli finiva le parole.
Lo fece sedere e si mise seduto anche lui. Lo guardò dritto negli occhi. «Allora chi è stato?»
Mariuccia gli strinse la mano e ad Adelmo scese giù una lacrima che gli attraversò la guancia e finì sul collo.
«Il suo moroso, il Paolino.» A quel nome il Maresciallo si alzò di scatto e colpì la sedia con un calcio: «Questa è la prova, volevi la prova Mariuccia? Eccotela! Getta fango su un innocente. Il figlio di Baldo è un pezzo di pane, è il ragazzo più buono del paese. Paolino è un gran lavoratore. Ma che sto a fare ancora qua? Vado a relazionare al magistrato, ci penserà lui… a questa bestia!»
Lo trapassò con lo sguardo e se ne andò imprecando.
Mariuccia abbracciò il suo bambinone e lo cullò sul petto come quando era piccolo e le stava in braccio.
I giorni che seguirono furono pesanti per Adelmo, interrogatori a non finire, prelievi di impronte e il via vai di poliziotti e carabinieri nella casa in fondo al porto. Da parte sua, mai una contraddizione, un ripensamento, raccontava per filo e per segno la stessa versione che aveva detto al maresciallo. Ma il magistrato premeva, l’assassino doveva essere inchiodato al più presto.
Di Paolino non se ne occupò nessuno, era troppo in vista in paese per diventare di colpo il mostro di Cala Turchina. Adelmo, lo scemo del villaggio, era perfetto come mostro.
La notte della settimana successiva alla morte di Lia, vennero in tanti, armati, a prendere il gigante di novanta chili, dal 48 di piede che ragionava come un bambino. Non avrebbe mai fatto male a una mosca. Eppure tutti giurarono di averlo visto mentre soffocava la povera ragazza sulla spiaggia e le stringeva il collo, prima di seppellirla in una buca nella sabbia di Cala Turchina. Il processo era concluso.

Il racconto che avete letto è opera di Maurap ed è risultato uno dei migliori tra quelli che hanno partecipato al Laboratorio di Luglio 2014, vincendo a ex-aequo con un altro racconto. In seguito è stata necessaria un’ulteriore votazione (da parte del vincitore dello scorso Lab questa volta) per decretare a chi spettasse il podio e questo testo si è classificato secondo. Il tema da seguire era stato scelto da Jonfen (vincitore del Lab di Giugno 2014).

La traccia scelta da Jonfen era: La trama.

Il limite di lunghezza era di 6000 caratteri (spazi inclusi). Il racconto doveva contenere questi tre elementi:
1. Lo scemo del paese
2. Un buco nella sabbia
3. Un bacio rubato
Ovviamente bisognava sforzarsi per amalgamare un minimo questi tre “indizi”, in modo che non risultassero semplicemente citati, ma che interagissero con la storia.

Pensi di riuscire a fare meglio?
Allora iscriviti e partecipa al prossimo Laboratorio!

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